L'ice park a Lecce...

di Mauro Marino
Ritorna l’ ice park!? Il suo massimo patron, il consigliere comunale Vittorio Solero, nonostante il nome, noto appassionato di sport nordici (a lui si è ispirata una nota casa gelatiera per nominare la sua linea di ghiaccioli) spera lo si possa allestire come negli anni scorsi in Piazza Sant’Oronzo. Scelta sciagurata! Sarebbe il terzo anno di un’ intollerabile imposizione. Il ghiaccio, la musica assordante, le gocciolature dell’impianto che si trasformano in fanghiglia. Il cuore della città trasformato in un nulla divertentista che non accontentandosi di scivolate e risate conclude le serate con rapimenti di pecorelle nel presepe adiacente, allestito nel “basso” dell’anfiteatro.
L’ice park se è proprio necessario sarebbe utile allestirlo in un luogo più appropriato, non la Villa Comunale, ma il grande catino di Piazza Palio ad esempio, che già lo ha già ospitato. Luogo strategico, polo sportivo della città. Cerniera con la periferia dove è utile portare animazioni e spettacolo. Dove è bello attrarre pubblico con le sfilate e le visite dei campioni del pattinaggio.
Piazza Sant’Oronzo è meglio preservarla, renderla calda, accogliente. A misura di ‘valori’ (bella parola!) quelli cari al Sindaco, alla sua giunta e, soprattutto a noi, che desideriamo concentrarci al riparo dal frastuono sui temi di una Festa carica di significati ed essenziale in questa contemporaneità ferita. Il solerte Solero poi spera e annuncia un palaghiaccio a Lecce!!?? Veramente una novità in una città che non ha impianti sportivi adeguati, accuditi e curati e neanche una piscina comunale.
Il filobus a Lecce
La nuova metropolitana di superficie! A quando l’informazione?
di Mauro Marino
Si è in parte conclusa la ‘piantumazione’, lungo i viali interni della città di maestosi pali neri.
Delle ‘utilità’ di cui il sindaco sta fornendo la città, certo, la più eclatante, sarà la metropolitana di superficie, che per i più rimane un mistero. I lavori procedono e necessario diventa – ma anche di buon senso - condividere con la città, il progetto. Informare sul disegno del servizio, sulle modalità della sua messa in opera, sull’ingombro che creerà. Già l’ingombro! Quello delle vetture che per una buona riuscita del servizio richiederà una diminuzione del traffico veicolare. Quello ambientale e visivo della caveria di alimentazione che renderà vano il lavoro fatto nel centro storico per l’interramento delle linee aeree dell’elettricità e della telefonia.
Cambiamenti, in positivo ed in negativo, che il nuovo servizio produrrà nel quotidiano dei leccesi che è ormai necessario socializzare e rendere di dominio pubblico se si vuole avere successo nella proposta. Ma poco accade in questo senso, e la progettazione del nuovo appare cosa astratta, di pochi e senza referenti nella città.
Molto la ‘creatività’ della giunta Poli ha pensato in fatto di viabilità urbana: le strisce gialle delle corsie preferenziali lungo la circonvallazione interna; il lungo viale-aiuola dell’Università senza possibilità di svolte per l’inversione di marcia; l’acquisto di nuove vetture per il servizio di trasporto urbano (che fine faranno con l’attivazione delle nuove?) e delle vetturette elettriche che attraversano il centro storico con la segnaletica di servizio incomprensibile e resa vana dall’incuria. In ultimo, la politica dei trasporti ha avuto il suo risvolto ‘divertentista’ con un bus a due piani, scoperto, che porta in giro nel traffico i pochi turisti (e sgomenti cittadini) che hanno colto l’intrigante proposta. Sarebbe stato interessante, in estate, impiegare il servizio sulla via del mare, vista anche la mole del mezzo, verso San Cataldo o per un giro nelle marine, ma la vergogna era tale che si è scelto per la città, in concorrenza con il trenino, perso a manovrare nel centro storico, in un caos strutturale tra lavori in corso e parcheggi selvaggi.
Ora, non credono i signori amministratori autori di tale progetto, di dover parallelamente al divenire operativo del servizio informare, condividere, invitare, sensibilizzare i cittadini al nuovo sperando in una loro collaborazione nel rendere funzionale, funzionante e di successo l’opportunità offerta?
Taranta e dintorni
Posto qui di seguito un passionale intervento di Mauro Marino sulla Notte della Taranta, cui rispondo in maniera aperta, rifiutando in modo particolare la conclusione cui arriva Marino. Non è da Melpignano, a mio avviso, che potrà arrivare la riscossa del meridione.
L’attesa e lo scatto
di Mauro Marino
L’attesa è tutta per la ‘sinfonia pizzicata’, niente la eguaglia nella sua Notte. Nessun’altra andatura, nessun altro canto, nessun altro ritmo. Anche la tenerezza latina del Buena Vista Social Club è solo un riscaldamento, un surplace d’attesa prima dello scatto che viene nella sintesi ibrida del tutto ‘mesclado’ di generi e sentimenti. La grande Notte è questo incontro, questo brivido. Questa la marca di un lavoro sottile che l’esperienza ha maturato in questi anni di lavoro intorno e con la musica in terra di Salento. Finezza e finitezza di Ambrogio Sparagna, la ‘mujer’ che ci siamo trovato per partorire la meraviglia di un’orchestra autenticamente popolare che fonde e confonde con la sua umanità, con le sue emozioni, col suo osare. E, l’attesa è premiata, lo scatto viene, tutto sale, ‘scazzecatu’ nell’accellerazione che Claudio Giagnotti Cavallo sollecita e imprime, anima gitana di questa terra di rubacuori, che vuole e sa volare, con le sue diversità di caratteri e umori. L’irruenza sorridente di Pino Zimba e quella selvatica di Uccio Aloisi, il raffinato arpeggio cantato di Emanuele Licci, i freschi fraseggi jazz di Raffaele Casarano, la gamma di una varietà di scena che molto altro può. E ci accorgiamo che, la “salentina linda linda” non ha più occhi calanti, non cede tempo al rimorso e sceglie cantare schierando la sua forza: Alessia Tondo, grazia cristallina dell’ultima generazione e i sospiri di Antonio Castrignanò che a tutti dice l’antitodo dell’amore.
L’attitudine alla voce l’avevamo dimenticata prima di questo nuovo avvento della salentinità, la cura è venuta dall’alzarsi di una generazione che si è allevata nell’ascolto, tesa tra memoria e presente. Antonio Amato, Raffaele Pastore, Claudio Prima, Mimmo Epifani, Giancarlo Paglialunga con diversi timbri, estensioni ed accenti allargano il valore contadino della composizione necessaria e spontanea: l’amore e il lavoro, il pane poetico dei dannati della terra si fa canzone. Nessun timore per ciò che sa di pop, in una consonanza che apre la semplicità alla complessità contemporanea. La Notte col suo progredire è palestra che sperimenta, scuola di maturazione di sonorità e di voci ormai certe: Enza Pagliara, Ninfa Giannuzzi, Emanuela Gabrieli, Alessandra Caiulo, Maria Mazzotta, Lorena Cafueri, Stefania Morciano, Stella Grande, Silvia Gallone, Michela Bruno sono il frutto da proteggere e accudire. l’Orchestra il valore da moltiplicare in nuove occasioni di ensemble.
Rina Durante forse non se l’aspettava questo fiorire; l’aveva sicuramente sperato quando con sapienza seminava per un canzoniere e lo nutriva sapiente d’ironia. Con la sua calda sfrontatezza, la sua compassionevole anarchia concimava una ‘quistione meridionale’ che per sottrarsi al giogo della Storia doveva trovare nel popolo i suoi interpreti attivi. Con la Notte questo è accaduto!
Caro Mauro,
la Notte è ormai un fenomeno, e come tutti i fenomeni accoglie pesanti critiche e smisurate attestazioni di stima.
Personalmente sono tra quelli che accolgono con golosità gli stili miscelati con la taranta ingrediente forte (penso a Nunez e al Buena Vista Social Club o all'esperimento quanto meno divertente di De Gregori lo scorso anno), ma sono seccato proprio per la dimensione di "fenomeno" cui si è arrivati con poco riguardo proprio per il popolo del sud.
Mi spiego meglio: il tarantismo era un fenomeno popolare e il popolo era fatto di gente misera nell'assenza di conforti materiali alla propria esistenza. Nonostante ciò, la gente manifestava socialmente una volontà trascendentale, spirituale. Una ricerca che potrebbe essere certo attualizzata proprio nella fusione con altri ritmi e altri suoni.
Il punto è, dunque, e ripetendo quanto detto da una grossa firma dalle pagine del Quotidiano: 15.000 watt sono tradizione? O forse manifestano lo sforzo di arrivare ai "fenomeni" commerciali omologati dei quali parliamo in tutto il mondo? La Taranta è come gli U2?
Porsi questa domanda è fondamentale: si avrà la misura del risultato raggiunto dalla manifestazione di Melpignano.
Come è possibile parlare di voce del popolo, di voce propria, di riscatto del sud dalla sua plurisecolare "quistione"?
Definiamo quest'evento un evento culturale: quale segno lascia nella cultura popolare? Quale traccia, quale insegnamento? E' infine plausibile parlare di evento culturale?
Personalmente sono convinto che il sud abbia bisogno di capacità critiche differenti, di volontà politiche tese un pò più in là dalla poltrona, dal potere dal clientelismo che non sono scomparsi nemmeno con la Primavera...
Se poi in mezzo ci facciamo conoscere, balliamo e saltiamo sotto differenti tensioni va anche bene, ma cosa resta dentro, cosa potremo costruire fuori? E quale ricerca?





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