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Festa dei Lettori/2

di andrea aufieri (26/09/2006 - 17:49)



Scarica qui il nuovo numero di Passaparola, periodico dei Presidi del Libro,
che dedica interamente spazio alla Festa dei Lettori, con interventi di:

Andrea Aufieri
Teresa Ciulli
Gianni Comes
Giovanni Dipierro
Adele Errico
Antonio Errico
Nicola Lagioia
Paolo Manganaro
Rocco Pinto
Eleonora Steingress

Ecco il mio intervento:

Il primo passo

È da considerarsi una vittoria
il ritrovarsi a farci domande
sulla lettura e il suo
significato in un’era in cui
la comoda tecnologia ci
chiede solo di pensare come lei, spingendoci
verso una multisensorialità esogena e
indotta dal trionfo dell’immagine.
Scegliere oggi di leggere un libro sembra
anacronistico, il rimando a una tensione
eroica e quasi sensuale, perché il vero lettore
è forse colui che legge non tanto per
un certo piacere di maniera, quanto per il
puro godimento.
Affascina il percorso d’apprendimento dell’uomo,
che porta a riconoscere la realtà e
il sentire grazie alla parola, stabilendo così
che una cosa è definita se le si assegna
un nome: con questo filtro la realtà diviene
l’umana realtà.
Senza affidare a tale riflessione un carattere
limitativo, è opportuno specificare
che la lingua è di certo un codice, ma se
chi scrive sceglie di fornire strumenti utilizzando
tale codice, chi legge può trascendere
il senso, trovare le vie più personali,
lavorare in proprio e da artigiano.
Ogni lettura diviene così il primo passo di
un cammino di ricerca e di comunicazione
al di sopra dei sensi, come chi di un viaggio
apprezza il godimento della meta
quanto quello della strada: ogni lettura è
l’alchimia dello spirito umano che si profonde
.

Oriana era sola?

di andrea aufieri (17/09/2006 - 21:12)


Le furiose polemiche dell'11 settembre portarono una serie di vagonate di letame su alcuni modi d'intendere la cultura italiana. Il Corriere della sera pubblicò il suo "La rabbia e l'orgoglio" che suscitò una serie di reazioni tra le quali spicca per profondo amore della natura umana e della sua cultura, nonché per proposte concrete, quella di Tiziano Terzani intitolato "Il sultano e San Francesco", testimonianza meravigliosa. Ma il contrapporsi di due personalità della scrittura ma soprattutto del giornalismo italiano è sempre stato una costante soprattutto nei vorticosi anni '60. A suo tempo dissi già di essere pienamente schierato dalla parte di TT, per il suo modo di leggere la vita, oltre che per i suoi contenuti. Ma, in molti frangenti, cosa sarebbe stata la cultura italiana senza stimoli e modi di confronto posti urlando o sussurrando da quei due grandi protagonisti?
Spero no si tenda a "seppellire" la Fallaci con la serie di stronzate dette sul suo conto o semplicemente di obliarla. Per questo post cercavo la foto di OF mentre si strappa il chador impostole per l'intervista con l'ayatollah Komehini in Iran, un gesto così particolare da descrivere esattamente il personaggio. O no?
Lei era solita dipingere i potenti intervistati come degli uomini molto soli. Chissà, forse perché lei sapeva benissimo cos'è la solitudine. Questa foto mi dà la misura esatta di come ho sempre visto la Fallaci.

Innuendo- Postcard to Zanzibar people

di andrea aufieri (05/09/2006 - 15:41)



While the sun hangs in the sky and the desert has sand
While the waves crash in the sea and meet the land
While there's a wind and the stars and the rainbow
Till the mountains crumble
into the plain
Oh yes we'll keep on tryin'
Tread that fine line
Oh we'll keep on tryin’yeah
Just passing our time
While we live according to race, colour or creed
While we rule by blind madness and pure greed
Our lives dictated by tradition,
superstition, false religion
Through the eons, and on and on
Oh yes we'll keep on tryin'
We'll tread that fine line
Oh oh we'll keep on tryin'
Till the end of time
Till the end of time
Through the sorrow all through our splendour
Don't take offence at my innuendo
You can be anything you want to be
Just turn yourself into anything you think
that you could ever be
Be free with your tempo, be free be free
Surrender your ego,
be free, be free to yourself
Oooh, ooh
If there's a God or any kind of justice
under the sky
If there's point,
if there's a reason to live or die
If there's an answer
to the questions we feel bound to ask
Show yourself, destroy our fears,
release your mask
Oh yes we'll keep on trying
Hey tread that fine line
Yeah we'll keep on smiling yeah
And whatever will be will be
We'll just keep on trying
We'll just keep on trying
Till the end of time
Till the end of time
Till the end of time
Till the end of time

Taranta e dintorni

di andrea aufieri (01/09/2006 - 16:17)

Posto qui di seguito un passionale intervento di Mauro Marino sulla Notte della Taranta, cui rispondo in maniera aperta, rifiutando in modo particolare la conclusione cui arriva Marino. Non è da Melpignano, a mio avviso, che potrà arrivare la riscossa del meridione.


L’attesa e lo scatto

di Mauro Marino

L’attesa è tutta per la ‘sinfonia pizzicata’, niente la eguaglia nella sua Notte. Nessun’altra andatura, nessun altro canto, nessun altro ritmo. Anche la tenerezza latina del Buena Vista Social Club è solo un riscaldamento, un surplace d’attesa prima dello scatto che viene nella sintesi ibrida del tutto ‘mesclado’ di generi e sentimenti. La grande Notte è questo incontro, questo brivido. Questa la marca di un lavoro sottile che l’esperienza ha maturato in questi anni di lavoro intorno e con la musica in terra di Salento. Finezza e finitezza di Ambrogio Sparagna, la ‘mujer’ che ci siamo trovato per partorire la meraviglia di un’orchestra autenticamente popolare che fonde e confonde con la sua umanità, con le sue emozioni, col suo osare. E, l’attesa è premiata, lo scatto viene, tutto sale, ‘scazzecatu’ nell’accellerazione che Claudio Giagnotti Cavallo sollecita e imprime, anima gitana di questa terra di rubacuori, che vuole e sa volare, con le sue diversità di caratteri e umori. L’irruenza sorridente di Pino Zimba e quella selvatica di Uccio Aloisi, il raffinato arpeggio cantato di Emanuele Licci, i freschi fraseggi jazz di Raffaele Casarano, la gamma di una varietà di scena che molto altro può. E ci accorgiamo che, la “salentina linda linda” non ha più occhi calanti, non cede tempo al rimorso e sceglie cantare schierando la sua forza: Alessia Tondo, grazia cristallina dell’ultima generazione e i sospiri  di  Antonio Castrignanò che a tutti dice l’antitodo dell’amore.

L’attitudine alla voce l’avevamo dimenticata prima di questo nuovo avvento della salentinità,  la cura è venuta dall’alzarsi di una generazione che si è allevata nell’ascolto, tesa tra memoria e presente. Antonio Amato, Raffaele Pastore, Claudio Prima, Mimmo Epifani, Giancarlo Paglialunga con diversi timbri, estensioni ed accenti allargano il valore contadino della composizione necessaria e spontanea: l’amore e il lavoro, il pane poetico dei dannati della terra si fa canzone. Nessun timore per ciò che sa di pop, in una consonanza che apre la semplicità alla complessità contemporanea. La Notte col suo progredire è palestra che sperimenta, scuola di maturazione di sonorità e di voci ormai certe: Enza Pagliara, Ninfa Giannuzzi, Emanuela Gabrieli, Alessandra Caiulo, Maria Mazzotta, Lorena Cafueri, Stefania Morciano, Stella Grande, Silvia Gallone, Michela Bruno sono il frutto da proteggere e accudire. l’Orchestra il valore da moltiplicare in nuove occasioni di ensemble.

Rina Durante forse non se l’aspettava questo fiorire; l’aveva sicuramente sperato quando con sapienza seminava per un canzoniere e lo nutriva sapiente d’ironia. Con la sua calda sfrontatezza, la sua compassionevole anarchia concimava una ‘quistione meridionale’ che per sottrarsi al giogo della Storia doveva trovare nel popolo i suoi interpreti attivi. Con la Notte questo è accaduto!

 


Caro Mauro,
la Notte è ormai un fenomeno, e come tutti i fenomeni accoglie pesanti critiche e smisurate attestazioni di stima.
Personalmente sono tra quelli che accolgono con golosità gli stili miscelati con la taranta ingrediente forte (penso a Nunez e al Buena Vista Social Club o all'esperimento quanto meno divertente di De Gregori lo scorso anno), ma sono seccato proprio per la dimensione di "fenomeno" cui si è arrivati con poco riguardo proprio per il popolo del sud.
Mi spiego meglio: il tarantismo era un fenomeno popolare e il popolo era fatto di gente misera nell'assenza di conforti materiali alla propria esistenza. Nonostante ciò, la gente manifestava socialmente una volontà trascendentale, spirituale. Una ricerca che potrebbe essere certo attualizzata proprio nella fusione con altri ritmi e altri suoni.
Il punto è, dunque, e ripetendo quanto detto da una grossa firma dalle pagine del Quotidiano: 15.000 watt sono tradizione? O forse manifestano lo sforzo di arrivare ai "fenomeni" commerciali omologati dei quali parliamo in tutto il mondo? La Taranta è come gli U2?
Porsi questa domanda è fondamentale: si avrà la misura del risultato raggiunto dalla manifestazione di Melpignano.
Come è possibile parlare di voce del popolo, di voce propria, di riscatto del sud dalla sua plurisecolare "quistione"?
Definiamo quest'evento un evento culturale: quale segno lascia nella cultura popolare? Quale traccia, quale insegnamento? E' infine plausibile parlare di evento culturale?
Personalmente sono convinto che il sud abbia bisogno di capacità critiche differenti, di volontà politiche tese un pò più in là dalla poltrona, dal potere dal clientelismo che non sono scomparsi nemmeno con la Primavera...
Se poi in mezzo ci facciamo conoscere, balliamo e saltiamo sotto differenti tensioni va anche bene, ma cosa resta dentro, cosa potremo costruire fuori? E quale ricerca?

Pensandoti.

di andrea aufieri (03/04/2006 - 13:22)

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flacilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Impletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.

Marziale, Epigr. V, 34

Affido a te, padre Frontone, e a te, madre Flacilla, questa bimba,
mio amore e mia gioia,
affinché la piccola Erotion non sia terrorizzata dalle nere ombre
e dalle fauci spaventose del cane del Tartaro.
Avrebbe completato soltanto il gelo del sesto inverno
se altrettanti giorni ella fosse vissuta.
Fra due protettori tanto anziani, gaiamente al gioco s'abbandoni
ed il mio nome gridi con bocca balbettante.
Una zolla morbida raccolga le tenere ossa
e tu, terra, non esserle grave, come ella per te non fu.

 

 

Ceci tuera cela? La letteratura, la condivisione, la rete

di andrea aufieri (17/01/2006 - 09:32)


 

Attenzione: questa discussione
avviene in interconnessione
sul sito di Psiche e di Terrarossa.
Sbirciate e dite la vostra!

intervento di Luciano Pagano su Tabula Rasa n.04 e sul suo blog

Di recente il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi, in visita nelle Puglie per presentare il suo primo romanzo, ha avuto modo di essere intervistato sul “Corriere del Mezzogiorno” dal poeta e giornalista Enzo Mansueto. Maurizio Cucchi, sempre di recente ha curato/sottoscritto un volume antologico dedicato alla “Nuovissima poesia italiana” per i tipi di Mondadori. L’attenzione critica di Maurizio Cucchi nei confronti della poesia e della lingua italiana, della prima come critico e della seconda come scrittore, è pressocchè indiscutibile. La sua antologia pubblicata nella collana dei Meridiani e curata insieme a Stefano Giovanardi (Poeti italiani 1945-1995), costituisce il secondo tassello di un discorso antologico iniziato da Pier Vincenzo Mengaldo nel 1978 e, allo stesso tempo, si propone come riferimento per una generazione, non soltanto di lettori, cui appartenevano nell’anno in cui fu pubblicata l’antologia “Poeti italiani del Novecento”, bimbi ancora in fasce o addirittura non-ancora-nati; si tratta di quella generazione che comincia oggi ad essere presentata e raccolta in altri progetti editoriali. Con ciò risulta evidente, accostata alla militanza giornalistica di Cucchi, la conoscenza della materia. Ma torniamo all’intervista del Corriere. L’argomento toccato, ad un certo punto, è stato l’esplodere della nuova oralità poetica, dei reading, di movimenti legati alla poesia e alla sua espressione. L’intervistatore chiede un parere su Lello Voce. Cucchi risponde anzitutto chiarendo che questo fenomeno non è affatto recente e poi, molto brevemente, dicendo che se lasciamo la poesia in mano a persone come Voce forse è meglio che andiamo a giocare tutti a pallone.
La bellezza di (certi) giudizi critici si misura, anche, dalla commistione dello stile, della competenza, e della singolarità che i giudizi stessi vogliono racchiudere in maniera apodittica. La sottrazione dell’immagine e il rifiuto da parte dello scrittore, rifiuto programmatico messo in atto ed enunciato ad esempio dai Wu Ming (cfr. Manifesto, da home page di www.wumingfoundation.com
), il rifiuto da parte dello scrittore di intervenire in argomenti che non gli competono minimamente, che esulano dalla sua poetica, dalla sua ricerca, da tutto ciò che non è scrittura, ebbene questo rifiuto è legittimo. E’ interessante vedere come una posizione così forte (dove la ‘forza’ è un semplice concetto che bilancia la debolezza filosofica cui ci abituano certe descrizioni postmoderne) venga da scrittori che operano (anche) in rete piuttosto che da intellettuali che migrano da uno studio all’altro, parlando di letteratura, della loro ultima fidanzata, del loro piatto preferito o di tutte e tre le cose insieme. Antitetici a queste forme di intellettualismo sono tanto Maurizio Cucchi quanto Lello Voce. Tornando all’esegesi della risposta su Voce espressa da Cucchi, sfruttiamo questo concetto dei Wu Ming, in che modo? Cercando di capire quale aspetto dell’agire culturale di Lello Voce sia passibile della critica cucchiana, che sfocia in un invito a recarci allo stadio, oppure, lama a doppio taglio, a sederci in casa ad osservare gli ottavi di finale della Champions League piuttosto che a leggere un libro o, se ci chiamiamo Lello Voce, a scrivere dei versi.
Il pretesto iniziale è utile per questo, la rete dopo diversi anni non è più il luogo par excellence dell’underground letterario, dei sentieri interrotti e delle pagine scadute, dei siti commerciali delle case editrici, dei forum chiusi, la rete è discussione e qualità, nonché possibilità concreta di far nascere e veicolare discorsi di natura ‘storico-letteraria’, questo articolo presenta alcuni spunti di riflessione in tal proposito.

2] La prosecuzione della letteratura con altri mezzi.

Il rapporto tra i lettori di poesia e i poeti è cambiato. E’ cambiato allo stesso modo il rapporto tra i poeti e la poesia stessa. E’ questo un periodo in cui uno dei sinonimi più accattivanti dell’agire culturale sulla rete è quello di condivisione. Qualcosa che nasce per essere espresso nasce per essere condiviso. Un incremento della condivisione costruisce le basi per quell’incremento del sapere che rende possibile la conoscenza, sapere è potere. La poesia è un patrimonio letterario e culturale non esclusivamente basato sull’azione della scrittura, il fatto che sia presente sui libri o che sia presente in rete è indifferente. ‘La parola è importante’.
La costituzione di un presupposto canone critico, non sappiamo fino a quando, sarà centrata sul vaglio della produzione cartacea.
Ciò implica che la letteratura poetica, per quanto la poesia ancora dirsi appartenente ad una nicchia, è comunque legata ad un discorso di circolazione dei materiali e quindi anche economico. Un critico letterario difficilmente potrà leggere due o trecento libri al mese, come difficilmente potrà soffermarsi su non più di una decina di testi in modo chiaro e imparziale. A ciò si aggiunga il fatto che spesso la poesia è veicolata il più delle volte su mezzi di indiscutibile pregio manifatturiero, edizioni a tiratura limitata, stampe che per alcuni editori specializzati non superano le cento/duecento copie di tiratura, cinquecento nel migliore dei casi. In poche parole certe ‘zone’ della produzione letteraria poetica letteraria sono situate all’esatto opposto di ciò che la rete rappresenta in termini di capacità di raggiuntimento del lettore. Edizioni limitate si ritagliano uno spazio nella marea di libri stampati (più di centomila all’anno); ‘contenuti’ sul web convivono sullo stesso plateux orizzontale (leggi anche ‘di orizzonte’) tra miliardi di pagine in rete. Il che significa, agli antipodi, che quando un libro di versi riesce a giungere nelle mani del lettore, in Italia, si grida ancora al miracolo. Questa situazione era lucidamente descritta in un libro comparso per Pratiche Editrice nel 1981, il libro in questione era “Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole”, tra gli autori ospitati e interrogati dagli studenti delle scuole c’erano, anche, Andrea Zanzotto e Maurizio Cucchi. Era chiaro, già allora, che il numero di lettori/acquirenti della poesia non era per niente considerevole.
Lo stesso Cucchi rispondeva così alla domanda “Quante copie sono state vendute delle sue opere?”:

“Il Disperso, pubblicato da Mondadori, ha avuto una tiratura di 2.000 esemplari, che poi vengono più o meno venduti, di cui 100-200 vengono distribuiti gratis a critici, amici, ecc. e gli altri che figurano venduti sono in libreria, o nelle biblioteche. In Italia si può calcolare che un libro di poesi di autore vivente pubblicato da un grosso editore venga letto – salvo gli addetti ai lavori – da 500 persone su circa 60 milioni di abitanti. Le cose sono peggiorate dal ’56 ad oggi dal momento che la tiratura media di un testo poetico rimane di 2.000 copie ed essendo aumentato il numero di abitanti è evidente che la diffusione della poesia è diminuita. Si dice nei rotocalchi che il cantautore è un poeta; ho il massimo rispetto per i cantautori, però la poesia è un’altra cosa, richiede un altro tipo di lavoro, un altro senso della parola. La facile riproducibilità delle opere di poesia toglie al mestiere di poeta molto del prestigio sociale e della importanza economica in confronto, per esempio, a quello del pittore.”

 Ecco un'altra affermazione su cui si può ulteriormente riflettere. Quanti hanno scoperto le opere di Villon o Edgar Lee Masters, per fare un esempio, grazie all’ascolto dei dischi di Fabrizio De André? Certo è vero, le eccezioni confermano le regole. Tuttavia, quando si parla di “prestigio sociale” mi vengono in mente una serie di immagini evocative, Dante Alighieri che passeggia e viene additato come una persona che ha realmente compiuto un viaggio nell’Oltretomba è un esempio di immagine evocativa.
Emblematico a riguardo l’atteggiamento di Mario Luzi, nei confronti di Fabrizio De André, in un intervento intitolato proprio “Fabrizio De André, la chanson come letteratura” (5 novembre 1997, ora in “Mario Luzi. Una voce dal bosco”, Nuova Iniziativa Editoriale S.p.a., 2005) esordiva così “Caro De André, sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso”, per poi riconoscere il forte valore sociale e letterario dell’opera del cantautore, nel quale riconosceva evidentemente un’identità di percorso civile, a prescindere dall’iscindibilità di testo e musica, tuttavia tentando di leggere quei testi dotati di intrinseca ritmicità. Un’esortazione, certo, rivolta da uno dei poeti più rappresentativi del secolo ad uno dei suoi cantanti più espressivi; se proprio vuol darsi una regola che scinda la musica dalla poesia ‘letteraria’ lo chansonnier de “La guerra di Piero” è certamente l’eccezione che confermerebbe quella regola.
Venti anni fa, in Italia, il paragone possibile tra cantautori e poeti. Oggi, la ritrosia, per alcuni, nel riconoscere come buoni i risultati poetici di certi movimenti che nascono e utilizzano la rete, che, a scanso di equivoci, non è ‘additivo’ della poesia, semmai veicolo possibile, non tanto perché non ci sia della qualità in certi discorsi, ma forse perché alcuni discorsi risultano scomodi e non funzionali alla letteratura della distanza (Poesia Italiana) perché troppo vicini alla vita.

3] Nella frattura il percorso

Eppure è proprio all’interno di questa frattura (tra cantautori e poeti ieri, e tra scrittori in rete e scrittori fuori dalla rete, non semplicemente intesa come supporto) che si è delineato un percorso di continuità tra gli anni sessanta e oggi, nel mentre che è in atto una discussione sull’affrancamento/oltrepassamento del Gruppo ’63. Aldo Nove è stato curatore di un’antologia intitolata Covers, nella quale venivano presentati testi di canzoni tradotti in italiano da poeti. L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” reca come sottotitolo “album della nuova poesia italiana”. La commistione di linguaggi, già in atto, diviene una scelta programmatica. Non ‘antologia’, né tuttavia ‘collezione’ di testi. Con un rimando alla lingua inglese si dà una versione non tanto di ‘collection’, quanto di ‘compilation’ della poesia italiana di oggi, rendendo ragione di un movimento ampio di resa della poesia al pubblico. Gli stessi curatori vengono sono definiti come peejays, ‘deejay della poesia’, ‘poetry jammer’. Jamming & Slamming. Il fenomeno, al di là del suo valore documentario e letterario, può essere interpretato in duplice chiave. Una critica più superficiale potrebbe definire, questo, come un tentativo di ‘svecchiare’ la poesia, avvicinandola a quante più persone possibile. Questa interpretazione, se accettata come univoca, presupporrebbe che la poesia in genere sia un corpus agonizzante al cui capezzale si affannano nei modi più impensati medici, alchimisti e fattucchieri. Secondo me questi sono veicoli che non servono a ringiovanire, ma a confermare le origini della poesia, la poesia come canto, la poesia come narrazione lirica di ciò che accade, la poesia come tentativo difficilissimo e impervio di descrivere la realtà. Un fenomeno che è nato e si è accompagnato alla poesia dalla sua nascita a oggi. L’ermetismo di Celan non sarebbe comprensibile senza un ancoraggio alla sua condizione storica e biografica.
E’ un tentativo ben riuscito di rendere merito di un travaso oramai in atto tra “poesia e realtà” (vedi Poesie e Realtà ’45-’75, Il pane e le rose, Savelli, Roma, 1977, a cura di Giancarlo Majorino), tra azione e pensiero dell’agire poetico. In un mondo in cui non si è più capaci di ricordare la poesia deve giungere in soccorso, in un mondo dove siamo bombardati da informazioni e da miriadi di linguaggi differenti la poesia può fornire i mezzi per delineare orizzonti di silenzio nel mezzo del frastuono, se necessario con lo stesso frastuono trasmutare il silenzio che ne consegue, l’attimo infinitesimale che passa dalla fine di un verso detto e lo spegnimento del microfono. I musicisti raffinati potranno continuare a sostenere che questa non è propriamente musica, e i poeti altrettanto ortodossi potranno sostenere che non si tratta propriamente di poesia. Resta il fatto che queste produzioni rendono merito di centinaia di altre produzioni simili, in teatro, dove la poesia è disseminata e contaminata, lì anche la lingua muta.

4] L’antologia negata. ma il cielo è sempre più blu Lello Voce/Aldo Nove

1. Uno dei concetti più interessanti che Lello Voce trasmette durante i poetry slam è il concetto di comunità. Perché veniamo ad ascoltare in un reading un poeta che dice i suoi versi? Per esserne appagati? Perché partecipiamo da spettatori ad una lettura di versi, alla presentazione di un libro, ad un poetry slam? Per essere lì? Non escluso che a volte accada anche questo, ma che cos’è che spinge il lettore all’incontro con chi scrive? Il gesto di acquistare, ricevere, scaricare e leggere un libro è un gesto intimo che presuppone il cercare e, momentaneamente, la soddisfazione del desiderio nell’aver trovato, nell’opera che abbiamo di fronte, una risposta. In inglese e informatica diremmo query, è il meccanismo che ci spinge a vagare casualmente da uno scaffale all’altro di una biblioteca in cerca della risposta ad una domanda interiore. La presentazione di un libro, con l’autore o con un critico oppure con un semplice lettore appassionato che fa da guida, è un momento in cui si crea ‘comunità’, in un reading o in uno slam si raggiungono momenti che possono viaggiare dall’emozione alla repulsione in pochi attimi. Il concetto, tuttavia, è uno: non c’è una persona che parla davanti ad una platea, lo spettatore e l’attore sono sullo stesso livello.
Questa condizione può darsi se ci limitiamo all’ambito della parola scritta, dovunque essa compaia? La risposta è sì, la poesia può, nell’intimità della lettura, divenire lettura di se stessi; eppure l’urgenza di certe situazioni non può rimanere su un foglio di carta. La poesia è una moneta che acquista valore nello scambio continuo, nel non essere più propria (dell’autore) ma altra (di tutti). Questo è uno dei tasselli che compongono l’anima del discorrere-poesia di Lello Voce. Facciamo un passo indietro, al Gruppo ’93, per rintracciare, se c’è, l’origine e la premessa di questo operare:
 “Le condizioni per progettare un lavoro poetico non sembrano più date dalla dicotomia tra lingua ordinaria e lingua seconda in cui realizzare lo scarto.
La lingua ordinaria, oggi, è già in partenza estetizzata come comunicazione sociale. Il vecchio detto ‘si fanno più metafore in un giorno di mercato che in cento poesie’ all’interno di una mutazione complessiva delle situazioni e delle modalità comunicative, è diventato una realtà quanto mai pervasiva. Al rapporto norma-scarto potrebbero essere contrapposte diverse strategie di contaminazione” (“Baldus, Mariano Baino, Biagio Cepollaro, Lello Voce, Allegoria e torsione della lingua” in Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni,1990).

 Il presupposto stesso della ricerca poetica andrebbe cercato nell’orizzontalità di un discorso sulla lingua, più che nella sua verticalità. Per quanto la poesia, nei secoli, possa aver attraversato periodi di fruizione legati essenzialmente ad ambiti elitari, perfino nelle corti doveva esservi ‘condivisione’ e, per quanto ristretta, ‘comunità’, il che tuttavia, oggi, non è più possibile. Non può darsi comunità senza dialogo tra i partecipanti e i componenti della comunità perché il dialogo è uno dei presupposti dell’idea stessa di comunità. La poesia non è soltanto una questione di scrittura e di lingua.

“Crediamo nella funzione essenzialmente comunicativa della poesia in quanto lingua e nostro obiettivo è quello di evitare l’afasia derivante dall’enfatizzazione del lavoro sul significante per indagare, attraverso la complessità dei livelli testuali, la complessità del reale”

E prima ancora “[…] la dicotomia insistente sulla centralità del Soggetto o, al contrario, sulla sua disseminazione” verso “una pratica testuale costantemente critica nei confronti dell’io lirico”.
La differenza che viene stabilita è tra poesia per sé e poesia per gli altri, questo sembrerebbe il messaggio. A questo si aggiunge, di recente, Fastblood (i cui testi riuniti sotto il titolo L’esercizio della lingua hanno ricevuto il Premio Delfini di Poesia 2003), l’ultimo lavoro su cd di Lello Voce, dove viene messa in gioco l’idea di brand, con utilizzo degli stessi mezzi dei media per apportare idee differenti, alternative ed contrarie ad una condizione che quelle idee ha generato.

 2. La poesia quindi, quando non è soltanto parola scritta, quando è anche ‘discorso’ che travalica i confini della pagina, diviene interlocutrice di alcune logiche. Una delle possibili alterità rispetto alla poesia tradizionale potrebbe consistere nella dichiarazione di queste logiche e di un tentativo di risolverle senza che tutti, il poeta, la lingua, l’azione, ne risultino schiacciati. Le antologie sono state il punto di partenza di questo discorso. I criteri, la scelta dei materiali, la stesura delle schede critiche espellono un lavoro, poi visibile sotto forma di elenco, autori, poesie scelte. Antologia equivale a comunità.
L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” è differente, perché dell’antologia tradizionale, o meglio, di alcune cattive antologie, travarica l’impianto di catalogo per innescare il discorso, il suo filo conduttore, nell’impianto visibile dell’antologia. Il progress che ne risulta è esso stesso telaio della proposta editoriale. Perché, dunque, antologia negata?
Rimandiamo al sito di Lello Voce (
www.lellovoce.it) per ogni notizia riguardante il difficile percorso editoriale di questa operazione, conclusosi nella sua diffusione dal sito stesso.
Il sottotitolo dell’opera recita “album della nuova poesia italiana”. Lello Voce ha prodotto due testi accompagnati da cd (“I segni i suoni le cose”, Manni e “Farfalle da combattimento”, Bompiani) oltre al già menzionato FastBlood. Mentre Aldo Nove ha curato nel 2001 Covers nelle galassie oggi come oggi (Einaudi). Di conseguenza esiste un richiamo sotteso al fatto che i poeti contenuti in questa antologia non possono essere scissi dal loro agire poetico e performativo. Tra gli altri troviamo testi del collettivo torinese Sparajurii, impegnato in laboratori di scrittura, performance di reading e produzione di cd audio, dove viene condotto l’interessante esperimento, se così potremmo definirlo, di mixing poems with music, laddove al posto di musiche originali vengono utilizzati pezzi musicali noti (dai The Doors, fino a Lou Reed, passanto per Brian Eno), con un effetto di risulta straniante, dovuto anche alle tematiche affrontate nei testi. Ma procediamo all’interno del testo.

3. Abbiamo detto che la peculiarità di questo testo è nel telaio, l’antologia è infatti un racconto. Tra una poesia e l’altra, infatti, brevi frammenti di prosa delineano un discorso. Inoltre è interessante la suddivisione tematica in sezioni (le rovine, i ruoli, il lavoro, la discoteca, il sesso, la memoria, la violenza, l’amore, le merci, la lingua, il sogno [vostro]). Le sezioni delineano un catalogo all’interno del catalogo. C’è un testo di Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero, che racchiude in una poesia terribile quello che da venti, forse trent’anni ci è accaduto intorno. L’ansia smodata di un paese che cerca verità e trova televisione. Perché dunque la prosecuzione della letteratura con altri mezzi? Perché la poesia deve essere critica e, attualmente, la rete fornisce il grado di libertà adatto perché la critica sia recepita in modo capillare, come è giusto che sia per tenere il passo con chi è onnipresente e onnicomunicante. E se la realtà diventa più cattiva allora anche le antologie non devono descrivere lo status quo della poesia ma devono farsi portatrici di una proposta differente. Citiamo una poesia di Luciano Erba (in Pier Vincenzo Mengaldo, Poesia italiana del Novecento, 1978), intitolata “Le giovani coppie:

Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

 La linea lombarda si assesta su un’espressione dei moduli del quotidiano in versi, in una circoscrizione del fatto reale tramite descrizioni ‘esatte’, nei suoi esiti più spontanei questa poesia traduce un nuovo-realismo (non neorealismo). Ci vorranno anni per arrivare a raggiungere la stessa cruda spietatezza (vedi Ecce Video, di Valerio Magrelli) del quotidiano che, ad esempio, si ritraccia nei versi di Gabriele Frasca antologicizzati qui da opere già pubblicate. Oggi però sembra che il tentativo più atteso sia quello di tradurre in versi il reale, con tutta la sua insensata mostruosità e, nello stesso tempo, di cercare una soluzione. Lo specchio si è infranto e l’incanto si è rotto. A distanza di cinquant’anni il reale è edulcorato, in altri contesti si cerca una poesia che colmi il divario tra il dopoguerra e l’oggi. Mi vengono in mente certe atmosfere rintracciabili in “Le luci gialle della contraerea” (Mario Desiati, LietoColle), quale forma di impegno può essere attuata, da una generazione che ha vissuto sulla sua pelle virtuale la visione di una guerra reale a distanza? Le nostre case possono essere paragonato a rifugi? Il rifugio è altrove. Alla poesia, con il tramite della rete, si chiede di aderire il più possibile alla realtà. La stessa sete di reale giunge dalle redazioni delle riviste letterarie. Sullo stesso percorso si muovono le voci poetiche dell’agire, seminate in un paese dove il verso è detto e cantato, in teatro e in musica. Aedi cui non spetta il compito di costruire dopo le rovine, ma di rendere possibile la costruzione anche nonostante le rovine.
Ho incominciato questo intervento citando un’intervista di Maurizio Cucchi. Uno dei passaggi di quell’intervista racchiudeva un pensiero scomodo, quasi in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza nello stesso luogo.

E. Mansueto) E che dire di internet: la rete sta erodendo la pagina scritta? (M. Cucchi) <<Io credo che la pagina sia una casa in affitto. La poesia non è necessariamente parola scritta. Sta nel nostro cervello. Uno può comporre a memoria e ripetere oralmente. La pagina è un luogo, un supporto su cui depositare la parola. La parola è la cosa importante>>. (Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2005, supplementoe de Il Corriere della Sera).

L'arte. Espressioni e dimensioni. Poesia e canzone oggi/2

di andrea aufieri (13/01/2006 - 09:25)

Attenzione: questa discussione
avviene in interconnessione su questo link
 sul sito di Psiche/ Irene Leo. Sbirciate e dite la vostra!

segue dall'11/01/2006

A De Gregori fa eco Guccini che canta ne “L’avvelenata”: “però non ho mai detto che a canzoni / si fan rivoluzioni, si possa far poesia”. E sostanzialmente Guccini è su posizioni simili a quelle di De Gregori. Se ne discosta, almeno in parte, un ex autore ora più noto come poeta tout-court, Umberto Fiori, che peraltro dimostra coi fatti come i due mondi non siano poi così distanti. Nel suo libro “Scrivere con la voce” dedica due interi capitolo ai “poeti italiani e la canzone”: il primo analizza l’apporto dato dai poeti professionisti alla canzone (rare tracce di Pasolini, Calvino, Roberto Roversi) e il secondo affronta il tema a noi caro. E scrive: “A ben vedere alla poesia (che sconta una vertiginosa perdita di autorevolezza) si rimprovera di non avere una bocca, una voce, un corpo: di essere solo scrittura” concludendo che “la poesia non può e non deve eludere ancora per molto il confronto con la parola incarnata e innanzitutto con la canzone. Confrontarsi non significa adeguarsi. Credo anzi che proprio da un confronto le differenze e i contrasti finiranno per risultare più chiari”. Un’altra poetessa, Donatella Bisutti interviene sul tema nel suo libro “La poesia salva la vita”: “Nella percezione del pubblico si manifesta sempre più una tendenza a eliminare ogni distinzione tra poesia e canzone e ad assimilare gli autori di canzoni ai poeti … per i giovani è l’unica forma di “poesia fruibile”, l’unica forma di accesso a un testo letterario in versi”. Prosegue poi citando una serie di contatti stretti tra versi di cantautori e poesia (Conte, Ciampi, De André, Guccini) per concludere: “nonostante questo, testo poetico e testo per canzone, anche quando sembrano avvicinarsi fino quasi a coincidere, restano pur sempre qualcosa di diverso, perché il loro intento e la loro destinazione sono differenti”.

Proseguiamo? In ordine sparso: Fabrizio De André che dissimula, ma non nega , citando Croce: “fino all'età di 18 anni tutti scrivono poesie. Dai 18 in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, per precauzione, preferirei considerarmi un cantautore”.

Eugenio Montale: “La verità è che la parola veramente poetica contiene già la propria musica e non ne tollera un’altra: e che solo la parola poco o punto poetica sopporta di essere l’attaccapanni di una successiva poesia”

Roberto Vecchioni: “La poetica di gran parte della canzone d'autore ha un'altezza parallela, quando non addirittura maggiore, a quella della poesia scritta [...]. E poi, mentre la poesia scritta utilizza un solo significante, cioè la parola, la poesia musicata ne presenta almeno tre: parola, musica e interpretazione. Infatti c'è anche la voce, la resa fonica, la performance, che è fondamentale”.

Maurizio Cucchi: “Il nostro è un lavoro sui tempi lunghi, non compatibili nell'era della comunicazione immediata. Gli intellettuali che fanno tendenza sono quelli, presunti tali, dei talk-show. Conta di più la battuta dell'ultimo comico che la riflessione approfondita di un filosofo. Anche per quanto riguarda la poesia qualcuno tende a confondere i poeti con i cantanti di musica leggera”. E ancora: “In genere chi dice che la canzone è poesia non legge la poesia. Purtroppo c’è qualcos’altro da aggiungere, e non è poco: le canzonette dei cantautori, sono quasi sempre musicalmente povere, poverissime, rudimentali. E possono dunque piacere sul serio soprattutto a chi non è abituato all’ascolto di vera musica”.

Francesco De Gregori: “Il testo di una canzone usa schemi tecnici che sono tipici della poesia: il verso, la ritmica, la ricerca della rima. Nella musica però compaiono elementi diversi, ad esempio ci sono le pause. Non solo. Puoi fare un verso di sette sillabe e subito dopo di nove sillabe. In poesia no, i conti non tornerebbero. In musica sì, perché al posto della sillaba che manca metti una pausa musicale. Rimane quindi il fatto che le canzoni hanno una storia loro. Si può dire, è vero, che oggi le canzoni, soprattutto tra i giovani, abbiano un po’ preso lo spazio che una volta aveva la poesia. Ma sono due oggetti diversi. Io mi incazzo sempre quando mi dicono: ‘Questa canzone è una bellissima poesia’. No, questa canzone semmai è una bellissima canzone. Di poesie brutte te ne posso dare a chili. Se volessi scrivere poesie, perché dovrei faticare con una chitarra? Sono un lavoratore manuale, non sono un intellettuale. I poeti stanno nell’empireo, io sulle dita delle mani c’ho i calli…".

Angelo Branduardi: “"La forma canzone è diversa da quella poetica. Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca”.

Francesco Guccini: “Se fossi poeta, se fossi più bravo e più bello / avrei nastri e gale francesi per il tuo cappello”. Oppure “Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino / le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino; / ma non ho scuse da portare, non dico più d'esser poeta, / non ho utopie da realizzare, / stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta”.

Fernanda Pivano: “in questi anni non esistono poeti, ma esistono solo cantautori. E De André è stato il più grande poeta contemporaneo, forse il più grande oggi in Italia”. “De André è sicuramente il più grande poeta che questo Paese abbia avuto, non ci sono dubbi.

Maurizio Cucchi: “La signora Fernanda Pivano insiste nel dire che Fabrizio de André è un grande, grandissimo poeta. Anche sul recente numero di “Io Donna”. Perbacco, ho stima della celebre americanista, e De André è stato un bravo autore di canzonette, ma finiamola con queste scemenze. Amici, fate attenzione! Il Novecento ha prodotto una serie formidabile di poeti straordinari: basta leggerli, per capire che non c’è alcun bisogno di rifugiarsi nella musica leggera. “Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora” vi sembrano bei versi ?!”. (A me sì – NdR)

Edoardo Sanguineti asserisce che molte canzoni di oggi, rispetto alla poesia odierna, conservano l'attenzione al discorso melodico.

Potremmo andare avanti a lungo e citare poeti come Allen Ginsberg e Beno Fignon che hanno amato accompagnarsi con strumenti musicali nelle loro performance poetiche o cantautori come Van De Sfroos e altri che, a un certo momento, hanno deciso di musicare delle proprie poesie, ma preferiamo chiudere con “L’anima dei poeti”, un libro intero che tratta di questi argomenti, pubblicato nel 2003 dal Club Tenco con l’editrice Zona, come atti del Convegno omonimo svoltosi a Sanremo dal 23 al 25 ottobre 2003 e dove sono intervenuti un po’ tutti: da Enzo Vendrame allo stesso Vecchioni, da Eric Andersen a Umberto Fiori, da Franco Fabbri a Patti Smith, da Marco Paolini a Fernanda Pivano, coordinati da Enrico De Angelis e Sergio Secondiano Sacchi.

Anche qui cogliamo fior da fiore: Morgan quasi riecheggia Donatella Bisutti: “La mia tesi è che in ultima istanza è bene che gli ambiti siano separati: che la poesia rimanga poesia e la canzone rimanga canzone. Solo così riusciamo a valorizzarle per quello che sono: differenti generi, differenti sguardi sulla parola, due modi diversi di intendere il verbo”.

Sergio Staino: “Aspettiamo che l’Accademia dei Lincei riconosca finalmente ai cantautori questo loro ruolo di profondo rinnovamento della poesia in Italia. Se ancora oggi qualcuno si interessa di poesia è perché ama Francesco Guccini e quindi lo viene a sentir parlare anche di poesia. Altrimenti la poesia vivrebbe una vita ancora più stenta”.

Guccini: “Con Roberto Vecchioni ci siamo detti “Basta con la polemica tra poesia e canzone che si trascina da anni”. Insomma sia autori di canzoni e non di poesia. E’ semplice. Non ha senso questa polemica. Ci sono poesie belle e canzoni belle e ci sono poesie brutte e canzoni brutte. Quando mi dicono “Sa, lei non scrive canzoni, scrive poesie”, rispondo “No, io scrivo canzoni”. Perché la tecnica è diversa, l'intenzione è diversa"

...continua...

L'arte. Espressioni e dimensioni.Poesia e Canzone oggi / 1

di andrea aufieri (11/01/2006 - 00:52)

 

Cominciamo oggi esponendo un primo stoc di alcune delle voci più autorevoli in merito all'eterna diatriba tra poesia d'autore e canzone d'autore. Scansiamo il confronto tra poesia e canzonetta. Dacché esistono circuiti commerciali globali e la cultura pop, questo si annuncia come un confronto senza soluzione di continuità. Ma solo forzando la vista e tifando per i poeti, perché non credo che il confronto possa essere sostenibile se si getta uno sguardo alle vendite, in definitiva alla possibilità di farsi conoscere se non proprio di farsi leggere da parte degli autori.

 Basta affrontare l’argomento nei dintorni di De Gregori per essere accolti da un ringhio, basta sussurrarlo dalle parti di Vecchioni o di Bubola per essere accolti invece da un “perché no”? Ma anche ne “Le strade di ieri”, vi ricordate? De André cantava “i poeti che strane creature” e De Gregori “I poeti che brutte creature”. Vecchioni peraltro si è buttato sul tema con “I poeti si fanno le pippe / coi loro ricordi / la casa, la mamma, le cose che perdi / e poi strisciano sui congiuntivi / se fossi, se avessi, se avessi e se fossi, / se fossimo vivi” (“I poeti”). Salvo poi dedicare svariate poesie al mondo poetico (Alda Merini, Arthur Rimbaud, Fernando Pessoa).
Massimo Bubola, intervenendo sul tema dice: “Come è noto, l'Occidente è un paese malato di classicità e soprattutto in Italia la poesia è nata in ambienti colti, chiusi, decisamente autoreferenziali. La musica popolare, però, ha avuto il merito di scendere tra le persone comuni, parlando un linguaggio universale e offrendo in questo modo un immaginario collettivo nel quale potersi riconoscere. E poi ricordiamoci che la canzone del Novecento ha dato degli autori fondamentali per tutti noi. O forse c'è ancora qualcuno che crede che Bob Dylan, Leonard Cohen e Fabrizio De André non siano dei poeti?”.
No, non lo dice nessuno, ma c’è chi, come il solito bastian contrario De Gregori afferma: "non sopporto chi dice che la canzone è poesia" e ancora "Io non voglio fare un sezionamento delle mie canzoni […]quando leggo "Paolo e Francesca" non mi chiedo Gianciotto cosa c'entrasse in realtà, a che pagina del libro li ha trovati che si baciavano, se abbiano scopato o meno […]. E una curiosità per niente sana. E' una curiosità puntuale, didascalica, a cui ci ha abituato una scuola fatta da maestre vecchie e impreparate. Non è così che va guardato né un quadro, né una canzone, né niente".

Continua...

Su Stanley "Tookie" Williams

di andrea aufieri (13/12/2005 - 13:05)

 

HASTA LA VISTA, BABY!

In mezzo tra il Giortno del Ringraziamento ed il Natale, gli Americani si saranno fatti scivolare addosso l'ennesima dimostrazione d'inciviltà che la loro Confederazione ha compiuto. Eppure sono loro il Paese più avanzato, l' avanguardia dell'occidentalità.

Sapere il perché di tante cose non risolverà nulla, eppure stamane una persona è stata assassinato dall'Avanguardia Occidentale, nel "migliore dei Paesi possibili" del "miglior Mondo possibile".

Stanley "Tookie"- si direbbe "Tockie", ma va bene lo stesso- Williams è stato un violento, perché è stato uno dei fondatori dei Crips, una delle due gang originali di Los Angeles (l'altra è quella dei "Bloods") che nel corso degli anni hanno trasformato interi quartieri della città in campi di battaglia nei quali ogni anno cadono, inutilmente, centinaia di giovani pronti a uccidersi a vicenda per due grammi di crack.
Come uno dei leader storici dei Crips, Williams è appunto uno dei responsabili di questa carneficina, ma è anche uno che da quando è entrato nel penitenziario di massima sicurezza di San Quentin, 24 anni fa, ha deciso di trasformare la sua vita. Ha scritto libri e trattati sulla stupidità della violenza. Ha scritto libri per bambini in cui ha parlato del valore della tolleranza e della pace. E' diventato un prigioniero modello. E per ben cinque volte il suo nome è stato proposto per il Nobel per la pace e per la letteratura. In particolare, tocca il cuore il suo "Blue  rage, black redemption", dove egli descrive i tumultuosi mutamenti del suo animo.

Insomma, il sistema carcerario ha avuto, o pare proprio che abbia avuto su di lui l'effetto che si spera la follia del carcere possa avere su tutti quelli che vi vengono gettati. Sarebbe stata una festa della civiltà, la Società avrebbe riacquistato dignità.

Ma quanta dignità può avere la società di uno Stato governato da Terminator? Williams e Schwarzenegger si sono conosciuti: sul finire degli anni Settanta frequentavano entrambi la palestra all'aperto di Venice Beach, dove Tockie restava per ore in ammirazione della forza e dei muscoli di questo atleta austriaco che, in quei giorni, era noto solo nel mondo del bodybuilding.

Il campione di bodybuilding ha messo su un bel teatrino e, da Governatore, ha recitato sicuramente qualcosa del tipo: "Hasta la vista, baby!", negando la grazia a Williams. Almeno nei suoi film le mani se le sporcava di persona.

La causa della morte di Tockie si potrà leggere sugli atti ufficiali: "Omicidio". L'ultima ipocrisia.

Venerdì scorso Tockie ha rilasciato la sua ultima intervista alla giornalista di Newsweek Karen Breslau.

Ci vuole descrivere le condizioni fisiche in cui si trova in questo momento?
«Si riferisce al fatto che sono incatenato al letto? Fuori della cella c´è una guardia che controlla ogni mio movimento. Tutto ciò che possiedo mi è stato portato via. Questo è ciò che accade a chi è in attesa di esecuzione della sentenza».
Nel mondo esterno si tende a ritenere che sia «meglio essere morti» che rinchiusi per il resto della propria vita. Lei sta combattendo quasi fino alla sua ultima ora. Perché vuole continuare a vivere in queste condizioni?
«Innanzi tutto ho il cuore, la forza d´animo e la voglia di riscatto necessari a combattere. Non sono colpevole. Non sono uno che si dà per vinto. Ho combattuto per tutta la vita. Essere di colore è la ragione principale. Questa integrità e questa forza d´animo mi è stata trasmessa dai miei antenati che hanno dovuto combattere per restare vivi quando erano in schiavitù, che hanno dovuto affrontare i linciaggi e altri ingiusti attacchi».
Sta dicendo che ciò che è accaduto alla sua vita, il fatto di trovarsi nel braccio della morte, dipende dal razzismo?
«Certo. È collegato al mio passato disgraziato. Sono convinto di trovarmi qui in virtù di un karma, non per aver ucciso qualcuno, perché è una cosa che non ho fatto, ma per altre cose che ho fatto in passato e per le quali l´avevo fatta franca».
Se lei avesse potuto essere nella stanza con Arnold Schwarzenegger durante l´udienza per la sua domanda di clemenza, in che modo gli avrebbe chiesto di risparmiarle la vita?
«Gli avrei detto che sono innocente e che se mi concederà clemenza continuerò a fare il mio lavoro. Credo che quello che sto facendo sia un lavoro. Useranno i miei libri e altre opere per aiutare e insegnare a quelli che vogliono cambiare la loro vita».
La pubblica accusa dice anche che lei sta facendo pressioni non soltanto per ottenere clemenza, il che significherebbe ridurre la sua condanna a morte in un ergastolo, ma anche per un eventuale rilascio dal carcere. Sostiene che lei vuole uscire di prigione e che, ora, per questo motivo direbbe qualunque cosa sia necessario dire per poter presentare altri
appelli.
«Beh, mettiamola in questo modo. Se i miei avvocati riescono a provare la mia innocenza, io non dovrei farlo? Sono certo che se l´infallibile DA (deputy advocate) fosse al mio posto, anche lui si batterebbe per l´innocenza. Loro non si arrendono. Perché, perché sono nero dovrei arrendermi? Perché sono stato uno dei fondatori dei Crips dovrei arrendermi? Loro cercano di dimostrare che la responsabilità di tutto ciò che hanno fatto i Crips è mia. Sono rimasto rinchiuso dal 1979. Sarebbe come dire che tutti i bianchi sono razzisti e dovrebbero essere ritenuti responsabili. Secondo me, dire che tutti i bianchi sono razzisti sarebbe assurdo. Questo equivale a dire che sono responsabile di tutti i reati commessi dai Crips».
Lei ha negato per 24 anni di aver ucciso quattro persone. Durante questo colloquio lo ha ribadito molte volte. Vuole dire i loro nomi?
«Scusi?» [La linea sembra essere stata interrotta. Silenzio] Risponde l´avvocato di William, Barbara Becnel. «Che razza di domanda è questa? In qualunque modo risponda, è fottuto. E una domanda razzista!»

(Copyright Newsweek-La Repubblica. Traduzione di Antonella Cesarini)

«Una delle mie paure è che se scartiamo la possibilità di redenzione e i contributi sociali e se rifiutiamo l'evidenza di redenzione di trasformazione apriamo la strada a una nuova ondata di cinismo», sostiene il reverendo Jesse Jackson. Quindi quando si parla di giustizia, s'intende solo repressione?

Le quattro persone uccise nel 1979 non torneranno indietro ad esternare il nome del loro assassino. Il loro presunto assassino, quello che è stato giustiziato per omicidio, non tornerà per gioco a dirci se è vero.

Restano i suoi libri ed il suo tentativo, a volte andato a buon fine, di togliere ragazzi dalla strada. Con tecniche quali il peer mentor, da pari, e senza giudizi, colui che ha esperienza la riporta a chi lo ascolta.

I suoi libri continueranno ad essere venduti ed apprezzati per il loro contenuto. Il loro autore è morto perché non capace, per la legge, di rientrare nella società.

Questa non è solo una questione di razzismo. Qui qualcosa non va nella cultura. Osservare la foto inserita in questo post mi fa riflettere su due cose essenziali di cui il mondo adulto dovrebbe aver bisogno. Ma che dovrebbe richiedere a gran voce. Informazione critica. Arte critica.

  

George Best...on Goal...

di andrea aufieri (25/11/2005 - 23:49)

"Nella vita ho speso un sacco di soldi in bevute, belle donne e auto veloci,

tutto il resto l'ho sperperato."

Mauro Marino. Per una nuova politica culturale.

di andrea aufieri (09/11/2005 - 00:28)

 

 

 

 

 

C’era e ancora c’é un’ipotesi nuova da affrontare in tema di politica culturale nel territorio salentino, in Puglia e nel mezzogiorno d’Italia.  Il Salento è utile laboratorio, un cantiere di vocazioni in atto e può giocare un ruolo importante in questo ambito, nel definire buone pratiche, sintonie, che all’azione culturale istituzionale saldino un’operatività più vasta che guarda al benessere, alla qualità della vita delineando uno sviluppo territoriale armonico e compatibile. Un tema tracciato nelle proposte elettorali da Nichi Vendola nella sua battaglia ‘per una Puglia migliore’ e prima ancora dal presidente Giovanni Pellegrino, nella sua campagna della primavera 2004 per la Provincia di Lecce. Ambedue contemplavano una ri-modulazione dell’intervento in merito alle politiche culturali, definendo percorsi specifici ed orientamenti che è necessario pienamente attuare per un efficace progetto che disegni ed indichi le finalità di una nuova strategia di contatto e di riconoscimento delle energie creative presenti sul territorio. Costruire strumenti per andare incontro al ‘fare’, può corrispondere e soddisfare una necessità diffusa. Un intento politico rinnovato, in un progetto che guarda alla Puglia e al Salento nell’opportunità di divenire significativa sponda di qualità culturale in una filiera accordata, armonizzata in sintonie. La particolarità territoriale al di là di ogni considerazione e posizione sull’identità, sul valore della tradizione, sulla necessità o meno di innovare, contaminare, adeguare, porta in sé una cifra, una ‘Poetica’, che necessariamente bisogna accudire e crescere senza distrazioni, investendo sull’insieme articolato di questo ‘strano mondo’, affollato di creativi, di artisti in cerca, che in autonomia e nella necessità di definire un proprio peso e ruolo nella vita delle comunità hanno saputo creare, comunicare, affermarsi. E’ necessaria un strategia complessiva e larga che comprende l’intero territorio e le sue energie. E’ fuor di dubbio che la qualità messa in campo dal Centrosinistra con le amministrazioni guidate da Lorenzo Ria, sia stata di una caratura dichiaratamente culturale che ha saputo intercettare, dialogare, finalizzare, accogliere, sostenere, quella spinta che il territorio esprimeva e continua ad esprimere: la conferma di uno stile, di una sensibilità densa di esperienze, ‘in tempo con il tempo’ finalmente senza soggezione e sentimenti di subalternità! Il Salento è nato alla sua Lingua e con essa, pienamente esplicandola, attrae, richiama forti attenzioni, seduce. Le politiche culturali del Centrosinistra hanno acceso dei motori ed hanno saputo accogliere altre andature, avviando la costruzione di esperienze valorizzanti. Ma non è tutto. Molto ancora si prospetta, tentando un’operatività ‘specialmente attenta’, in ascolto, capace di autocritica lì dove è mancante e soprattutto in grado di sintonizzarsi con la necessità di definire valori utili a riempire i vuoti che la contemporaneità sempre con più incidenza produce. La cultura non è spettacolo, è possibilità d’espressione e di apprendimento, quanto più diffusa è questa opportunità tanto più largo diventa lo ‘star bene’ che è godimento del poter dare, del sentirsi in atto, dichiaranti e non solo consumatori, destinatari. Il dialogo con il territorio è senz’altro compito da affinare guardando alle comunità, al loro specifico espressivo, in questo la funzione che va rimodulata è senz’altro quella degli Assessorati alla Cultura - comunali, provinciali e regionali - che dovrebbero ‘imparare’ a far rete. Rinnovarli per farli ‘luogo delle pratiche’ nel destinare risorse, nell’affinare modalità di coinvolgimento, nel proporre sinergie produttive, attenti a calibrare il portato formativo-educativo delle iniziative e dei progetti. È solo attraverso la messa in opera di efficaci “Cantieri della Cultura” come luoghi aperti all’ascolto,  che il dialogo con il territorio può accordarsi in termini nuovi dopo questi anni di entusiasmo e di clamori. Necessaria è una fase di decantazione calibrando uno sforzo volto alla produzione autoctona, armonizzando le iniziative, costruendo servizi e occasioni di lavoro comune, modulando gli eventi, affinando competenze.  L’agire creativo è patrimonio comune, appartiene a molti e molti hanno necessità di sguardo, di confronto, di critica. Molte sono le voci e chiudere in una pretesa solo d’eccellenza significa escludere ciò che eccellenza può divenire. E’ opportuno dare dei segnali, puntare a dare vitalità al mondo creativo tramite sollecitazioni che devono avere come soggetto motore le istituzioni. Atti di fiducia verso chi ha dato, costruito, reso visibile un patrimonio plurale di culture. L’avvio della destinazione di luoghi di proprietà pubblica, l’attivazione di quelli già esistenti in attività trasversali in grado di proporre iniziative e  gestioni partecipate, sarebbe un atto di grande portata. La logica del cantiere che ha caratterizzato molti interventi deve oggi darsi un obiettivo e sostanziare un continuo divenire dei processi. Le ‘vocazioni’ sono il bene comune, ed un accorta politica culturale dove andare incontro a quelle producendo relazioni e sedimentado esperienze. L’”ispirazione di Casole”, dell’abazia amanuense è ancora martoriata dal turco della superficialità e dell’imbonimento mediatico sta a noi trovare risposte, nuovi spunti, nuovo progetto.

di Mauro Marino

Cofferati, Grillo, legalità e bombe. Che succede a Bologna?

di andrea aufieri (07/11/2005 - 01:10)

Se il culto della legalità si scaglia contro la mafia, si venerano i suoi martiri, penso a Falcone e Borsellino.I quali si batterono, però, per la legalità in genrale.

Bologna è lontana da Palermo, ma proprio così lontana? Evidentemente no, se un sindaco di sinistra rompe le scatole alla base elettorale del suo partito, senza trovare appoggio neppure da quest'ultimo. Ed ecco che anche gli acclamati pensatori popolari perdono la ragione. Personalmente sostengo la battaglia di Cofferati, ma solo se saprà portare in condizioni di vita accettabili e non in una misaria ancora più nera i pezzenti che adesso deplora, ma che, sia chiaro, non credo veda come problema o virus della sua città.

Permettere la crescita di una situazione d'illegalità ingrassa la malavita e l'ignoranza verso lo Stato, cioè verso la comunità-di nuovo vi chiedo di passeggiare per le villette abusive del salento o per la via Domitiana di Castel Volturno.-

Perciò vi chiedo di spiegarmi Bertinotti, vi chiedo di spiegarmi il sottocitato Beppe Grillo, vi chiedo di spiegarmi le bombe. Tutto questo non fa altro che aggiungere squallore alla disperazione dei pezzenti.

Lettera di Beppe Grillo a Cofferati

Si parla molto di legalità in questi giorni a Bologna.
E’ un tema sul quale la città cerca di chiarirsi le idee.
Cos’è alla fine la legalità se non un insieme di regole da rispettare che ci si dà per stare insieme?
E se si dice che bisogna combattere l’illegalità come si fa a non essere d’accordo?
Ma i problemi arrivano quando ci si domanda da dove cominciare.

Siamo sicuri che tutte le situazioni illegali debbano essere poste sullo stesso piano e meritino identico trattamento?
Si può delinquere per miseria o per collusioni mafiose, i motivi del reato non possono essere messi da parte.

Non si può partire, sperando di vincere la battaglia per la legalità, con una crociata contro i lavavetri e le occupazioni abusive.

Consigli a Cofferati?

Se questa prova di forza di legalità:

fosse preceduta da una applicazione della giustizia anche a chi a questa si sottrae con leggi ad hoc e ex-Cirielli,
fosse preceduta da un pari furore nei confronti dei condannati in via definitiva che siedono in Parlamento,
fosse preceduta dalla condanna totale e definitiva della privatizzazione dell’acqua,
fosse preceduta dalla rimozione immediata di Fazio e dalla riforma di questa finanza di predoni.


Ecco, allora la capirei, così no.

Lei potrebbe rispondermi che fa il sindaco e che non può occuparsi di tutto.
Vero.

Ma questo ai cittadini italiani non interessa, lei rappresenta l’opposizione più di Fassino, di D’Alema, di Prodi e del Circo Barnum che gira intorno all’Unione.

L’Italia oggi puzza dalla testa, è lì che va applicata la legalità prima che ai lavavetri.

?????

Wu Ming su Pier Paolo. E il significato di commemorare.

di andrea aufieri (04/11/2005 - 01:21)

Commemorare non può voler dire dimenticare. Commemorare non significa conformarsi. Commemorare non è ideologizzare. Commemorare è una parola pericolosa.

Intellettuali e non si sono interrogati, quando non aggrediti, sul significato della commemorazione del trentennio dell'assassinio di un omosessuale pederasta. Troppo forse ha influenzato i critici la sua vicenda umana. Che d'altronde è linfa diretta della sua ideologia e della sua opera. Senza aggiungere altro, credo che ci debbano e ci possano essere momenti diversi e meno "ufficiali" per riflettere sul pensiero di Pier Paolo Pasolini, di sconcertante attualità. Ci si può ancora sbattere per trovare un senso ed una verità meno ovvia. Ed ogni momento sarebbe ottimo per godere della sua poesia. Non aspettiamo altri dieci anni.

PASOLINI PARTIVA PER PRIMO
di Wu Ming 1

Su "Vie nuove" n.40, anno XVII, 4 ottobre 1962, Pasolini racconta nella sua rubrica quel che è successo alla prima di "Mamma Roma": «...Il pivello fanatico che, in cima alle scale della galleria del Quattro Fontane, nel silenzio che seguiva la morte di Ettore appena accaduta sullo schermo, mi ha affrontato con l'urlo stentoreo che sapete ("Pasolini, in nome della gioventù nazionale, ti dico che fai schifo") [...] L'ingiustizia dell'iniziativa patriottica è stata largamente compensata dagli incivili schiaffi che ho allentato all'eroe, non appena, sicuro dell'impunità, ha chiuso quella povera bocca di minus habens strillante il nulla. Dovrei vergognarmi di quella mia reazione improvvisa, degna della giungla: sono "partito per primo", come dicono i tanto disapprovati ragazzacci del suburbio, e gli ho dato "un sacco di botte". Dovrei vergognarmi, e invece devo constatare che, date le circostanze che mi riducono a questo - a ragionare coi pugni - provo una vera soddisfazione: finalmente il nemico ha mostrato la sua faccia, e gliel'ho riempita di schiaffi, com'era mio sacrosanto diritto.» ("Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965", Editori Riuniti, Roma 1977).

In una lettera a Panorama del 7 novembre 1974, Pasolini commenta insinuazioni sul suo conto fatte dal giornalista della Stampa Carlo Casalegno (tre anni dopo verrà ucciso dalle BR, ma questa è un'altra storia) e conclude: «Quanto all'affermazione di Casalegno su una mia "nostalgia di un passato anche tinto di nero", sia ben chiaro: se egli osa ripetere qualcosa di simile, prendo il treno, salgo a Torino e passo alle vie di fatto.» ("Scritti corsari", Garzanti, Milano 1975).

In un frammento inedito di fine '74, Pasolini afferma di non aver mai esercitato «un atto di violenza, né fisica né morale» (Ibidem). Mica per non-violenza, anzi, la non-violenza «se è una forma di autocostrizione ideologica, è anch'essa violenza». Ne consegue che Pasolini non considera affatto violenza gli "schiaffi incivili" e le possibili "vie di fatto" di cui sopra. Di seguito, però, racconta "una sola eccezione", risalente a dieci anni prima. Aggredito da alcuni fascisti, Pasolini reagisce e ne insegue uno, "il più scalmanato": «La nostra corsa è durata per più d'un chilometro attraverso il quartiere San Lorenzo», tra diverse peripezie, salti su e giù da un tram in corsa, calci etc. Alla fine, il fascista riesce a fuggire. «A quel punto, però, probabilmente, anche se lo avessi acciuffato, non avrei fatto più niente. La rabbia cieca mi era ormai passata.» Pasolini fa capire che, se avesse acciuffato quel "miserabile" prima del calare dell'ira, sarebbe parsa poca cosa la reazione "degna della giungla" al cinema Quattro Fontane (altrimenti perché definire "violenza" quest'inseguimento e non quell'alterco?).

Il trentennio seguito alla sua morte ci ha restituito un Pasolini tenero e fragile, saggio e ieratico, eccessivamente ingentilito, "indebolito", "postmodernizzato". Lui, invece, era uno a cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Si teneva in forma, giocava a calcio e poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo etc.
Anche per questo, fin da subito, ben pochi credettero alla prima versione di Pino Pelosi. Se Pelosi fosse stato solo, Pasolini gli avrebbe come minimo incrinato tre costole, fatto ingoiare qualche dente. All'Idroscalo, infatti, lo scrittore si difese: il corpo reca vistose tracce di colluttazione.

In occasione del trentennale del suo assassinio, tutti scriveranno più o meno le stesse cose. Variazioni sullo stereotipo. Porre l'accento su risse e scazzottate può aiutarci a rimarcare la complessità di Pasolini, a ricordarne aspetti meno noti.

Verso il 2 novembre.

di andrea aufieri (29/10/2005 - 10:54)

a quasi trent'anni dall'assassinio di PPP, la verità non si conosce. Ecco un articolo postatto da Genna interessante e provocatorio, anche se le ultime dichiarazioni dell'assassino di PPP smentiscono la tesi di Pischedda, confermando quell'icona di intellettuale scomodo che secondo il giornalista è stata creata ad hoc. Quella che Lecce si prepara ad affrontare è invece una commemorazione che rimane ancorata all'essere poeta ed artista. Alla sigla iconofacente aggiungiamo PPP, poeta.

dal sito di Giuseppe Genna:

Pasolini: dal mito della morte al mito del morto
di Bruno Pischedda

[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere "Pasolini". E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]


"Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l'adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica."
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, "MicroMega", 4/95). A distanza di oltre vent'anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c'è modo di rescindere l'opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l'apice violento, lo scempio conclusivo.
Poco importa se ammontano ormai a decine le pubblicazioni biografico apologetiche dedicate a Pasolini. Né sembra rilevante che la più parte di questi testi finisca con il costituire una sorta di sottogenere specialistico, di scrittura combinatoria dalle soluzioni alquanto limitate. Perché si può anche partire dalla fine, come fa l'americano Barth David Schwartz nel suo imponente Pasolini Requiem (Marsilio, 1995), e poi tornare a disegnare un inizio e una maturità intellettuale già votata all'autodistruzione. Oppure, come propone Giuseppe Zigaina in Hostia, stesso editore e stesso anno, si può individuare una linea esoterica, alchemica, che collegherebbe le poesie, i romanzi e persino i quadri pasoliniani a una vicenda umana dai connotati sempre più mistici e sempre più equivocamente emblematici. Questo e altro si può fare (è stato fatto). Ma al centro o in cornice, con grande dispendio di pagine e di pathos, resta in ogni caso un "progetto letterario fondato sulla morte": rimane il "Mysterion", il sacrificio supremo, di cui le opere scritte non rappresenterebbero che la "figura".
Sulla fine tragica di Pasolini - secondo aspetto macroscopico del genere - si possono intessere d'altronde le trame più libere. Poco più di un fatto di costume, di bassa speculazione pubblicistica è stato considerato il libro in cui Pino Pelosi, l'assassino, ha ribadito ostinatamente la sua versione dei fatti: adescamento, richiesta di prestazioni non pattuite, colluttazione, omicidio (Io angelo nero, Sinnos, 1995). Troppo allettante è il dubbio del complotto, e troppo suggestivo denunciarne l'occultamento. Per cui può capitare, in una ricostruzione giudiziaria pur documentata come quella di Marco Tullio Giordana, che si consideri la morte del poeta un "ennesimo capitolo di quella strategia della tensione in atto all'epoca in tutto il paese" (Pasolini. Un delitto italiano, Mondadori, 1994). Mentre più esplicito, e se possibile più irresponsabile, è Dario Bellezza, che nei giorni della sua stessa agonia scrive: "Allora, all'inizio, anch'io pensai ai fascisti. Mi sbagliavo: dietro il delitto pilotato c'erano, forse, i Servizi Segreti (Pasolini era sulla lista del SIFAR), o la Gladio che prendeva ordini da Andreotti che non poteva tollerare critiche al suo operato di potente democristiano" (Il poeta assassinato, Marsilio, 1996).
Ma da dove viene dunque una così ostinata resistenza all'accettazione di un omicidio, squallido se vogliamo, ma anche tanto probabile nei termini in cui l'ha confessato il colpevole? Perché tanta voglia di sacrificio e di intrigo? Rifiutare le ammissioni dell'uccisore, e il dispositivo di una sentenza ormai passata in giudicato, è un atteggiamento che dice molto. Nico Naldini (e fin da subito amici intimissimi del poeta come Sandro Penna, Elsa Morante) ha scritto recentemente di aver sempre creduto alla deposizione di Pelosi: "anche nei particolari". Ma il fatto, spiega, è che si è voluto inventare "una figura di intellettuale scomodo e perseguitato perché Pasolini non desse imbarazzo come omosessuale". E che tipo di omosessuale! "Da tempo aveva adottato il sadomasochismo anche con rituali feticistici". Né aveva mai tentato di celarlo, "sia nelle ultime poesie, sia in quelle giovanili, dove si era raffigurato come Cristo-giovinetta nel martirio della Croce" (Il treno del buon appetito, Guanda, 1995).
Può essere, in effetti, che rifiutare l'omicidio di Pasolini secondo i modi accertati per via giudiziaria sia un inconsapevole o ipocrita bisogno di occultare post-mortem la diversità irriducibile e irrefrenabile dei suoi costumi sessuali. Può essere, ma non mi pare tutto. È anche un tentativo di preservarne la statura di vate: un modo per custodire un'immagine mitica, consacrata, ponendola fuori e al di sopra di qualsiasi giudizio. "Se si dimentica che Pasolini era un poeta, sempre, anche nei minimi atti della sua quotidianità, non si capisce niente di Pasolini." A tanto ci esorta Bellezza, dopo aver spiegato, con cinismo persino imbarazzante, che assai difficilmente lo scrittore si sarebbe lasciato uccidere da un "marchettaro": "si sarebbe ben difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi. Il ragazzo non avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi, avrebbe fatto i suoi atti mercenari e basta".
Una statua marmorea da onorare senza riserve, al di là del bene e del male, delle luci e ombre che come in ogni uomo convivono: ecco quanto rimane del poeta di Casarsa. Oracolo e deprecatore dei grandi processi sociali che stavano mutando l'Italia degli anni sessanta e settanta, egli riunì in sé le funzioni di vate e di sciamano, di esteta e di monitore nazionale. Fu Carducci e fu D'Annunzio. Nessuno, accanto o dopo di lui, vi è più riuscito. Non Giovanni Testori, il cui visceralismo trasgressivo e moraleggiante è stato ben in grado, e in più di un'occasione, di scatenare tempeste polemiche nel melmoso panorama culturale nostrano. Non Leonardo Sciascia, che negli anni ottanta pure di Pasolini si è sentito erede, e dichiaratamente, nonostante una formazione e uno stile intellettuale diversissimi.
Essere vate nella seconda metà del Novecento, implicava del resto una conoscenza delle tecniche di comunicazione di massa e una poliedricità espressiva che solo il poeta cineasta possedeva. E di qui il senso di privazione, il lutto inestinguibile per la sua scomparsa: ossia il terzo e forse più sincero, sofferto, aspetto del genere "Pasolini". A patire l'assenza del poeta sono i seguaci e gli ammiratori di ieri: "Pasolini - ricorda l'attore Giulio Scarpati - incarnava la vera figura dell'intellettuale, di chi riesce a leggere il presente, profetizzando il futuro" ("Corriere della Sera", 19 agosto 1994). Ma sono anche gli avversari di un tempo, come lo scrittore napoletano Erri De Luca, disposto a far posto all'uomo, Pasolini, nel proprio sacrario esistenziale: "se tutte le sue cose messe insieme fanno una somma scarsa - scrive -, la perdita della sua persona fisica è il solo lutto della nostra vita culturale che sono disposto ad ammettere". Perché, continua, riandando con la mente alle dispute sessantotteche, "c'era solo lui, l'estraneo, che poteva darmi il brivido di essere in errore, in vita e per strada" (In memoria di un estraneo, "MicroMega", 4/95).
Morte alonata di mistero, nostalgia per l'intellettuale vate, cortocircuito tra vita e opera: con elementi tutti irrazionalistici di tale natura, il genere "Pasolini" - cioè una diffusa mitografia d'autore - inizia del resto a costituirsi in anni lontani. Ma a favore di chi? Per quale pubblico? Già nel 1960, Franco Fortini attribuiva la crescente fortuna pasoliniana a una nuova, estesa borghesia educata per la prima volta da cinema e settimanali, televisione e romanzi, ai termini sia pur elementari del dibattito ideologico moderno. Un giudizio sociologicamente secco e inappellabile. Che Franco Brevini, molto più di recente, ha aggiornato così: "proprio i famosi interventi corsari e luterani sui grandi temi degli anni settanta sembrano fatti apposta per esorcizzare lo spettro della complessità, divenuto sempre più inquietante con il saltare dei cuscinetti ideologici. Di fronte a una realtà che sgomenta con lo spalancarsi di problemi sempre più vertiginosamente interconnessi, Pasolini offre malgré lui ai ceti medi la sicurezza che il mondo si possa capire usando categorie diffuse e quasi intuitive, che di tutto si possa discutere senza uscire dalla propria cultura liceale" (Pasolini poeta civile?, "La Rivista dei Libri", n. 4, aprile 1994).
Cultura liceale è forse un'espressione un po' forte, preconcetta, se riferita a Pasolini. Ma già, l'immagine dello scrittore vate, del profeta martire, continua a trovare rinforzo anche attraverso l'oltranza polemica dei suoi oppositori. È un fatto di cui si stenta ancora ad avere piena e serena consapevolezza: un mito non si combatte, non si sconsacra. Al più viene dimenticato, scolora, decade, e per quello pasoliniano non pare davvero arrivato il tempo. Lo testimonia bene Enzo Golino, che dedica oltre metà di un suo recente volume a raccogliere, chiosandole ironicamente, tutte le chiacchiere, gli stiracchiamenti a destra e a sinistra dello schieramento politico che sono stati tentati con lo scrittore friulano nelle ultime stagioni del dibattito culturale (Tra lucciole e Palazzo. Il mito di Pasolini dentro la realtà, Palermo, Sellerio, 1995). E con ciò chiudendo il cerchio delle possibilità offerte dal genere "Pasolini": aggiungendo cioè un'ultima variante metadiscorsiva, un prolungato discorso di secondo grado fatto di tanti altri discorsi aventi per oggetto l'intellettuale scomparso.
Nel ventennale della morte, pochi si sono sottratti all'agiografia; questo va detto senza giubilo. Nella profluvie di stereotipi rimasticati, si può al più ricordare il nome di Italo Moscati, che ha saputo fare luce in modo inedito su un particolare pe-riodo della vicenda pasoliniana: gli anni sessanta, allorché il regista "voleva portare la sua rivolta dentro la Chiesa" (Pasolini e il teorema del sesso, il Saggiatore, 1995). E per un certo tempo, tra Il Vangelo secondo Matteo e Teorema, ebbe anche interlocutori insospettati, da don Giovanni Rossi, confidente di papa Giovanni XXIII, fino all'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri; dal cardinale Giovanni Urbani, al gesuita Virgilio Fantuzzi, al biblista don Andrea Carraro. Tutti in maggiore o minore misura fiduciosi che attraverso Pasolini le organizzazioni cattoliche avrebbero potuto riprendere contatto con il mondo del cinema, ormai estesamente egemonizzato da intellettuali di formazione laica e marxista. "La Chiesa - così scrive Moscati - s'innamorò di Pasolini, come di un figliol prodigo che tornava. E gli faceva festa, aprendogli le braccia, sedotta dall'uomo che reinventava con la magia del cinema le antiche pagine della religione". Un equivoco che durò appunto fino allo scandalo grande di Teorema, alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1968. Quando con un duro e non troppo celato intervento pubblico, Paolo VI non mise termine all'idillio. Perché infine, nella sua eccentricità oltraggiosa, con la sua base elettiva tra le nuove schiere di mediocolti e di neocolti, il mito di Pasolini fu da subito pervasivo e ideologicamente trasversale: non sedusse solo la sinistra eretica e oggi, tardivamente, qualche isolato artefice della destra culturale. Sedusse anche la Chiesa, e non per abbaglio d'occasione, ma nelle sue più alte gerarchie.

Addio Rosa Parks, icona dell'antirazzismo non violento.

di andrea aufieri (26/10/2005 - 11:21)

1913-2005

danonviolenti.org

Il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, una signora nera di mezza età, salì su un autobus di linea, seguì l’indicazione "Gente di colore" e prese posto nella quinta fila a sinistra, dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi. L’autobus ben presto si riempì. Il conducente invitò allora a far posto ai "signori bianchi" e tre neri si alzarono. Rosa era stanca, aveva appena terminato una lunga giornata di lavoro, le facevano male i piedi e decise di rimanere seduta. Il conducente la invitò esplicitamente ad alzarsi, ma la donna rifiutò, senza alzare la voce, perché sapeva che altrimenti avrebbe offerto un pretesto per farla scendere. L’autista si allontanò e ritornò dopo poco accompagnato da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la trascinarono via. L’autobus ripartì e la donna venne condotta al posto di polizia, dove il funzionario di turno compilò il modulo di arresto con l’accusa di violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei posti sugli autoveicoli pubblici.

Rosa telefonò a E. D. Nixon, presidente dell’N.A.A.C.P., il quale la raggiunse al commissariato, pagò la cauzione e la riportò a casa. Quindi avvisò dell’accaduto Jo Ann Robinson, presidentessa del Consiglio politico delle donne di Montgomery, la quale propose a Nixon di lanciare un appello alla popolazione di colore per boicottare i mezzi pubblici in segno di protesta. Alle cinque del mattino Nixon telefonò ai due pastori della città per chiedere il loro appoggio. Uno dei due era Martin Luther King, il quale esitò e chiese di poter riflettere, ma quaranta minuti dopo, dietro le insistenze di Nixon, accettò di mettere a disposizione la sua chiesa come luogo di incontro della comunità nera per poter discutere la questione.

Nelle prime ore del pomeriggio erano già stati distribuiti quarantamila volantini in cui si invitava a non utilizzare l’autobus lunedì 5 dicembre. L’appello al boicottaggio era già stato lanciato prima che avesse inizio la riunione, durante la quale King si tenne in disparte, suscitando il lamento di Robinson. Solo le chiese disponevano dell’organizzazione necessaria per mobilitare un alto numero di neri e alla fine i pastori promisero di dare risalto al boicottaggio nei sermoni della domenica e di ristampare all’interno delle singole comunità ecclesiastiche il volantino.

Alla domenica nelle chiese affluì una massa di gente e i pastori raccolsero applausi scroscianti. Nel pomeriggio King lesse in articolo sul "Montgomery adviser", in cui si bollava il minacciato boicottaggio come un’azione di razzismo nero e ciò sollevò i suoi dubbi. Alla fine decise che il boicottaggio era un tentativo di spiegare ai bianchi che non era possibile collaborare oltre con un sistema malvagio.

In genere in una giornata lavorativa utilizzavano i mezzi pubblici ventimila neri. Quel lunedì furono contati solo dodici viaggiatori neri.

Intanto fu processata Rosa Parks, che fu riconosciuta colpevole e le venne inflitta una multa di dieci dollari. Il suo avvocato presentò ricorso. Qualche ora più tardi alcune persone si incontrarono nella chiesa di King ed egli, colto di sorpresa, fu eletto presidente della Montgomery Improvement Association. "Tutta la faccenda mi si presentò così inaspettatamente, che non ebbi tempo di rifletterci sopra", affermò King. "Io non avevo né iniziato né proposto quella protesta. Reagii semplicemente al richiamo del popolo che chiedeva un portavoce."

L’assemblea preparò il testo delle richieste da proporre all’azienda dei trasporti, tra le quali si chiedeva "che i viaggiatori possano prendere posto secondo l’ordine di salita, i neri a cominciare dalle ultime file". Si trattava di richieste indubbiamente moderate, che non mettevano in discussione il principio della separazione razziale.

Quella sera il neo presidente tenne un discorso appassionato di fronte ad una folle enorme. Ricordò molti casi di ingiustizie subite da neri sui mezzi pubblici. Poi disse: "Siamo qui per dire a coloro che ci hanno maltrattato per tanto tempo che noi siamo stanchi. Siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Siamo stanchi di essere presi a calci in maniera brutale, di essere oppressi. Non abbiamo altra alternativa che la protesta. Per molti anni abbiamo mostrato una pazienza sorprendente. A volte abbiamo dato ai nostri fratelli bianchi l’impressione che il modo in cui venivamo trattati ci piacesse. Ma questa sera siamo venuti qui per dire che la nostra pazienza è finita, che saremo pazienti solo quando avremo libertà e giustizia."

L’assemblea approvò all’unanimità la proposta di continuare il boicottaggio ad oltranza, fino a quando fossero state rispettate le richieste della popolazione nera, la quale continuò l’azione di protesta per trecentottantasei giorni, organizzando un sistema di trasporti alternativo. In questi mesi King acquistò una statura di rilievo pubblico. Quotidiani di tutto il mondo inviarono giornalisti nella città sul fiume Alabama e arrivarono le televisioni a riprenderlo. Il nuovo media, sufficientemente sviluppato negli Stati Uniti a quell’epoca, contribuì a rendere Martin Luther King una figura di rilevanza nazionale. Contemporaneamente King e la sua famiglia furono bombardati da minacce di morte e ricevettero un’infinità di telefonate piene di insulti e di volgarità. La sua casa subì un attentato dinamitardo in cui moglie e figlio si salvarono per miracolo. King ebbe dubbi, provò paura, ma trovò nella sua fede religiosa la forza di continuare. Intanto venne accusato di frode fiscale; quindi arrestato per eccesso di velocità. Era la prima di una lunga serie di detenzioni. Una folla adirata si adunò davanti alla prigione chiedendo la scarcerazione del pastore e la polizia, dietro pagamento della cauzione, lo rilasciò.

King volò da una parte all’altra degli Stati Uniti per mobilitare l’opinione pubblica e per raccogliere fondi per la causa. Intanto le autorità municipali intentarono un processo per "trasporto di viaggiatori non autorizzato" contro il Movimento per i diritti civili, chiedendo al tribunale un provvedimento ingiuntivo temporaneo contro il sistema di automobili private che offrivano passaggi gratuiti ai neri. King cercò di trattare con l’azienda, che però si dimostrò irremovibile. Il momento era delicato, perché se la Corte locale avesse dato ragione alle autorità municipali, il boicottaggio sarebbe giunto alla fine, in quanto non si poteva chiedere alla popolazione nera di andare e tornare tutti i giorni dal lavoro a piedi. Proprio in quel momento però la Corte Suprema, alla quale avevano fatto ricorso gli avvocati della N.A.A.C.P., dichiarò incostituzionale la separazione razziale sui mezzi pubblici di trasporto di Montgomery e le norme locali di segregazione delle Stato dell’Alabama.

La comunità di colore si preparò al trasporto integrato simulando sui banchi della chiesa alcune scene di situazioni conflittuali. La popolarità di King era alle stelle e all’inizio del 1957 la sua fotografia campeggiò sulla copertina di "Time". Il boicottaggio ebbe termine il 21 dicembre 1956 e nel giro di una settimana il trasporto integrato divenne una pratica comune a Montgomery. Si verificarono soltanto due piccoli incidenti di intolleranza.

La vittoria di Montgomery non fu merito soltanto di King e dei suoi uomini. Fin dall’inizio i grandi media avevano appoggiato il Movimento per i diritti civili, assecondando un nuovo atteggiamento che andava delineandosi nella società. Anche il sound nero contribuì a diffondere una nuova cultura di tolleranza. Alla fine degli anni Cinquanta, gli Stati Uniti si trovarono di fronte una nuova generazione di giovani che attraverso il rock and roll erano approdati al Movimento per i diritti civili. Senza la beat generation il Movimento di King dopo Montgomery si sarebbe arenato.

da Repubblica.it

La Parks e il marito, oggetto di minacce e di angherie, impossibilitati a trovare lavoro, si tasferirono nel Michigan: lui morì nel 1977; lei, a lungo assistente del deputato Conyers - fu nel suo ufficio dal 1965 al 1988 -, divenne presenza d'obbligo a tutte le celebrazioni delle conquiste nere. Detroit che l'aveva adottata le aveva già dedicato in vita una strada e una scuola media. Lei aveva risposto creando il Rosa and Raymond Parks Institute for Self Development, dove i giovani della città imparano a divenire leader e a difendere i diritti civili e dell'uomo.

Come spesso accade alle icone, anche Rosa è stata strumentalizzata. Per affermare con forza che il razzismo in America è morto. Se è così, come si spiega New Orleans?

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