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Categorie interventi e recensioni

Mario Desiati, a sud della speranza.

di andrea aufieri (13/06/2006 - 18:30)

 

Mario Desiati "Vita precaria e amore eterno", 2006 Mondadori "Strade blu", 217 p., 15 €.

"Quando è iniziata la guerra eravamo tutti più sani, più calmi, più felici, anche più belli. È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l'effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l'acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo. Oggi sei qui su un autobus semivuoto dove per la prima volta dopo mesi trovi posto a sedere: hanno tutti smesso di stare e vivere insieme. Anche questo è un segnale della guerra."


Mario Desiati dimostra, con l'ultimo libro, di saper passare dalla poesia alla narrativa con quell' "ardore pacato" che gli garantisce larga considerazione nel mondo letterario come in quello comune.
Non ho letto il suo romanzo d'esordio "Neppure quando è notte" (Pequod 2003), ma nella raccolta poetica "Le luci gialle della contraerea" (Lietocolle 2004) era più che prevedibile un'evoluzione sotto forma di romanzo di tutte quelle inquietudini precarie già descritte con attenzione analitica, vissute nel disordine del proprio mondo, sui tram dove solo per alcuni istanti vite solitarie rischiano la collisione a causa dell'amore, unica possibile soluzione alla perversa e asfittica continuità del quotidiano.
Un quotidiano che in "Vita precaria e amore eterno" significa squilibrio: una distanza abissale intercorre tra l'infanzia, anche quando essa è squallida come quella del protagonista Martin Bux, e la realtà del precariato che rode fegato, cuore e cervello dei trentenni italiani, e non solo dei trentenni.
Una vita cattiva, esacerbata dalla violenza imparata sulle strade della miseria, non può riciclarsi nemmeno a distanza di anni, quando ciò che si può ricavare dalla società non è altro che un mortificante impiego a tempo determinato presso un call - center, senza pensare quanto davvero risibile sia il lasso di tempo per il quale si è "determinati", e che prima e dopo si è schegge impazzite senza meta, senza ragione di esistere: memorabile la descrizione del torneo di violence, dove frustrati, disperati e repressi se le danno di santa ragione rincorrendo un palla. Da Pasolini si salta, con questo momento e anche nel finale, a Chuck Palahniuk, per riflettere anche su quanto la nostra società stia raggiungendo vette di assurdità tali da dover ricorrere, per parlarne, a stili e modi statunitensi: è il caso di ricordare qui tutta l'attenzione che l'editoria ha dedicato all'effimero genere splatter degli scorsi anni, derivazione e deriva più cinematografica da grande distribuzione che letteraria.
Desiati cita con allucinata rassegnazione persino i dati CNN sul precariato, battezzandoli alla letteratura, e il capitolo in cui ne tratta è il più feroce e vicino alla realtà dei suoi lettori: siamo di fronte a un comunista senza speranza? Anzitutto è troppo facile e sbagliato farne un discorso soltanto di schieramento politico, visto che l'Italia dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro, e che tale lavoro dovrebbe nobilitare l'uomo: franati impudicamente tali assunti etici della società, è difficile prevederne un futuro, anzi è facile ma così nero da togliere la voglia di guardare avanti, e infatti l'autore guarda indietro, alla vita siciliana di Martin.
In secondo luogo opero un pruriginoso paragone, confrontando gli argomenti di Alessandro Baricco in "Questa Storia" (Fandango 2005), che ci racconta di qualcosa che, a detta dell'autore, "noi italiani non amiamo raccontarci o sentirla dire", ossia quella disfatta di Caporetto che potremmo ritrovare su tutti i libri di storia, mentre Desiati ci rammenta una storia più recente che anche i mass media non amano rispolverare: la nascita del "lavoro flessibile" e della conseguente "generazione flessibile" in un infausto discorso tenuto il 26 gennaio 1999 all'Università Bocconi dall'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema.
E poi ci sono i luoghi: il quartiere in scatafascio "Fabbrica Rossa" a Sigonella, la città sicula famosa per la presenza della base militare americana e per i fatti dell' "Achille Lauro".
Martin è legatissimo alla sua città, che gli sembrerà dorata dovendola confrontare con il sangue amaro di Roma, ma la sua vita in Sicilia risulterà impossibile, costringendolo a migrare confortato dalla coerenza morale e dagli ideali del padre, anch'egli già sconfitto dalla vita per via della pazzia della moglie.
Sigonella sembra predire la sventura ai bambini lordi di vita e di fango, terrorizzati dal fischio degli aerei, la qual cosa deve essere determinante anche per l'autore, che ha inserito questo fischio in forma visiva nella sua seconda raccolta e che è cresciuto a Martina Franca, luogo simile a Sigonella per la base militare e per essere a sud della speranza. Incuriosisce questa traslazione di luoghi ed esperienze, ma, intervistato da Angelo Petrelli per "Il Paese Nuovo", Desiati dichiara di non essere ancora pronto per un libro sulla sua terra.
C'è una Roma sudata, vissuta per sopravvivenza, lontana dalle cartoline per turisti, anche perché vi è descritto in modo particolare il quartiere San Lorenzo, che offre ben poco, "un centro storico senza essere centro e forse senza essere storico", glorificato in passato dalla politica dura dei pezzenti e mortificato dai nuovi signorotti che "discutono dell'oliva e l'arachide nell'aperitivo dell' happy hour".
Lo squattrinato Martin vive così a galla sul nulla, difendendosi con il suo egoismo e i pregiudizi su tutto, dal ragazzo di colore che condivide il suo appartamento ai pensieri pseudopolitici "neri" per lassismo. Egli arriva persino a immaginarsi come kamikaze per la sua società.
Un vuoto a perdere senza riscatto, se non fosse per la figura che dà dimensione all'esistenza del protagonista: Antonia "Toni" Farnesi, ragazza tanto solare e idealista, innamorata della vita e di Martin, da scegliere il volontariato in Africa.
Ancora una volta è utile il paragone con "Le luci gialle...", laddove si tratta dell'amore come grazia velata, non senza tristezza, che è capace non tanto di dare un suono diverso all'esistenza, quanto proprio di crearne i presupposti, il pentagramma per le sue melodie.

Non c'è futuro, non c'è equilibrio né forza senza la fonte dell'amore, fonte che rigenera il protagonista:
"Toni. Toni. Già. È un percorso sacrale, un' immagine fissa che l'accompagna. La donna della mia storia. Io, quasi trent'anni, precario in tutto - a trent'anni ti dicono che non sei abbastanza adulto e non sei abbastanza giovane -, io che sono precario in tutto tranne nell'amore, per amore di Toni compirei qualunque crimine. Glielo confessai nella sua auto, una notte con la nebbia rappresa sui finestrini: «Ti crocifiggerò su una grande croce. Ti entrerò dentro la carne. Dilagherò nei tuoi seni con i dardi aguzzi, ti farò vomitare sangue e acqua. La tua pelle luminosa contraddirà l'oscurità della croce. Le tue carni chiare e i tuoi capelli neri come radici sazieranno la mia fame di riconoscenza. Ti immolerò per tutti e poi, dopo la tua resurrezione, inizierò ad adorarti. Vivrò nell'attesa del tuo ritorno, ti sarò grato per sempre per avermi salvato la vita, sull'orlo di un precipizio»".
"Vita precaria e amore eterno" è un libro che colpisce per crudezza, attualità e interesse dei temi trattati, la necessità di evadere il reale creando la visione, l'apocalissi in un barattolo; un libro dal quale è anche divertente sentir dire da un poeta di scampare tale infida categoria, un libro dove finalmente si riparla di Heinrich Böll ("Quando in Italia nascerà uno come Böll il mondo sarà già finito, inghiottito dentro una supernova e sputato in un altro sistema solare.").
Infine una breve considerazione, ora che qualcuno ha parlato della generazione che mi precede: un brivido freddo continua a corrermi lungo la schiena. Ricordarsi degli altri e dell'impegno è necessario.
Come "bestemmiare".

Presto online L'AlterEgo 06!

di andrea aufieri (22/05/2006 - 18:16)



L'Alter Ego06 raddoppia: sarà disponibile in due formati: elettronico e cartaceo! Non solo: questa volta sarà un numero di 56 pagine ricchissime per contenuti e collaborazioni, solo un po' di pazienza...

L'Alter Ego rivista
anno 2 n. 06
rivista fondata e diretta da
Angelo Petrelli
collettivo redazionale
Andrea Aufieri
Paolo Antonucci
Vito Lubelli

  

sommario

L'editoriale dei buoni sentimenti -Angelo Petrelli

Gli spazi ignoti 1.0:
"I trofei della città di Guisnes" di Antonio Verri,
presentazione e selezione testi a cura di ap

Recensioni
- Andrea Aufieri: "Questa storia" di Alessandro Baricco; "Il male di Dario Bellezza" di Maurizio Gregorini.
- ap: intervista a Mario Desiati, autore di "Vita precaria e amore eterno"; "Silenzio con variazioni" di Gianpaolo G. Mastropasqua.
- Vito Lubelli: intervista a Osvaldo Capraro, autore di "Né padri né figli".

Monografie
- Mauro Marino: "La stampa marginale a Lecce negli anni '70.
- Fabrizio Corselli: "Elogio della scultoreità poetica".
- Eugenio Imbriani: "Parentesi. Pasolini e le foglie".

Gli spazi ignoti della poesia
Paolo Fantuzzi
Simone Giorgino
Adriano Padua

I racconti de L'AlterEgo
- Roberto Lucchi: "Accetta due fustini senza alcun marchio in cambio del suo Dash?"; "Retromemoria".
- Elisabetta Liguori: "Stanza n.18".
- Giuseppe Cristaldi: prosa inedita.

Spazio Noir, a cura di V.L.

Cogito Dunque Cogito - Speciale Elezioni

Buona Lettura!

Kerouac letto da Astremo

di andrea aufieri (03/05/2006 - 09:04)


Jack Kerouac il violentatore della prosa

di Rossano Astremo, Icaro ed., "Letterature", 96pp, 10euro

 
"Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità"

Fedele all'interpretazione che Henry Miller ebbe della scrittura nuova, sperimentale, totale, rivoluzionaria quanto irreversibile espressa da Kerouac sul famoso rotolo da telescrivente, Rossano Astremo ci guida nell'universo deviato della generazione beat.
Già a metà degli anni Quaranta l’American Dream va sciogliendosi tra le dita dei nuovi giovani, quelli attratti dalla musica nera, i "best minds" che Allen Ginsberg immortala nel suo "Urlo", pieni di idee e alla ricerca di quella "perla" vitale che Kerouac sfiora in tutta la sua vicenda e annuncia di aver riconosciuto in Neal Cassady. Questa "gente nuova" cerca equilibri nuovi dandosi all'alcol e alla droga, strumenti essenziali all’urgenza del narrare di Kerouac, capace di terminare i suoi romanzi senza riposare, nell'arco di una notte come di tre giorni.
I beat rifiutano il conformismo e non vengono alienati dalla società, bensì rifiutano, con le variazioni di chi lotta e diviene vittima del maccartismo.
Ma più di questo fattore, noto agli scrittori già dalla notte dei tempi, dal boulevardier Ovidio per arrivare al compiacimento della decadenza di sé di cui ci testimoniano le vicende di Poe e i "petits poèmes en prose" di Baudelaire (come in una curiosa catena, fu il francese a tradurre l'inglese lanciandolo in Europa e l'autore de "L'albatros" è idolatrato da Kerouac), fino ancora, per tornare agli USA, a John Fante, beat ante-litteram e ispiratore di Bukowski. 
Ancor più delle biografie e dei contenuti è utile soffermarsi sulla metodologia utilizzata dallo scrittore di Lowell per comporre i suoi romanzi: la tecnica individuata è quella dell'orgasmo, dell'improvvisazione bop alla Charlie Parker, dove si parte da un nucleo centrale- il "gioiello"- per spendersi completamente nel vortice estatico del proprio io, tirato su con l'accumulo delle esperienze e delle intuizioni del momento, la sovrapposizione di più piani narrativi, con il racconto spezzato dal flashback e quest'ultimo deviato da divagazioni d'ogni genere.
Uno dei contributi fondamentali dei beat alla letteratura è stato senza dubbio questo mortificare l'interior monolgue joyciano, renderlo un flusso "d'incoscienza", processo in cui lo scrittore si trasforma in medium del cambiamento di stato di suoni e colori (da non tralasciare il contributo di Pollock all’immaginario e alla ricerca beat) che assumono la forma di parole.

Il numero 20 (anno III) di Musicaos.it è online.

di andrea aufieri (13/04/2006 - 09:16)

Buona lettura e buon ascolto.

"Le(f)t me up. Criticize !"

1. Editoriale – Luciano Pagano
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http://www.musicaos.it/pagano.htm

2. L'elenco di tutti i testi e di tutti gli interventi
presenti in questo numero:
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Testi & Interventi

TESTI (http://www.musicaos.it/testi/2006/marzo.htm) :
Massimiliano Zambetta, Sotto il tappeto
Elisabetta Liguori, Una come me
Pasquale Iannucci, Paradise Card
Francesco Sasso, Offbeat: Marshall is dead
Maria Zimotti, Il germe del razzismo – La scia
Gioia Perrone, Corpo
Irene Leo, Lunedì pomeriggio
Paolo Ferrante, Gerogrammi
Alessio Argentino, Della cenere
Bianca Madeccia, da "Monologhi allo specchio"
Gianni Seviroli, Poesie
Paolo Augusto, Pilot! Solstizio d'estate
Ilaria Banchi, Poesie
Igor Legari, Mostrami le cicatrici
Marco Montanaro, Let's work together e Come i nazisti coi libri
Roberto Bani, Incontri notturni
Ugo Magnanti, Tre poesie spaccate
Flavio Villani, La fonte miracolosa

INTERVENTI (http://www.musicaos.it/interventi/interventi2006.htm) :
Vittorino Curci, Ancora blues
Luciano Pagano, "Dies Irae" di Giuseppe Genna
Stefano Donno, "Questa storia" di Alessandro Baricco, "Le particelle elementari" di Michel Houellebecq, "Il presente della poesia italiana" antologia di Lietocolle a cura di Stefano Salvi e Carlo Dentali, "Memoria delle mie puttane tristi" di Gabriel Garcia Màrquez, "Mozart di Atlantide" di Simone Maria Navarra, "Il manuale dell'inquisitore" di Nicolau Eymerich, Francisco Pena, "Il Diario del Professor Abraham Van Helsing" di Allen Conrad Kupfer
Elisabetta Liguori, La malinconia del non ritorno su "Dolce cattività" di Nicola Papa
Elisabetta Liguori - Le voci di Dadati, su "Sorvegliato dai fantasmi" di Gabriele Dadati
Francesco Sasso, L'incubo meccanico, su "Tuta blu" di Tommaso di Ciaula
Flavia Piccinni intervista Peppe Fiore autore di "L'attesa di un figlio nella vita di un giovane padre, oggi"
Flavia Piccinni, "Broken Barbie" di Alessandra Amitrano
Flavia Piccinni intervista Simone Marcuzzi autore di "Cosa Faccio Quando Vengo Scaricato – e altre storie d'amore crudele"
Irene Leo, "Gocce in un mare di petrolio" di Alessandro Bon
Enrico Pietrangeli, "Serial killers italiani" di Gordiano Lupi
Maria Beatrice Protino, Considerazioni psicoanalitiche sull'opera di Michelangelo
Maria Rosaria Montanaro, "Balenii d'esistere" di Pamela Serafino
Pamela Serafino, Carlo A. Augieri, "L'animismo del linguaggio"
Lidia Gargiulo, "Di amore, di morte" di Enrico Pietrangeli
Vito Antonio Conte, "SONO FLUITO e altre poesie" di Fernando Pessoa, La meraviglia dell'incontrare

3. Canto Blues alla Deriva
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prossimamente in libreria
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da un'idea di Francesco Sasso e Luciano Pagano – nota introduttiva di Vittorino Curci, testi di Francesco Sasso, Luciano Pagano, Irene Leo, Gioia Perrone, Tiziano Serra, Vito Antonio Conte, Rossano Astremo, Stefano Donno, Davide D'Elia, Matteo Chiarello, Angelo Ciciriello, Paolo Simoncini.

http://www.musicaos.it/canto/cbd.htm

4. Dante – Inferno
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Un'operazione eccezionale per il suo valore artistico e divulgativo, da un'idea di Simone Giorgino, Dante – Inferno, ovvero la prima cantica della Divina Commedia interamente letta da Simone Giorgino e disponibile in formato MP3. Nella sezione DOWNLOAD di Musicaos.it. Sempre nella sezione download continua il viaggio di Simone Giorgino nella poesia italiana, Un Canone In Canto – Vol. II – Dante.

Dante – Inferno
http://www.musicaos.it/download/inferno/inferno.htm

Un Canone In Canto Vol. I (Il Duecento) e Vol II. (La poesia di Dante)
http://www.musicaos.it/download/uncanoneincanto/uncanoneincanto.htm


5. ROMANZO ELETTRONICO - Città dell'alfabeto di Peter Patti
Nella sezione dedicata ai nostri romanzi elettronici (La carne muore - Rossano Astremo, Fiat Umbra - Tonio Rasputin) potete continuare a scaricare "Città dell'alfabeto" di Peter Patti.
http://www.musicaos.it/testi/peterpatti/cittaalfabeto.htm

6. Supporto gratuito da parte dei lettori
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http://www.musicaos.it/supporto.htm

7. Contatti, Proposte, Comunicati Sezione DIARIO, Ufficio Stampa, Collaborazioni, Invio testi
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musicaos@libero.it
musicaos@gmail.com

Heinrich Böll, Croce senza amore.

di andrea aufieri (06/04/2006 - 18:30)



Heinrich Böll, Croce senza amore; Mondadori “Scrittori italiani e stranieri” 332p. 2004 
 Heinrich Böll scrisse, direttamente in bella, questo romanzo nel 1947, quando le macerie tedesche ancora fumavano morte, dolore, voglia di vivere. E si sente tutta la passione per il destino dei ribelli silenziosi e, in generale, per la tragedia avvenuta.

Quando Hitler meditava il putsch della birreria, già le sue foto si diffondevano ed i giovani protagonisti, disgustati ma tragicamente attratti dal suo sguardo, lo definiscono belva divina.

Appena pochi anni dopo l’induraturo trionfo di quella negazione dell’umano che fu il nazismo, questo libro sarebbe stato l’emblema di una nazione che decideva di aprire gli occhi e guardare indietro.

Così non fu, però, perché gli editori, nel guardare indietro, dovevano avere il biblico terrore di restare di sale: essi rifiutarono il dattiloscritto perché troppo duro nei confronti dell’esercito, che tutto sommato aveva così nobili radici nella disciplina prussiana inculcatagli dai tempi di Federico, quelli in cui la Prussia era definita un esercito con uno stato e non uno stato con un esercito.

Böll decise di cercare altre vie, meno aspre, più dirette ai cuori delle genti, ma la risposta della società fu un colpevole oblio borghese. Così è passato poco meno di mezzo secolo prima che questo ennesimo capolavoro abbia potuto vedere la luce.

Dedicato ai morti senza voce ed ai futuri costruttori della nuova Germania, l’opera non perde il suo slancio, rivelandosi anzi quanto mai attuale.

Lo spirito polemico dell’attivista premio Nobel sta tutto in una domanda: dov’erano le radicate coscienze cattoliche e le loro autorità sotto il nazismo?

La risposta se la dà sempre lui: erano conniventi con i carnefici, almeno agli alti livelli. Conniventi, però, perché presi per il bavero (“...non è terribile quanto infinitamente pochi siano stati gli uomini di chiesa in Germania che sono insorti contro la follia? Non siamo terribilmente soli? Non dovrebbe accadere che ogni cristiano che ti incontra con naturale spirito di fratellanza, dal vescovo fino all’ultimo cappellano, condivida la tua stessa idea e ti aiuti con tutti i mezzi illegali- in base al diritto dello stato- e soprattutto sia pronto a dire la verità?”; p.313).

Simboliche in questo senso due immagini: quella iniziale con la croce di ferro che sembra piegarsi e spezzarsi sotto il vento e quella di un protagonista che colpirà per il suo silenzio e la sua assenza, Joseph, costretto a riunirsi in clandestinità per vivere la sua fede. Finirà in un campo di concentramento.

Anche la famiglia Bachem è cattolica, ma di una fede più interiore, sebbene profonda anch’essa. Figure di spicco sono la signora Hanna e il suo figlio minore Christoph, decisi a passare incolumi l’orrenda bufera, travolti dagli eventi, ma sempre vivi. Hanna è uno dei soliti immensi ritratti di donna che Böll sapeva regalarci, dalle infinite risorse, dagli strazianti tormenti. Suo figlio è genuino come lei (lo seguiremo fino in Russia, la “sanguinosa caldaia di pazzia ribollente”). Straniato al limite della follia dal militarismo, egli troverà in Cornelia la salvezza del suo nitore. I suoi atti sembrano parte della biografia dell’autore tedesco, che alla fine decise di disertare e rischiò la fucilazione e, prima ancora, viaggiò per le città in guerra con l’enorme peso di chi viene visto come un vigliacco, pur possedendo la verità.

La faccia oscura, o meglio amletica, della famiglia è il nazista della prima ora Hans, il figlio maggiore, i cui monologhi interiori sembrano intrisi del decisionismo schmittiano. Per lui, in condizioni di eccezionalità tutto si sacrifica e si sopporta per la rinascita della Grande Germania: la democrazia, l’amicizia, l’amore, Hitler e la violenza sanguigna e sanguinolenta dei suoi superiori; tutto ma non il suo stesso sangue. Troverà  in Russia la (sua) nemesi.

Consiglio i primi due capitoli, veri e propri saggi sul cattolicesimo e le masse schiacciati o invasati dall’ideologia, posti saggiamente prima di potersi tuffare nella calda lettura di questo romanzo circolare di crescita e iniziazione, con in mezzo l’immane tragedia, ma pervaso dall’universalità del messaggio d’Amore, in qualsiasi forma esso si manifesti.

Buona lettura.

HEINRICH BÖLL .

di andrea aufieri (06/04/2006 - 18:20)

HEINRICH BÖLL ( 1917-1985 )
passione e coscienza d'una Germania obliosa

  

 

Il personaggio ha carattere ed è affascinante: invia un gigantesco mazzo di fiori alla donna che schiaffeggia l'allora cancelliere Kiesinger per il suo passato nazista; pur essendo cristiano, si rifiuta di pagare la "tassa per il culto" all'arcivescovo della sua città, Colonia, sconfessando una Chiesa istituzionale sempre più immischiata con il capitalismo tedesco; ha il coraggio di chiedere grazia per il gruppo anarchico Baader-Meinhoff, sul quale si era scatenata una psicosi da caccia alle streghe; ospita nella sua casa di elemento occidentale, e per di più tedesco, l'esule Solženicyn; anticipa il Sessantotto lottando per le cause di Verdi e pacifisti.
In tutto questo gli riesce persino di vincere un Nobel ('72), proprio mettendo a nudo le mille contraddizioni d'una Nazione a metà tra tragedia della miseria e accenni di un miracolo economico che vuole stabilire le sue basi su di un silenzio puritano ma scandaloso a proposito del suo recente passato, come già sosteneva nel suo terzo romanzo E non disse nemmeno una parola ('54).
Detto quanto da lui compiuto, volendo seguire il pensiero sartriano secondo cui l'uomo sarebbe ciò che fa, possiamo affrontare il suo pensiero e le ragioni di tale pensiero.
Böll, figlio di un falegname scultore ed ultimo di otto fratelli, eredita dai suoi un forte concetto di democrazia, rigettando prima il sistema nazista, da cui è spedito al fronte, dove è ferito quattro volte, diserta e viene arrestato, poi il revancismo reazionario e il militarismo rifiorente ai quali egli si oppone con una massa imponente di articoli e saggi rivelatori.
La sua è un'utopica idea di società cristiano- popolare che parte dal basso e da sinistra: una società dove ancora contano i sentimenti, quelli che il protagonista di Opinioni di un Clown ('63) vede raffreddarsi e morire fuori e dentro di sé, coperti da una solida e conveniente ipocrisia, una società semplice nei segni esteriori ma di grande profondità spirituale, come la vita apparentemente squallida di Leni Gruyten, la signora di Foto di gruppo con signora ('71).
Per poter costituire tale società, l'uomo deve ritornare ad essere tale, ponendosi in atteggiamento anticonformista e critico oltre le ebbrezze e le ipocondrie che alimentano alienazione, diffidenza classista e razzismo, recuperando quel nucleo educativo fondamentale, la famiglia, che la guerra aveva destabilizzato facendo strage di figure paterne- Casa senza custode ('54).
Tutto questo viene costruito da Böll sempre con una grande lucidità, che passa dal realismo drammatico dei primi romanzi in cui guerra, morte e volontà di memoria sono le principali protagoniste- Il treno era in orario ('49), Dov'eri, Adamo? ('51)- , per poi passare ad un' ironia burlesca con punte di acido sarcasmo quando la nuova pseudo- società del benessere sta prendendo piede- oltre ai citati Opinioni…e Foto…anche in Biliardo alle nove e mezzo ('59), Termine di un viaggio di servizio ('72), L'onore perduto di Katharina Blum ('74), l'ultima opera Donne con paesaggio fluviale ('85), ed inoltre in racconti come La pecora nera, Tutti i giorni Natale e Il legato che gli daranno fama di ottimo short story- teller.
E' da segnalare anche un'opera che ricalca le famose novelle politiche di Orwell, ma che non ebbe grande successo: Assedio preventivo ('79), che tratta un tema quanto mai attuale, come quello di uno Stato che si difende dal terrorismo facendo terrorismo.
Heinrich Böll è uno dei tanti esempi della letteratura impegnata del Novecento che andrebbe riletto non solo come anticipatore di molti eventi o come censore e incitatore al risveglio delle coscienze, alla critica ed all'autocritica, ma anche per le pagine di raro lirismo, indice di grande sensibilità, che con naturalezza ha saputo esprimere toccando le corde dell'anima di molti lettori.

Rossano Astremo. La carne muore.

di andrea aufieri (29/03/2006 - 09:41)

La carne muore di Rossano Astremo, 2004 scaricabile su “musicaos.it
 
L
’esperienza reale, non tanto singolare, di questo romanzo del/sul sud ne rafforza il significato.

E’ davvero difficile acquisire credibilità fuori dal circuito/reame dorato del nord, soprattutto se si percorrono vie alternative, underground e maledette. Se, cioè, il dissenso parte da chi ne ha ben donde, esponente di un sottoproletariato urbano (come lo stesso Astremo categorizza) che desideri far sentire la sua voce non potendo per questo impiegare risorse per richieste esose, motivate, chissà, dal fastidio che le pagine di questo romanzo provocano ai benpensanti.

Così, anche se forzato, è comunque significativo che questo tipo di testo sia diffuso in rete, scavalcando a piè pari ogni logica di profitto che strettamente si leghi alla vendita di un libro.

 

 

 

Il giovane autore salentino ci chiede di riflettere se sia possibile fare e vivere della cultura che si propone in Puglia.

Direi che la vicenda stessa della  pubblicazione basterebbe a risponderci, ma la realtà che Astremo ci riporta va ben oltre. Si potrebbe desumere che l’élite culturale leccese imponga un certo apartheid, anche involontariamente imposto da chi la credibilità l’ ha conquistata in accademia (in questo modo s’intende la sarcastica figura di Diodato Valle), ma, ancora, quanto sono state utili quelle figure che hanno raccolto i frutti del loro talento al nord, tornando poi incoronati di lauro qui al sud? Hanno trovato concretezza i loro  vagheggiamenti  sulla costituzione d’un utopico polo alternativo, se la smentita è rappresentata proprio dal loro peregrinare? Il perpetuarsi di tale stereotipo testimonia la scarsa convinzione con la quale quei progetti vengono portati avanti. Scarsità di risorse umane ed economiche, assenza di volontà politica. E’ evidente che Astremo, empiricamente, conosce il più fragile dei nervi dolenti della cultura meridiana e vi picchia con veemenza.

La questione viene supportata da una forte tensione narrativa procurata da uno stile lucido, anche nell’esplorare la disperante alienazione cui l’autore di ieri come quello attuale sono relegati.

Così le vicende di Vittore e quelle del suo riscopritore Leo Monsanto, non sono che tragedie umane che negano il fine salvifico molto spesso attribuito a poesia e letteratura, per il semplice fatto d’essere uomini del sud, pur andando inizialmente incontro a quella che dovrebbe essere la strada ideale. La parte migliore del romanzo è senza dubbio quella in cui il lettore Astremo condivide con il protagonista e con gli altri lettori l’intimità quasi erotica con l’imponente opera inedita di Vittore. Notevoli, inoltre,le schegge di ululante, disperata e pura poesia che Astremo/Vittore ci regala con la delicatezza di uno schiaffo lungo l’evolversi dell’intreccio.

La discesa agli inferi del protagonista e delle figure secondarie non è data da quelle che qui sono utilizzate come profezie di morte quali l’alcol, la droga, la pazzia o il dolore: egli si consuma rincorrendo la chimera d’una cultura che possa dimostrarsi equa, ammalandosene perché alla letteratura la vicenda narrata è indissolubilmente legata ed al rigetto verso il suo operato di quest’ultima la vita di Leo sfumerà.

Degni di nota anche i viaggi dal sapore beat per il salento a conoscere figure sommerse di un’umanità deviata ma coerente.

L’autore di Grottaglie decide poi d’impostare i pensieri dei protagonisti e gran parte delle loro vicende intorno alla dicotomia sesso/amore, con risultati a volte pruriginosi, dove però risulta evidente la linea sottile con un’altra dicotomia forte quale quella follia/morte, tutto simboleggiato dall’amplesso epifanico tra Roberta e Leo.

Molteplici insomma le vie che dalla finibusterrae sfociano nella morte piuttosto che nel mare.

Un libro da utilizzare come spunto meditativo prima ancora d’esercitarvi più o meno infondati livori.

Montale e i marxisti.

di andrea aufieri (21/03/2006 - 12:26)

Giusto era il segno

 anche Montale ne La Bufera della critica marxista

 Eppure aveva tutte le caratteristiche per risultare simpatico alla tendenza principale del dopoguerra letterario italiano, poiché fu tra gli oltraggiosi obiettori che si assunsero la responsabilità di firmare il manifesto di Croce e, per di più, gli riuscì di tirare avanti senza mai essersi iscritto al PNF, cosa che gli costò il posto migliore che mai gli fu capitato, ossia la reggenza al Gabinetto Viesseux.
E’ pacifico che questo suo sacrificio e le prime, stupefacenti raccolte lo resero un dio in terra, un vate povero diavolo dall’animo straziato - così egli stesso si definiva -, costretto in quella qualità a coltivare le sue passioni, e se gli Ossi di seppia inizialmente gli tributarono un successo di stima, con Le Occasioni arrivarono fama internazionale e gloria imperitura.
Con un problema: certo lui non poteva sapere che dal 1939, anno della pubblicazione della seconda raccolta- e dello scoppio della seconda guerra mondiale- gli restavano ancora una buona quarantina d’anni di vita.
Sedere sugli allori sarebbe stato incoerente con il personaggio, cui non restava che superarsi. E così fece, componendo la sua raccolta meno compatta e, forse, meno comprensibile, ma di sicuro la più alta.
Il fatto è che ai dittanti critici marxisti, in primis l’eroe dell’eccidio di via Rasella Carlo Salinari, Montale andò a genio fin quando si fece interprete di un male di vivere derivato, secondo loro, dall’inautenticità storica creata dal fascismo. Esempio, questo, di miopia critica, perché a ben guardare l’inautenticità è nella vita dell’uomo, quei cocci aguzzi di bottiglia sui quali distante quest’essere si trascina fino alla morte, augurandosi al massimo di Potere/ simili a questi rami/ ieri scarniti e nudi ed oggi pieni/ di fremiti e di linfe, / sentire/ noi pur domani tra i profumi e i venti/ un riaffluir di sogni, un urger folle/ di voci verso un esito; e nel sogno/ che v’investe, riviere, / rifiorire!
Di contro all’etichettato pessimismo è questo uno sperare intenso ed ottimista, che addirittura chiude gli Ossi.
Il futuro augurato, però non arriva, il presente anzi peggiora, perciò il poeta si rifugia nella Memoria e nel sogno, che si rivela soffocante, illusorio più del reale, dove la bussola va impazzita all’avventura/ e il calcolo dei dadi più non torna, scenario desolante e precario dove si vorrebbe sicurezza o quantomeno flashes di felicità.
Pur sperando, insomma, persino il poeta rivela il suo échec dichiarandosi incapace di rispettare l’antico proposito di cangiare in inno l’elegia.
Tutto ciò fu carpito ed assaporato dall’ambiente letterario, su tutti dall’amico Solmi, forse il più onesto critico dell’opera montaliana, ma il contesto nel quale si presentava La Bufera, nel ’54, era completamente cambiato, perciò dal vate non ci si attendeva più la disperazione del vivere, bensì un opportuno ottimismo da ricostruzione, denuncia neorealistica da opposizione e, magari, severi conti con la storia recente.
Invece Montale ignora il non troppo implicito dictat e presenta un’opera identica alle precedenti nel contenuto, e i conti con la storia li fa, ma è questo il suo torto più grave, non da un’ottica marxista.
La Primavera hitleriana è, nemmeno a dirlo, una bufera di inquietanti epifanie, con visioni di falene impazzite- capretti uccisi- ali schiantate, / di larve sulle golene, mentre Hitler arriva per una serata di gala con Mussolini, mai nominato dal poeta, salutato da alalà di scherani. Eccolo qui il fascismo, la bestia, liquidata in due parole poco più che grottesche invece di turpiloqui o strazianti panegirici.
Tra gli elementi di rilievo nel componimento c’è la speranza che la piagata/ primavera è pur festa se raggela/ in morte questa morte!, che, quindi, l’assurda primavera di gelo raffreddi le mortali ideologie.
Non è la storia a sovrastare tutto, non è il pensiero politico, ma la profondità spirituale di una donna, l’amante di Montale, Clizia, tu/ che il non mutato amor mutata serbi, / fino a che il cieco sole che in te porti/ si abbacini nell’Altro e si distrugga/ in Lui, per tutti. Questa calda immagine rivela un sorprendente bisogno di trascendenza, come poche altre volte leggiamo nell’opera del poeta ligure.
L’aver sofferto un regime non voluto non corrisponde ad un mutamento radicale della sua poesia, e va preso atto della coerenza intellettuale, piuttosto che della resistenza ideologica militante di un artista dissociatosi disgustato dal Partito d’Azione, e che nel suo non voler nutrire chierico rosso, o nero, nel suo essere distante dalle certezze offerte dal lume di chiesa e di officina non si dichiara antifascista, ma afascista, come giustamente precisa Raboni.
E pazienza se i versi di D’Aubigné che introducono La Bufera recitano Le princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles, / Leur mains ne servent plus qu’à nous persécuter…o che Portinari interpreti la purga dura da sempre, senza un perché del Sogno del prigioniero come le sofferenze dei prigionieri dei lager o, ancora, che Manacorda interpreti l’ombroso Lucifero di Piccolo testamento che scenderà su una prora/ del Tamigi, del Hudson, della Senna, / scuotendo l’ali di bitume semi-/ mozze dalla fatica come lo spirito del comunismo che assalirà, guarda caso, rive occidentali.
Ciò potrebbe tutt’al più significare simpatia distaccata e più pura verso la sinistra, quindi colpevolezza perché non v’è segno d’impegno concreto, eppure è proprio lo scrittore, sempre nella Primavera, ad affermare che la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue/s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate/ sulle golene, e l’acqua seguita a rodere/ le sponde e più nessuno è incolpevole. La passività di larve ed il silenzio condanneranno tutti, altro che rifiuto dell’impegno.
Se a tutto questo aggiungiamo che la raccolta esprime ancora sensazioni e pensieri ripiegati sull’individuo in sé, se pensiamo che Clizia, nel mito, fu trasformata in eliotropo per amore del Sole, che anche in quella metamorfosi continuò a seguirlo, e che tutto questo getta ambiguità sull’egocentrismo del poeta, è facile capire come restarono delusi i marxisti.
Dice Salinari: << questa concezione disperata della vita aveva su di noi un fascino potente: ed essa, lungi dal paralizzare la nostra volontà di lotta, la nutriva e la esaltava. Alla parola direttamente collegata con l’oggetto, senza diaframmi letterari, corrispondeva un atteggiamento morale che voleva porsi direttamente, a ciglio asciutto, senza speranze o consolazioni, di fronte alla terribile realtà della nostra vita. Questo coraggio morale diveniva per noi una bandiera e noi lo opponevamo alla faciloneria, alla retorica, all’idiota ottimismo del fascismo e dei suoi propagandisti.>> Amen!
Con l’utilizzo dell’imperfetto Salinari amministra l’estrema unzione con stima al povero poeta, la cui sofferenza senza soluzione di continuità è del tutto anacronistica nel tempo del grande cambiamento e delle diverse sofferenze, quelle della lotta, degli artisti partigiani.
Più spietato è Franco Fortini, nel ’68: << murato da una forza di cui rifiuta i nomi storici e che quindi gli interdice ogni rapporto col fare altrui [...] Montale ha espresso la rimozione che la parte più europea del ceto intellettuale italiano ha operato del conflitto fondamentale del nostro secolo-quello sociale e politico-sostituendolo col tema "eterno" dello scacco e dell'incomunicabilità. Le "bufere" delle barbarie fascista, della guerra e della catastrofe atomica sono quindi interpretate come mere intensificazioni di una unica potenza intrinsecamente malvagia, l'esistenza.>> L’aria del sessantotto.
E’ così che passavano quasi inascoltati segni più puramente poetici della Bufera, come la luce: quella più spirituale dell’Amore o l’Iride, luminosa appena come traccia madreperlacea di lumaca/ o smeriglio di vetro calpestato che egli lascia in eredità nel suo Piccolo testamento.
E’ interessante, ancora, la funzione dionisiaca assegnata alla danza, più vera espressione dell’uomo straziato dalla falsità o semplice simbolo macabro: si passa, componimento per componimento come in un climax ascendente di vorticosità e d’orrore, dal fandango alla giga ed alla sardana, per arrivare poi allo zozzo trescone ed alla tregenda.

 
Non importava a nessuno quindi che Montale apparisse a Papini come Foscolo, Puskin e Leopardi messi insieme, perché il grande organo catalizzatore e selezionatore della cultura dal dopoguerra aveva mostrato il pollice verso.
Quasi per dispetto verso il forzato oblio cui è relegato, la risposta di Montale è un lungo silenzio prima dello stile pieno, ironico, dissacrante e autoiconoclasta della raccolta Satura e dei quaderni e diari. Uno stile che sancisce la rottura con il cosmo dell’anziano uomo vissuto, che oppone un cinismo sarcastico all’ipocrita società del benessere, dell’umanista che ha ancora da dire, da emozionare. 
 
Ci vorranno antologie e saggi di grande livello, Mengaldo, Asor Rosa, Contini, Solmi e Macrì in particolare, che, spalmati nell’arco di mezzo secolo, testimonieranno lo splendore ancora vivo di un poeta che non aveva smesso d’esser grande. Dovrebbe riflettere certa critica militante, nel non commettere catastrofi come nell’esempio illustre qui riportato; dovrebbe essere stimolata la critica acuta ora sonnecchiante, altrimenti il rischio è sempre quello di contribuire al genocidio culturale di una nazione.
Trascendendo l’esperienza di dolore del vissuto, quello che è davvero attuale in questo poeta è la lezione di coerenza sensata, apparsa quasi reazionaria ai più, nell’aver saputo fiutare il vento e nell’essere risultato onesto in quella che per lui è la poesia, semplicemente, e complicatamente, verità.
Siamo d’accordo con Montale quando giunge ad una conclusione provvisoria come quella di Piccolo testamento, suo ideale epitaffio letterario:

Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio 
non era fuga, l’umiltà non era  
vile, il tenue bagliore strofinato  
laggiù non era quello di un fiammifero.

Oliviero Carlino. Nel cuore dei vivi.

di andrea aufieri (14/03/2006 - 19:50)

 

Oliviero Carlino 
N
el cuore dei vivi
Zane Editrice, 114 pagg.,14€  

Il dolore alberga eterno  
nel cuore dei vivi . 
La pace è morta, solo per pochi

l’amore le origini la storia  
non vivono più. 
(Solo un padre)

Con questi versi efficaci, Oliviero Carlino, ristoratore di Acaya, suggella un’opera importante, quella di una vita. Un prezzo ragionevole per quantità e qualità dei componimenti, incrementato dal prezioso disegno in copertina eseguito da Claudio Rugge, artista vero. Quanto meno stimolante l’introduzione di Giovanni Cisternino, il quale, al di là di un occhiolino all’ Unione dei Comuni evitabile non foss’altro che per la sede dalla quale questo rimando parte, riporta alcune riflessioni di Barbato contro l’ermetismo lontano (?) dagli anni tragici della guerra che aprirebbero forti discussioni, soprattutto sul dovere etico, storico, e morale di poetare di ciò che si vede e di stare al passo coi tempi seguendo canoni imposti.
Il libro è però, soprattutto, testimone della sublime funzione della poesia, perché  Carlino se lo regala in età ormai matura e ci spiega il perché nella sua nota:
Questa raccolta di poesie, nasce anni fa; in giovanissima età. Molte di queste, restano chiuse nel cassetto per molti anni, finché un giorno spinto da amici decisi di riportarle in cartografie giganti- esposte nel suo ristorante (ndr)- e poi addirittura a pubblicarle in un libro.
Un libro per la memoria di mio padre, sì, forse era questo il desiderio, dedicarlo alla memoria della persona che in questo momento sento più vicina a me, mio padre.
Un libro per sé stesso, dedicato alla memoria di suo padre, come ci sussurrano al cuore i versi Io sono!/ terra, luce/ nuvola, acqua e speranza/ e quant’altro a voi serve ( Per mio padre ). Più in generale, però, emerge l’ affresco di un modo di vivere, di credere, di sperare, di cercare la felicità, di morire e di essere in eterno, infine, chiamato Acaya.
A mezzo secolo dai portoni verde limone e della vita Cocumola di Bodini, ci troviamo calati in descrizioni immutate del presente, a confermare la tesi del grande autore che il tempo, nel salento, sembra essersi fermato, specie in certi angoli incantati ed incantevoli. Perché basta fare quattro passi nell’antico borgo medievale e poi umanista per amare, anche solo per un attimo, una vita più semplice ed arcaica, in cui l’ospitalità della gente a ridosso del mare non è assolutamente uno stereotipo ipocrita. Ma forse la vita metropolitana sofisticata, nonché l’individualismo montante, riprenderebbero subito il sopravvento, facendoci constatare più l’aspetto pseudo - claustrofobico di una vita nel paese che l’effettiva realtà ( e noi automi schiavi consenzienti?).
Non riconoscendo questo invito alla lettura come sede legittima per quest’ altra discussione, è più saggio ritornare all’interessante opera di Oliviero: anzitutto gli eroi descritti nelle sue poesie potrebbero assomigliare più ai cafoni pensanti di Silone che ai mitizzati e falsi selvaggi di C. Levi e D’annunzio. Antieroi, quindi, immersi in un quotidiano di solitudine, fugaci gioie, per niente immuni al meretricio o alla dissipazione in felicità artificiali, ma inclini alla fede, al ricordo ed alla testimonianza; ambienti, personaggi e sensazioni sempre descritti con più o meno velata angoscia.
Esemplari per tutti i temi, alcuni passi che raggiungono vette leopardiane di commovente intensità:
I pensieri che sbattono/ cadono, s’infrangono costretti nelle mura dell’isolamento, il cui simbolo oggettivo è la casa, ritornando poi al padrone soli, sbiaditi ma forti ( La mia casa ), senza la possibilità però di un confronto ( si dovrebbe qui seguire il consiglio di Gaber sulla strada?), ma poi confronto con chi, o dove, in una piazza dove l’ignoranza abbonda/ tacita, orfana ? ( Nebbia )
Forte in Carlino il tema della fede, novità contro la marea genuina dei nuovi conformismi creati dagli anticonformisti meno convinti, come leggiamo in Festa: La chiesa  vecchia, ma oggi nuova/ nei colori, nel profumo intrecciato/ di antiche muffe. Credo e amore fatti di passione e tradizione, ma non manca il raffronto con il mito, negli esempi del vento come archetipo e costante storica, o anche l’immancabile taranta: eccolo, il salento, compiacersi di danzare con passi che segnano/ antichi lamenti dei giorni di festa.
Anche Canto popolare è suggestiva per la sensazione statica e l’improvvisa accelerazione, oltre che per il richiamo alla gente vestita con lunghi colori.
Come in Montale, l’inquietudine dell’autore cerca sollievo nella memoria, che il nuovo millennio farà rimpiangere ( Millennium ), e che non farà tornare indietro nonostante vorresti cambiare/ ma ecco che il tempo non tace/ tu vivi soltanto lontani ricordi ( Rimpianto ). Rimane allora la ricerca, anche artistica, della bellezza , della quale sognano molti componimenti: alla più istituzionale Immagine contrapporrei la scioltezza di Una dolcezza nuova, ma attenzione al monito, rivolto più alla bellezza terrena, di Rimpianto, perché prima o poi tacita,/ la notte della bellezza/ raggiunge il capolinea.
Cosa resta allora dell’esperienza terrena? Forse l’essere riusciti a restare, come testimoniano i numerosi componimenti dedicati a persone scomparse, nell’anima di un paese, nel cuore dei vivi, appunto.  

 

Maria Pia Romano. L'estraneo.

di andrea aufieri (14/03/2006 - 19:38)

 

Maria Pia Romano
L' estraneo 
 Manni 2005, 72pp, 8€

 

 

Il sin troppo austero vate Carducci commise una delle sue, tante, fallacie critiche, affermando che le donne non hanno poesia. E’ probabile che non gli fossero piaciuti i livelli eccellenti che la poesia delle donne aveva già raggiunto a partire, più o meno, da Saffo, oppure non aveva proprio letto niente o, ancora e forse più in concreto, la sua misoginia era schizzata ai massimi storici, in commistione con una plausibile andropausa, tanto da renderlo così miope.

Per fortuna l’emancipazione femminile ha fatto tanta strada, e per questo è considerabile normale che una terra come il salento produca ottime poetesse, anche in serie: è il caso della Seclì, della Saracino e della Romano. Quest’ultima, nata a Benevento nel ’76 con ottime referenze nel mondo universitario e dei media, propone un romantico esordio per la collana Occasioni, curata da Anna Grazia D’Oria per Manni e recante in copertina un dipinto della nota pittrice nostrana Francesca Mele. 

Esiste qualcosa o qualcuno che ci accompagna di volta in volta per i segmenti della nostra vita. Poi c’è l’estraneo. Che è dentro di noi. Che non riusciamo a capire. Ammettere la sua esistenza significa sostenere che oltre al sì o al no, oltre al bianco o al nero, esiste una terza alternativa. E spetta all’amore che abbiamo dentro rendergli giustizia. Sempre.

  Non v’è giudizio di sorta laddove lascivamente si agisca con passione, perdendosi per un amore dal gusto di miele selvatico, che ci aliena da noi stessi e dagli altri, trascinandoci in un mitologico e quotidiano conflitto. Lotta che Maria Pia traspone fruendo di un verso scarno, diretto, veloce, con l’utilizzo di una punteggiatura minima o assente, puntando sull’esplorazione dell’intimo sentire che media con grande sensibilità e interiorizza luoghi, immagini e codici consueti nella poesia (il mare ed il blu, la musica, il giorno e la notte, gli astri, …), qui utilizzati come mezzo e pretesto per una forte tensione erotica. L’atto d’amore e la sua consumazione invadono alla maniera dei crepuscolari tutta l’opera: “ Guardami (…) Guardati (…) /Musica le labbra/ dolcezza la pelle/ verità il benessere” (Luna d’autunno).

Una poesia tesa a concretare l’unione simbiotica tra eros e musica, come leggiamo nel verso di Musicista, dove sotto “la danza/ delle tue dita, / corde come angoli di pelle/ si lasciano accarezzare”.
Il mare nella sua caratterizzante di estraneità è un altro grande protagonista di questo canzoniere: “E ci scopriamo lontani/ gli uni gli altri, / essenze disperse/ nel blu delle maree” (Maree).

Il ritorno continuo al profondo del mare, alla notte, all’alba, al sole ed alla luna è la domanda di un contatto più interiore con la realtà, che per l’artista, il quale sogna “di avere sempre sogni” (Artisti), è proprio innamorarsi “della poesia delle cose”. Ma qual è il senso del quotidiano, se l’autrice vive “nelle cose/ (…), delle cose/ sentendo il battito/ prepotente, diseguale, insistente” (Ricerca furiosa di cosa sia normalità)? E’ qualcosa di normale se ella vive “scandagliando passato e presente”, trovando che “l’esistenza è nelle ore del non tempo,/ negli abbandoni della mente/ nel risveglio della palpebra assopita”? Le “gocce di vita” cadono inesorabilmente, e poco resterà della nostra illusione d’aver detto tutto, d’aver amato. Solo la follia di un istante , un’occasione d’amore ci farà vivi sempre. E’ così giustificato il “disagio/dell’inutilità/d’aver dedicato parole” (Pretesa),perché siamo nella volatilità più pesante e incredibile dell’amore. E nel suo più puro godimento.

  

Visioni  
Fluttuare

nel puro spazio della carne

dipanare i sogni

sciogliere il tempo

assaggiarne gli istanti.

Goccia a goccia

l’amore

svela

la sua nuda bellezza.

  

Ricerca furiosa di cosa sia normalità

Vivo nelle cose,
vivo delle cose

sentendo il battito

prepotente, diseguale, insistente.

Invoco l’ignoto

scandagliando passato e presente.

L’esistenza è nelle ore del non tempo,

negli abbandoni della mente

nel risveglio della palpebra assopita.

Gocce di vita

nella clessidra del tempo cadono giù.

Rimarranno pochi versi

alla fine dei giorni.

Nell’illusione d’aver detto

quanto volevamo.

Nell’illusione d’aver amato

come volevamo

(vana speranza)

E se i boccioli freschi si apriranno

all’amorevole sguardo

saremo vivi ancora,

vivi sempre

(follia).

Beatitudine è una sera di luna piena. 

Mario Desiati. Le luci gialle della contraerea.

di andrea aufieri (08/03/2006 - 10:07)

  

Mario Desiati
Le luci gialle della contraerea  

(Lietocolle libri, collana Opera Prima, 52 pagine, 10 €)

 
La Lietocolle libri propone un'elegante ma dispendioso vestito, privo di apparato critico, per la prima raccolta di un ventottenne di Locorotondo, già presente nell'antologia "I poeti di vent'anni" (Stampa2000), ma l'esordio letterario personale di questo giovane avveniva nel 2003 con la pubblicazione del romanzo "Neppure quando è notte"( ed. peQuod). E verrebbe da pensare che la sua anima sia effettivamente quella di un narratore, se ci si appresta alla lettura di quei versi più lunghi della norma e a tratti così descrittivi e analitici.  Ma la poesia riempie, ben mediata, tutta l'opera, che sfugge anche alla classificazione di prosa poetica e persino di un più plausibile poème en prose. Perché basta leggerne un solo verso per lasciarsi coinvolgere da quello che può gia essere uno stile. La poesia di Desiati è ben calcolata, tecnica, divertente eppure profonda e serenamente turbata. La sua immagine di poeta sembra possedere caratteristiche affini ad un naturalista per la chirurgia del riferimento, del dettaglio, dello studio dei sentimenti interiori e persino delle visioni. Vi è anche un fattore patetico che rimanda al neorealismo italiano, di pari passo con un sentimento soggettivo del tempo, che lo contrappone al grande dinamismo di Pasolini: Desiati opta per la rottura, seppur momentanea, del fattore temporale per fermarsi a demarcare e poetare i suoi soggetti, basti pensare a tutta la silloge della fermata del tram. La poetica è sempre asciutta e per affinità tematiche ricorda Sereni, anche se alcune volte scivola in una certa passionalità/rabbia poetica, come nel caso della descrizione della spugna. Tutto questo ci regala un quadro un po' rischioso del poeta, che sembra avere la vista a raggi x, non come un veggente, ma quasi più come un supereroe: attenzione però a non cadere nell'accusa di frigidità, perché qui si tratta di artista estremamente sensibile ed attento. Un altro rischio è quello di fare del suo sentire un comune sentire, rivolgendosi direttamente al lettore o tentando di universalizzare un pensiero che potrebbe semplicemente toccare gli animi senza coinvolgere il lettore in un egoistico ritrovarsi nella poesia.
La raccolta è così densa di sperimentazioni e di temi da risultare quasi pedagogica, per l'autore e per i lettori. Molto particolare è il rapporto con tutto ciò che circonda il poeta: possiamo leggere di oggetti deteriorati, vissuti, finti, fino alla teoretica del pantalone come cosmo perfetto. Ma tutto quanto sembra essere visto come al di qua di un vetro, forse di uno specchio, alimentando il dubbio che al di là di quello, tutto abbia un'altra vita, all'altra parallela ed indifferente.
C'è il ritorno ossessivo dell'estate esplosiva e calda negli odori e nei colori, come quella delle belle immagini di una festa (Ss. Cosma e Damiano) della quale non si accendono i suoni; estate scatenante marasma di ricordi e visioni nello stile di Blake, ma certamente meno mistico, forse a metà strada tra l'inglese e Zola. Da Blake, però, si potrebbe desumere il sogno messianico, insieme con le sensazioni di distacco, le nausee e gli sbandamenti- disagi sempre espressi con linguaggio lucido e garbato- che sfociano - permangono?- nel quotidiano, proprio dentro oggetti banali di fine immagine/ ritorno alla realtà: Amerai la coltre della nebbia, disperso dentro un barattolo.
Si conosce così una vasta tipologia di cose (vissute, deteriorate, banali, estranee,…), ma qual è il loro senso, per cosa servono? …per essere amati/ inghiottiti, frantumati oppure dimenticati (…) sono idee/come lucenti, di notte immagino assomigliarli: non invecchiare.
Temi forti, soprattutto nella prima parte della raccolta, sono il ricordo intimo e la memoria storica di eventi dei quali un classe 1977 non può che aver letto o ascoltato: le immagini richiamate sembrano sbuffare polvere e si ha difficoltà a guardare con l'autore oltre la spessa coltre del passato, ma si sente, infine,l'odore del maltempo, il silenzio delle campagne appena arate e così anche il flusso degli stormi, le aurore accese, i vecchi ronzini lasciati al bosco, fino a vedere il fossile quotidiano che domani sarà andato via e le luci gialle della contraerea…il bagliore inciso sull'orizzonte/ verso i mari incendiati di Taranto.
Poesie d'immagini, lampi, scatti, evolutesi seguendo il basso ideologico continuo di un'aritmicità piacevole, lirica sfiorando il paradosso.
Ancora, si sente ovattato il fischio delle bombe, in un continuo gioco tra l'esserci e il non esserci, sempre con distacco dal tutto, cogliendone spesso l'Impressione. In proposito, spesso Desiati sembra dialogare con il lettore di particolari suggestioni, nel tentativo di universalizzarsi, quello che per molti dovrebbe essere la funzione/ scopo/ compito del poeta.
Ricorre un divertente gioco di sensi: alternativamente dominano i componimenti l'olfatto, la vista, l'udito, il gusto, tanto che il poeta sembra suggerire quali usare o crea implicitamente nel lettore lo stimolo all'utilizzo di quelli di volta in volta assenti. E' descritta anche un'esperienza ultrasensoriale che porta alla spersonalizzazione del poeta che diviene oggetto passivo (sasso che rotola).
Ritorna spesso l'umore nero dell'autore, che avverte il peso e l'estraneità della vita, facendo incubi tutte le notti, mangiando pietre tutte le sere/ accompagnate col vino e il cattivo umore arrivando a commentare: Come voglio essere solo.
Dal componimento A Simone di Cirene comincia il ballo di tram, bus e treni. Questi mezzi di trasporto sono ossessivamente richiamati come dimostrazione empirica della teoretica del distacco: il contatto/non contatto tra gli uomini e tra le cose, persino dai decenni richiamati con i numeri di linea, assurgono a pura lirica nella Poesia alla fermata del Tram, che occupa un cospicuo spazio nella raccolta. Con tecnica narrativa sono presentati dei personaggi che fruiscono del mezzo pubblico: C'era il gramo, il nero, il sudicio/l'eremita, la donnola, il gabbiano/ la spugna e Claudia. Nello spazio definito del tram, il tempo si condensa nella presentazione singola dei pur sempre anonimi protagonisti, poi questi cominciano inconsapevolmente ad interagire, descritti a gruppetti (molto bella la sfida al tempo ed al destino del nero che viene colpito dalla bellezza non solo terrena di Claudia), infine ci sono foto di gruppo che vedono come fuoco sempre Claudia, l'unica ad avere un nome. La roulette russa delle fermate colpisce al secondo tentativo, richiamando proprio la bella donna che, scendendo, rompe la dis-armonia di quel microcosmo, e poetare non ha più senso.
Desiati si congeda con due componimenti di stile che ci regalano ancora visioni di autobus come illuminazioni nel doppio senso rimbaldiano del termine e che rimandano sempre al concetto di vita parallela dell'universo rispetto all'uomo.
Ad alleviare distacco e solitudine non vi è certamente la religione, che il poeta tratta sarcasticamente, ma ci potrebbe essere un amore profondo e sentito. Non siamo di fronte ad un poeta "innamorato" che trasferisce violenta la sua passione sulla carta, ma il tema dell'amore è una velina sottile e delicata che accarezza l'intera raccolta, andandola anche a chiudere non senza certa amarezza.

Angelo Petrelli. Elegia.

di andrea aufieri (08/03/2006 - 10:02)

Angelo Petrelli
Elegia
(BESA, collana Poet/bar, 48 pagine,  5 €)

 La collana Poet/bar di Besa, curata da Mauro Marino, si è recentemente specializzata nel dare spazio ai poeti emergenti, e in questo caso opera un falso azzardo proponendo l’esordio del neo-ventunenne Angelo Petrelli di Arnesano. Il poeta redige la rivista L’Alter Ego con Eliana Forcignanò e collabora al sito musicaos.it, curato da Luciano Pagano e Stefano Donno e anche, dal primo numero, con Vertigine di Rossano Astremo. La sua pubblicazione è un falso azzardo perché egli già si presenta combattivo e sanguigno, capace d’atmosfera.
Per analizzare i temi forti della raccolta è sufficiente osservare la copertina, di uno scoraggiante colore nero che Pagano, nell’intervento inaugurale, ci suggerisce essere lo sfondo di tutti i componimenti presenti nel libro, effettivamente dominati da un pessimismo eroico e tragico, mai statico né fatalista. Un nero da intendersi come assenza di luce, cioè di quell’amore cui il poeta anela come sua soluzione e per cui lotta, o ha lottato, e, sempre, soffre ( Elegia, l’intenso componimento che presta il titolo alla silloge). Anche l’amore possiede il suo lato parallelo e oscuro, misurandosi con qualcosa d’inarrivabile e impossibile, assente o perso per sempre, odiato e rimpianto- pura elegia-, come nei versi Sono con te, questo, sporco di bene( Kleis) o quando sono infelice della tua bellezza( Rifiuto dell’eros d’essere elegia) o ancora forse non so se potrò innalzarmi ad una simile bellezza (Per i miei ultimi vent’anni). 
E’ racchiuso in quest’idea profondamente straziante il perché di un titolo così impegnativo: Michelangelo Zizzi, nel secondo dei quattro interventi contenuti nel libro (oltre al già citato Pagano vi sono anche due postfazioni di Giuliana Coppola e Serena Mauro), ci ricorda che l’elegia è una tra le più antiche forme di versificazione tecnica o interiore e ci provoca asserendo che l’opera meriti un’attenzione, e quindi una lentezza, anacronistica quasi quanto la forma poetica scelta. Questo è vero finché non si ammette che la poesia ha in ogni caso bisogno di tempo, sia da parte di chi si prende il fastidio, non richiesto, di scriverla, sia da parte di chi si prende il disturbo, sperato, di leggerla.
I temi elegiaci non sono neanche così anacronistici, visto che pervadono pressoché l’intera esperienza poetica del secondo Novecento( Zizzi ci ricorda Penna e Bellezza, ma vi si potrebbero accostare anche i nomi di Zanzotto, Porta e Bodini, solo per citarne alcuni). 
E’ in ogni modo ipotizzabile che la scelta di Petrelli viaggi su binari esclusivamente personali, siano essi biografici, ideologici o idealizzati. I temi di morte, d’angoscia e d’ansia, strettamente connessi con il più umano dei sentimenti, stridono sulle rotaie di un Tempo assurdo che agisce ignaro e inconsapevole d’agire. Solo gli uomini distratti alleviano le loro pene con una musica cui non assegnano il profondo valore spirituale che le spetta (Molokh). Di qui il riferimento e gli omaggi espliciti, nei Versi d’occasione, a Dylan Thomas e Samuel Beckett. Con il primo, Petrelli condivide in particolare l’esordio a vent’anni e la struggente trattazione dei temi amorosi/mortali, mentre con il secondo tutto ciò che circonda e muove questi temi, e viene da pensare a quella Lecce squallida, grigia e disperata, con la gente fottuta che(…)mette in scena, in movimento, prossima l’insidia sulla famosa pietra bianca che qui diviene oscura, malvolente.
La poesia, qui anti-musicale, non è così un lenitivo: è una descrizione onesta e lucida lì dove il poeta-uomo è in ricerca e nostalgia, è in confusione e contraddizione, disfatto e dolorante.
Proprio il dolore che il poeta prova o provoca, come condizione umana o danno collaterale di un amore perso o troppo intenso, è distillato e lucidamente assaporato ed esibito in quel dolce dolorare ed in quella calma del Male, con note di autocompiacimento che lo rendono maudit.
Quest’affinità con i poeti maledetti potrebbe continuare coinvolgendo, ad esempio, anche il tema della fede cui il poeta sembra attribuire il valore di un aspetto non preponderante della spiritualità umana, ma la profondità di questa tesi non è così demarcata: quando scrive Mi lamento per ogni grazia ricevuta da questo Dio dal cuore troppo inesauribile, non si pone certo nella posizione di nemico di Dio nel modo aperto dei fasti verbali utilizzati da Rimbaud ovvero, soprattutto, Lautréamont. 
La spirale di niente, nulla, morte, freddo, grigio dei quali è intrisa l’intera opera, in particolare il componimento Rien nul, può avere uno sbocco positivo? Abbiamo già detto della soluzione, ma nulla può lenire il gran dolore dell’eroe ferito? Proprio al termine della mini-silloge Rien nul, con l’anafora Non posso morire, l’artista sembra farneticare di una speranza, che qui si potrebbe paradossalmente definire disperata, oltre che provocatoria e quasi falsa. Un momento per ogni sperare è l’unione amorosa degli occhi, la speranza è definita stupida, ma operandola il poeta innamorato perso- e di questo consapevole- resta fottuto dove so di cadere e spero(,…)
L’ultimo componimento che Angelo ci regala e si regala, è una riflessione sui suoi ultimi vent’anni e sembrerebbe uscire dal concetto elegiaco per portarvisi al di sopra e più in là: guardando indietro e prendendo coscienza di sé, non solo come Poeta ma anche come Uomo, sempre se stesso nonostante tutto, persino l’amore, apre al futuro fidando in altri che in se stesso e nella sua libertà, oltre ogni superfluo onere e scandalo, consapevole dei limiti interiori ed esterni, che comunque sfiderà. Ma leggiamo tutto questo dal testo:

 

 

 

(per i miei ultimi vent’anni)

 ho paura di non cambiare, di 
non distinguere il bene dal male,
(prendere per vero ciò che dici e
lasciarmi così cadere esatto
compito, ritratto e gravato
da tutto il superfluo- Male io dunque 
                                       a vent’anni
sono così profondamente me sempre
me stesso, che solenne e datato
oltre al tuo orrore- forse non
so se potrò innalzarmi
ad una simile bellezza- e di certo non
vado a dannarmi nella forma che 
                                         voi di me fate).

Un ultimo regalo per i visitatori di questo sito è un componimento che ha colpito particolarmente chi scrive:

ELEGIA

Non lasciarmi andare ancora,
dicendomi che non finisce qui
c
he tutta la fatica risarcirai
interamente- che mi verrai
                              a cercare, 
per quello che sono e mai sono
-sotto una sola parola negata 
                             chiamerai
a te stessa, vorrai un mio bacio (,…)

Coprendo i miei occhi con tutta 
la tua voglia di non farci morire,
             e sarai di più una volta 
              la mia soluzione- e dal tuo
              cadrà ogni colore, e tutta 
                                              la luce.

Anche in quest’opera compare il segno (,…) sul quale è giusto soffermarsi in ultimo. Come Serena Mauro nel suo sensibile intervento ci fa notare, un elemento importante di quest’opera è il silenzio. Silenzio di frasi non dette, silenzio perché è giusto che sia così, laddove le parole sarebbero solo rumore. 

Locandine Letterarie, Il Raggio Verde edizioni.

di andrea aufieri (23/02/2006 - 09:09)


Da un paio di mesi Il Raggio Verde edizioni ha dato il via ad una collana editoriale curata da Francesco Saverio Dòdaro e da Maurizio Nocera dal titolo "Locandine Letterarie". Dal blog Vertigine leggiamo la presentazione di Rossano Astremo e dell'ideatore Dòdaro:
<<collana d´assalto, trasgressiva e innovativa a cominciare dal suo layout grafico. La locandina, che generalmente si utilizza per veicolare l´opera d´arte, diventa essa stessa  opera d´arte. Connotativa dell'hic et nunc, del qui e dell'ora e del dibattito in atto, la collana - anticipa lo stesso fondatore - sarà polisettoriale e darà particolare ascolto alla ricerca e alla scrittura avanzata, da prima linea sul fronte formale ed estetico>>.
Se queste sono le premesse, corro subito ad acquistare il prodotto, visto anche che il prezzo è di solo un euro e mezzo.
Ma se la locandina, di un incerto blu/verdognolo, è considerata opera d'arte, credo che qui qualcuno debba davvero fare mea culpa ed essere onesto: graficamente il progetto non solo prometteva meglio (le competenze credo ci siano tutte), ma doveva essere di impatto maggiore, vista la pubblicizzazione, visti i nomi coinvolti (non so se poteva, ma se non poteva era meglio evitare). Onestà, poi, verso gli acquirenti e gli autori stessi prestatisi alla cosa.
In proposito di grafiche, di locandine, di applicazioni e di installazioni la città di Lecce possiede esempi più forti. Perché non competere, confrontarsi, dialogare con quanto già è stato fatto nel settore? Come troppo spesso accade, si è persa un'occasione importante.
Peccato, perché poi i contenuti delle locandine sono qualitativamente proponibili e mi va di ricordarli: "Dichiarazione d'innocenza" di Francesco Saverio Dòdaro, "Fintotontopazzo" di Maurizio Nocera, "La bomba" di Ada Donno,  "Gemme di pensieri" di Nasho Jorgaqi, "Ha rinchiuso le parole" di  Maurizio Leo, "Oltre lo zero" di Rossano Astremo.
Peccato, perché l'idea di presentare tutta la letterarietà, non solo poesia, ma anche narrativa e saggistica, sfruttando meglio la dimensione spaziale sarebbe stato davvero siognificativo. Il risultato d'insieme, purtroppo, è insipido.
Ho l'impressione che questa iniziativa non lascerà il segno, a meno che non si attui una decisa sterzata verso soluzioni, soprattutto grafiche, ripeto, decisamente più coraggiose ed ardue.

*l'immagine riguarda la LL n.1, "Dichiarazione d'innocenza" di Franccesco Saverio Dòdaro.

Musicaos anno 3 n.19: "Winter kept us warm" è online!

di andrea aufieri (01/02/2006 - 10:33)

Questo il ricco sommario mensile:

1. 2004-2006 Due anni di Musicaos.it
2. "Winter Kept us Warm", Testi, Interventi
3. Peter Patti, Città dell'alfabeto, il nostro terzo romanzo elettronico
4. Carni Paesane 9 - fumetto scritto, disegnato e sceneggiato da
Giovanni Matteo
5. FALSETTO - Son of great transformers - 13 nuove tracce di Giorgio Viva
6. "Cercai di divenire tronco" (Massimiliano Manieri e Marta Ampolo) e
Screen Freaks (CUT), due nuovi video nella sezione DOWNLOAD
7. Written on Musicaos.it - 3 nuovi interventi tradotti in inglese da
Nemi Translations
8. Vari e salutari

 

1. 2004-2006 Due anni di Musicaos.it
Il 2 gennaio del 2004 veniva messo online il primo numero di
Musicaos.it, una rivista che intendeva, in partenza, creare uno spazio
web per autori emergenti, a partire dal Salento. Il primo numero fu
collezionato raccogliendo materiali da testi già pubblicati, una specie
di piccolo sunto di autori attivi tra la metà e la fine degli anni
novanta. Oggi Musicaos.it conta una media di venticinquemila visitatori
al mese. Il 2 gennaio abbiamo messo online "Razionali senza filtro" per
festegggiare con voi quest'occasione.

2. Il titolo scelto per questo numero, pochi non lo avranno
riconosciuto, è tratto dal poema di Eliot, The Waste Land. Nei giorni
del gelo, non soltanto climatico, la scrittura del mondo è una
componente essenziale della nostra vita.

in questo numero TESTI di:

Pasquale Iannucci, Kiesalesa - Flavia Piccinni, Con applicatore - Maria
Zimotti, Il beauty case - Beatrice Protino, Soundwalk.com/passage number one: perché si può andare sempre andare oltre - Silla Hicks, Prima di te - Gioia Perrone, Poesie - Cristina Raso, Amantedestino - Marco Saya, Poesie

in questo numero INTERVENTI di:

*Luciano Pagano* - I “Diecimila e cento giorni” di Claudio Martini, Luci e ombre da una vita che è sogno. su "L'oratorio della peste" di Raffaele
Gorgoni, "Ed ecco io video" - *Stefano Donno* /- / "Tu quando scadi?"
(Manni Editori), Marcello D’Orta, Fiabe sgarrupate - *Rossano Astremo*
Bodini e le struggenti inchieste - *Francesco Sasso* su "Da qui verso
casa", di Davide Bregola - *Enrico Pietrangeli* su ATOMICO DANDY, di
Piersandro Pallavicini - *Flavia Piccinni* su LA TARTARUGA DI GAUGUIN,
di Andrea Bocconi - *Andrea Aufieri* su Boris Vian - "La stanchezza della specie" di Vittorino Curci - *Beatrice Protino*: Salvador Dalì:
“Io sono un genio.” - *Irene Leo* presenta un Trittico di recensioni di
Lucia Marchitto - *Bianca Madeccia* su Paul Auster, Trilogia di New York
- *Luigi Levante* su "Dracula" di Bram Stoker, *Giorgio Viva* su
Progetto Pane

3. Peter Patti, Città dell'alfabeto, il nostro terzo romanzo elettronico
Peter Patti, nato (quasi) una cinquantina d'anni fa in Sicilia vive in
Germania da più di venticinque anni. Una bella scoperta per noi di
Musicaos.it, che a dire il vero siamo stati intercettati da lui, che ci
ha proposto la pubblicazione (qualche mese fa) della stesura definitiva
del suo romanzo intitolato "Città dell'alfabeto", nella sezione del
nostro sito dedicata ai romanzi elettronici. Nella pagina dedicata al
romanzo troverete un interessante intervento di Stefano Donno, che
inquadra criticamente il testo. Crediamo in questa iniziativa e speriamo
che il testo di Peter Patti riceva l'attenzione che merita.


4. Carni Paesane

- La storia disegnata e scritta da Giovanni Matteo è ad
una svoltaAvevamo lasciato *Pero*, il protagonista di *Carni Paesane*,
in un ospedale. Così si concludeva l'ottava puntata. Nel frattempo
Giovanni Matteo ha pubblicato, sempre su Musicaos.it, *Mignotta*, lo
sceneggiato a puntate ispirato ad un racconto di Pier Paolo Pasolini. In
attesa dell'ultima puntata ecco tornare il fumetto scritto, disegnato e
ambientato interamente nei favolosi anni '80 in Salento. La vicenda è a
una svolta, Pero sta infatti per intraprendere un viaggio, la tappa è
niente meno che Roma.


5. FALSETTO - Son of great transformers - 13 nuove tracce di Giorgio Viva
*
FALSETTO - Son of great transformers - 13 nuove tracce di Giorgio Viva
-* Esistono opere d'arte e verità incrollabili, esistono vere opere
d'arte e falsi d'autore, esistono comportamenti ineccepibili e false
ipocrisie. Ma quando una o più persone perfino nel loro dimostrare
falsità o ipocrisia rimangono minuscole allora: *FALSETTO! 13 tracce* di
sperimentazione sonora, ibridazione contemporanea, distruzione delle
certezze.

*Falsetto*, concettualmente nasce come un lavoro sul superfluo, sul
relativo, sull'accettato come buono, sull'ovvio, sull'umano,
sull'animale, sul ridicolo, sul rituale, sulla serietà, sul linguaggio,
la stupidità, la follia, la paranoia, la musica elettronica, il gioco,
il gioco, il gioco. [*Giorgio Viva*]


6. "Cercai di divenire tronco" (Massimiliano Manieri e Marta Ampolo) e
Screen Freaks (CUT), due nuovi video nella sezione DOWNLOAD

**"Cercai di divenire tronco" **una performance artistica tenutasi a
Galatina il 20 novembre dello scorso anno, ideata e messa in scena da
Massimiliano Manieri e Marta Ampolo, è il punto di partenza per questo
video, dove gli stessi uniscono le loro voci recitanti alle immagini
montate e dirette da Andrea Federico, un viaggio lisergico nell'immagine
e nella poesia, quello che proverete, vedendo questo filmato, è la
sospensione.

*Screen Freaks - CUT ***Si dice che un'immagine vale più di mille
parole. Se la teoria che supporta questo video è quella per cui la
televisione può essere il migliore mezzo di comunicazione possibile e al
tempo stesso il peggiore, allora l'unico modo, senza dare adito ad
interpretazioni previe, è quello di tornare a mostrare nella distorsione
cui ci abitua la normalità i semplici fotogrammi, per accorgersi che
anche il /piatto/ nasconde le curve del delirio.

7. Written on Musicaos.it - 3 nuovi interventi tradotti in inglese da
Nemi Translations

- **A new day in Naples. Reading Valeria Parrella’s narrations*.* -
/Elisabetta Liguori /(italian version)
- *The distraction of leaves, a reading of "Passa la bellezza"* (Beauty
goes by) by Antonio Pascale - /Elisabetta Liguori /(italian version)
- *Tiziano Scarpa Love knots in the darkness, Live! story-reportage
(Groppi d'amore nella scuraglia)* - /Francesco Sasso /(italian version)

8. Vari e salutari
In questo numero (nella sezione diario) diamo spazio ad un'iniziativa di
collaborazione poetica coordinata da Fabrizio Corselli e dedicata a
Rachmaninoff. Inoltre ripubblichiamo due raccolte "Sconforti di
consorte" e "Brindisi e cipressi" della poetessa Marina Pizzi, con
revisioni e aggiunte, consigliamo a quanti di voi le abbiano
lette/scaricate in passato di leggere i nuovi testi di quest'ottima autrice.

www.musicaos.it

L'alter ego 05. Nota di Luigi Caricato e sommario.

di andrea aufieri (25/11/2005 - 10:22)

Ecco le incoraggianti parole che Luigi Caricato, autore de "L'olio della conversione"-Besa-; ha dedicato al giovane collettivo redazionele de "L'ALTER EGO" al momento dell'invio dei suoi dati biografici:

'Sono contento che "L'alter ego" esprima un'anima anche cartacea, perché in tal modo diventa una ulteriore sfida a tante riviste belle fuori ma evanescenti. Quando ero a Lecce, da ragazzo, la città e i suoi dintorni non mi apparivano in uno stato letargico, ma di morte apparente. Per questo sono un po' più ottimista per l'oggi: ho notato una certa reazione, non di tutta la società, è vero, ma almeno di una piccola parte che sa però farsi sentire. In bocca al lupo per tutto.' Desideriamo ringraziarlo postando la foto che per mtivi tecnici non abbiamo potuto inserire nella rivista.

IL NUOVO NUMERO. Conscio ormai delle scarse risorse economiche a disposizione, il collettivo annulla la vadenza bimestrale e punta molto sullo spessore dei contenuti proposti. A seguito di un editoriale sprezzante le commemorazioni fine ad esse stesse, in questo numero il filo conduttore sarà un resoconto, un'altra voce su quanto di meglio- e di peggio- l'editoria e/o gli autori salentini hanno saputo proporci da un anno a questa parte. Ringraziamo, inoltre, gli autori Vito Lubelli e Paolo Antonucci che in- e speriamo da- questo numero forniscono il loro prezioso contributo.

Ecco il sommario:

Recensioni.

Paolo Antonucci su:

 "Poeticircus" a cura di G. Goffredo, Poiesis Ed.;

 "Neuropa" di Gianluca Gigliozzi, Luca Pensa Ed.

Vito Lubelli su:

  "La carne muore" di Rossano Astremo, scaricabile su musicaos.it;

  "Il credito dell'imbianchino" di Elisabetta Liguori, Argo Ed.

Andrea Aufieri su:

 "Tutte le poesie" di Vittorio Bodini, a cura di O. Macrì, Besa Ed.;

 "La carne muore" (cit., leggi qui l'anteprima su Vertigine);

 "La stanchezza della specie" di Vittorino Curci, Lietocolle Ed.

Angelo Petrelli su:

 "Uno" di Antonio De Mitri, Manni Ed.;

 "Terra nera" di Giuse Alemanno, Stampa Alternativa Ed.;

 "L'olio della conversione" di Luigi Caricato, Besa Ed.;

 "La stanchezza della specie" (cit.).

Rubriche.

 "L'editoriale dei buoni sentimenti" a cura del direttore e fondatore Angelo Petrelli;

 "Il mondo è bello...perché è vario!": voci e recensioni a confronto;

 "Perché disprezzo la tua genia e miro alla sua estinzione": momento finale enigmatico tutto da scoprire...

Considerazioni personali. Ho più volte dichiarato, su questo stesso blog, di scrivere laddove me ne danno l'opportunità: personalmente credo nella voce che l'alter ego tenta di far ascoltare e nella qualità dei suoi contenuti. Come molti aspetti della nostra vita odierna, questa rivista soffre di una certa precarietà, la quale fa sfociare in dichiarazioni scherzose ed un pò amare come quelle leggibili in seconda. Spero che i lettori le comprendano, anche, e giustamente, creando il polverone che possono creare. Ma non tacciando il sottoscritto e gli altri redattori di faziosità che non appartengono loro. 

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