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just a dream...

di andrea aufieri (19/08/2006 - 17:36)

 

FUNERAL BLUES
Wystan Hugh Auden


Stop all the clocks,
cut off the telephone,
Prevent he dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos
and with muffled drum
Bring out the coffin,
let the mourners come.
Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message:

He Is Dead.

Put crêpe bows
round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear
black cotton gloves.

He was my North, my South,
my East and West,
My working week
and my Sunday rest,
My noon, my midnight,
my talk, my song;

I thought that love would last for ever:
I was wrong.

The stars are not wanted now:
put out every one;
Pack up the moon
and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.

(Fermate tutti gli orologi
isolate il telefono
fate tacere il cane con un osso succulento.
Chiudete i pianoforti
e tra un rullio smorzato,
portate fuori il feretro.
Si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani, lamentosi, lassù
e scrivano sul cielo il messaggio:

Lui è morto.

Allacciate nastri di crespo
al collo bianco dei piccioni.
I vigili si mettano
guanti di tela nera.

Lui era il mio nord, il mio sud,
il mio est e ovest,
la mia settimana di lavoro
e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte,
la mia lingua, il mio canto.

Pensavo che l'amore fosse eterno
e avevo torto.

Non servono più le stelle,
spegnetele anche tutte,
imballate la luna,
smontate pure il sole,
svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco
perché ormai più nulla può giovare.)

Kerouac, "I sotterranei"

di andrea aufieri (05/05/2006 - 20:53)


Jack Kerouac, da "I sotterranei"


Per fare il furbo le dissi: balliamo - prima aveva
 avuto appetito e io avevo proposto (e difatti si andò) di com-
 prare l'ovetto da Jackson e Kearney e ora lei lo bolliva (poi
 mi confessò che a lei le uova non piacevano anche se
 sapeva che è il mio piatto preferito: preannuncio del
 mio comportamento in seguito, già glielo ficcavo a forza in gola e lei nel
 suo dolore sotterraneo non aspirava che a mandarlo giù) ah
 - Ballando aveva spento la luce, così, al buio, la baciai
 -vertigine, vortice di danza, inizio, solito inizio d'amanti
 che si baciano in piedi in una stanza buia e la stanza è
 quella della  donna a cui l'uomo fa di tutto pur di arrivare; e
 poi andò a finire in selvaggi contorcimenti, lei sul mio grembo
 anzi coscia e io che la faccio volteggiare in tondo protesa
 all'indietro per l'equilibrio e attorno al mio collo le sue braccia
 che venivano ad infuocare il me che allora era soltanto hot. E quasi subito
 seppi che lei non aveva fede e non avrebbe potuto prenderla da nessuno
 - figlia di madre negra morta mettendola al mondo, di padre ignoto,
 un mezzosangue cherokee un vagabondo che sbatacchiava le sue scarpe rotte
 per le grigie pienure autunnali sombrero nero e sciarpa rosa accoccolato
 alle griglie delle salsicce e vuotava bottiglie di Tokai e le scagliava
 nella notte gridando 'Yaa Calexico!'. Svelto a tuffarti, mordi, spegni
 la luce: nascondo il viso per la vergogna, faccio all'amore con lei
 forsennatamente perché sono digiuno da quasi un anno e la foia mi mette
 a terra - le nostre piccole intese al buio, i veri da non dire perché
 dopo fu lei a dirmi: "Gli uomini son così buffi, cercano l'essenza,
 e la donna è l'essenza, ce l'hanno lì tra le mani, ma loro scappan via a
 mettere su grosse costruzioni astratte'. 'Vuoi dire che
 dovrebbero starsene con l'essenza, cioè star sdraiati sotto
 un albero tutto il giorno con una donna? Ma Mardou, questa
 è una vecchia idea, una cara idea, non l'ho mai sentito
 meglio espressa e non l'ho mai immaginata meglio'. 'Invece
 loro partono e fanno grandi guerre e considerano le donne
 come prede invece che come esseri umani, be' amico può
 darsi che in tutta questa merda io ci stia dentro fino al collo
 ma certamente non voglio nemmeno un poco (sulle sue dolci
 e colte labbra accenti da generazione nuova). - E appunto
 dopo aver avuto l'essenza del suo amore, anch'io metto in
 piedi costruzioni di parole grosse e così la tradisco veramen-
 te - e racconto storie da fogliastro scandalistico rigagnolo del
 bucato del mondo - la sua. La nostra storia, di quei due mesi
 del nostro amore in cui (pensavo) si fece il bucato una sola
 volta perché lei, che era una sotterranea solitaria, passava
 giornate d'ozio e quando decideva di andare al lavatoio con
 le altre di colpo si accorgeva che era troppo tardi e le lenzuo-
 la restavano grigie (a me piacciono perché son così morbi-
 de). - Ma io non posso in questa confessione tradire il più
 intimo, le cosce e quel che le cosce racchiudono - e poi per-
 ché scrivere? - le cosce racchiudono l'essenza - eppure
 anche se dovessi giacer lì dentro e venirne fuori poi alla fine
 ancora lì tornerei, pure sento che debbo scappare via e
 costruire - per nulla - per le poesie di Baudelaire.

Dario Bellezza. Dopo dieci anni.

di andrea aufieri (31/03/2006 - 20:17)



La notte tra il 30 e il 31 marzo del 1996 l'AIDS eliminava gli ultimi spiragli di ciò che restava di un poeta, arrivato a rinnegare la poesia, ma non la vita né l'amore.
http://www.italialibri.net/dossier/bellezza/amorechesiautotradisce.html

1.
la morte vuole morire
con me. Dormire solo
annali di tempo morto
prima della rinascita
quando saremo soli.

2.
Così t'aspetto. Di notte entro
in un abisso, leggo chiaro
il mio destino e morte
m'insulta né lacrimare
asciuga o fa torto al dolore.
T'inchino fino a credere.
Orrore ascolto morire
in un palpebrale
sommesso dei miei occhi
chiusi nel sonno.

più non so.

3.
amore gridato, amore cercato
amore goduto, amore
che si nasconde
dai mucchi di merda

Eugenio Montale. Poesie.

di andrea aufieri (24/03/2006 - 12:57)

Da “Ossi di seppia”:

Spesso il male di vivere ho incontrato


Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.  


Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Da “Le Occasioni”:


Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Da "La bufera e altro" :

La Bufera

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,

(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)

il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,

mi salutasti - per entrar nel buio.


Nel sonno

Il canto delle strigi,  quando un'iride
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l'errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall'urlo della notte- tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d'una
giga crudele, l'avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d'amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia; e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.


Da "Satura" :

Xenia I

Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

Fanfara

lo storicismo dialettico
materialista
autofago
progressivo
immanente
irreversibile
sempre dentro
mai fuori
mai fallibile
fatto da noi
non da estranei
propalatori
di fanfaluche credibili
solo da pazzi

la meraviglia sintetica
non idiolettica
nè individuale
anzi universale
il digiuno
che nutre tutti
e nessuno

il salto quantitativo
macché qualitativo
l'empireo
la tomba
in casa senza bisogno
che di se stessi e nemmeno

perché c'è chi provvede
ed è il dispiegamento
d'una morale
senza puntelli eccetto
l'intervento

eventuale
di un capo carismatico
finché dura
o di diadochi
non meno provvidenziali

l'eternità tascabile
economica
controllata
da scienziati
responsabili e bene controllati

la morte
del buon selvaggio
delle opinioni
delle incerte certezze
delle epifanie
delle carestie
dell'individuo non funzionale

del prete dello stregone
dellintellettuale

il trionfo
nel sistema trinitario
delle x primate
su se stesso su tutto
ma senza il trucco
della crosta in ammollo
nella noosfera
e delle bubbole
che spacciano i papisti
modernisti o frontisti
popolari

gli impronti!

la guerra

quando sia progressista

perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l'ultima
e lo è sempre
per sua costituzione

tu dimmi
disingaggiato amico
a tutto questo

hai da fare obiezioni?


Dario Bellezza. Anteprima e poesia.

di andrea aufieri (10/03/2006 - 20:48)

Il Male di Dario Bellezza vita e morte di un poeta (Stampa Alternativa; collana Eretica; 208 pagine, 12 euro).

 

Stampa Alternativa pubblica il diario che Maurizio Gregorini ha tenuto dell'esperienza accanto a Dario Bellezza, testimone della discesa agli inferi di un poeta omosessuale che viveva ed esprimeva costantemente un senso intimo di colpa per il suo essere. Di colpa interiore, ma non di inibizione, nè di rinunica allo scandalo, quindi nemmeno di pentimento.
La Roma intellettuale lo accoglieva frigida, lui rispondeva da maudit:

"Dario portava in giro il proprio personaggio con mite arroganza. C'è da credere poi che scambiasse, in conseguenza della sua estrazione piccolo borghese, la provocazione con il maledettismo e quest'ultimo con un'alternativa al savoir-faire mondano di cui era privo. In qualche casa snob, dove pure m'è accaduto di incontrarlo, veniva accolto con quella gentilezza premurosa, avvolgente e un po' stupita che stabilisce distanze incolmabili. Esorcistiche. Fu forse ripensando a quelle cene, cui partecipava allettato dalla promessa di vedersi offrire pietanze a base di pesce (ne andava ghiottissimo), che Dario ebbe a definirsi con stizzita lucidità «un vivente melodramma da strapazzo». Aveva, io credo, le proprie più remote e persino inconsapevoli radici in una cristiana, primitiva e incorrotta idea della colpa quale esilio dalla luce della grazia e perciò dalla possibilità di perdonarsi prima ancora che di perdonare. Una convinzione questa più forte di ogni possibile compromesso, quindi terribilmente scomoda, che Dario portava con se e dentro di se, mascherandola dietro un caricaturale, continuo ma non innocuo e tutto sommato sfottente piagnisteo. Dario si lamentava e questa sua lagna, un po' da comare, era il fodero protettivo, il rivestimento mimetico d'una musa inquietante. Straordinaria anche quando, sulla pagina, una sciatteria non innocente sporcava il risultato."

  Il Male di Bellezza è dunque l'Aids, oppure il suo portarsi dietro fardelli di coscienza implosa? Forse il crudo resoconto di Gregorini risponderà alla domanda, restituendoci un'immagine non mitizzata nè agiografica del poeta, ma rendendogli giustizia.
Cosa rimane dell'illuisione Arte?
I poeti dovrebbero mai morire?
I poeti dovrebbero mai morire così? 

Quale sesso ha la morte?
Con quale sesso mi verrai incontro,
se Orfeo scalmanato non mi riguarda
e Euridice era una troia infingarda?
Addio scemenza mia trangugiata
in tutta fretta dentro una fratta,
il sapore si perde nella notte dei delinquenti
che ricattano la loro semenza con gli schiaffi
della certezza, al cinema di periferia.
Ma quale sesso ha la morte?
E' ragazzo. E' ragazza. Spaventosamente
materna mi abbraccia al limitare del sonno,
quando l'alba affretta la sua agonia
e il giorno calza i suoi colori di malinconia;
quando l'orina preme nella vescica
e il sesso prega le sue erezioni di non fare
troppo male, di non troppo eccitare il compagno
tacito e notturno;
l'occhiuto grembo rimane ad ascoltare allora il mio bisogno di preghiera detta ad alta voce:
"Signore, illeso il giudizio aspetto, la mia morte.
Non l'aspetto che come giustiziera, avvocato
del diavolo, in un curialesco ufficio celimontano.
In terra certa sprofondami. Che io non debba
patire in mia morte la mia sopravvivenza. Signore, fammi morire tutto,
 eternamente. I morti non mi abbiano loro sodale spento.
E' lontano il giorno della mia creazione.
E' vicino il giorno della mia distruzione. "

(Dario Bellezza, INVETTIVE E LICENZE, Garzanti, Milano, 1971, Presentazione di Pier Paolo Pasolini)
                                              

Pablo Neruda. Canto General

di andrea aufieri (01/03/2006 - 09:25)

[...] Pace per i tramonti che verranno,  pace per il ponte, pace per il vino,  pace per le parole che m'inseguono  e mi sorgono nel sangue intrecciando  di terra e di amori l'antico canto,  pace per la città nella mattina  allorché il pane si sveglia, pace  per il Mississippi, fiume delle radici: pace per la camicia del fratello,  pace sul libro come un timbro d'aria,  pace per il grande colcos di Kiev,  pace per le ceneri di questi morti  e di quest'altri, pace per il ferro  nero di Brooklyn, pace per il postino  che va di casa in casa come il giorno,  pace per il coreografo che grida  con un megafono verso i caprifogli,  pace per la mia mano destra,  che soltanto vuol scrivere Rosario:  pace per il boliviano taciturno  come un blocco di stagno, pace  perché tu possa sposarti, pace  per tutte le segherie del Bio- Bio,  pace per il cuore lacerato  della Spagna guerrigliera:  pace per il piccolo Museo del Wyoming  dove la cosa più dolce  è un cuscino con un cuore ricamato,  pace per il fornaio e i suoi amori  e pace per la farina: pace  per tutto il grano che deve nascere,  per ogni amore che cercherà ombra di foglie,  pace per tutti quelli che vivono: pace  per tutte le terre e tutte le acque.
Io a questo punto vi saluto, torno  alla mia casa, dentro i miei sogni,  torno in Patagonia, là dove  il vento scuote le stalle  e spruzza gelo l'oceano. 
Sono soltanto un poeta: vi amo tutti,  vado errante per il mondo che amo:  al mio paese mettono in carcere i minatori  e i poliziotti comandano sui giudici.
Ma io amo perfino le radici  del mio piccolo paese freddo. 
Se dovessi mille volte morire  là voglio morire:  se dovessi mille volte nascere  là voglio nascere,  accanto all'albero selvaggio dell'araucaria,  dinnanzi ai venti marini del sud,  presso le campane comprate di recente.  Nessuno pensi a me.  Pensiamo insieme a tutta la terra,  battendo con amore sulla mensa. 
Non voglio che il sangue torni  a bagnare il pane, i fagioli,  la musica: voglio che venga con me  il minatore, la fanciulla,  l'avvocato, il marinaio,  il fabbricante di bambole;  entrino con me in un cinema ed escano  a bere con me il vino più rosso.  Io non vengo a risolvere nulla.  Io sono venuto qui per cantare  e per sentirti cantare con me.   

Pablo Neruda IV parte del CANTO GENERAL

Charles Baudelaire. Anywhere out of the world.

di andrea aufieri (15/02/2006 - 09:16)

Anywhere out of the world

N'importe où hors du monde

Cette vie est un hôpital où chaque malade est possédé du désir de changer de lit. Celui-ci voudrait souffrir en face du poêle, et celui-là croit qu'il guérirait à côté de la fenêtre.

Il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas, et cette question de déménagement en est une que je discute sans cesse avec mon âme.

"Dis-moi, mon âme, pauvre âme refroidie, que penserais-tu d'habiter Lisbonne? Il doit y faire chaud, et tu t'y ragaillardirais comme un lézard. Cette ville est au bord de l'eau; on dit qu'elle est bâtie en marbre, et que le peuple y a une telle haine du végétal, qu'il arrache tous les arbres. Voilà un paysage selon ton goût; un paysage fait avec la lumière et le minéral, et le liquide pour les réfléchir!"

Mon âme ne répond pas.

"Puisque tu aimes tant le repos, avec le spectacle du mouvement, veux-tu venir habiter la Hollande, cette terre béatifiante? Peut-être te divertiras-tu dans cette contrée dont tu as souvent admiré l'image dans les musées. Que penserais-tu de Rotterdam, toi qui aimes les forêts de mâts, et les navires amarrés au pied des maisons?"

Mon âme reste muette.

"Batavia te sourirait peut-être davantage? Nous y trouverions d'ailleurs l'esprit de l'Europe marié à la beauté tropicale."

Pas un mot. - Mon âme serait-elle morte?

"En es-tu donc venue à ce point d'engourdissement que tu ne te plaises que dans ton mal? S'il en est ainsi, fuyons vers les pays qui sont les analogies de la Mort.

- Je tiens notre affaire, pauvre âme! Nous ferons nos malles pour Tornéo. Allons plus loin encore, à l'extrême bout de la Baltique; encore plus loin de la vie, si c'est possible; installons-nous au pôle. Là le soleil ne frise qu'obliquement la terre, et les lentes alternatives de la lumière et de la nuit suppriment la variété et augmentent la monotonie, cette moitié du néant. Là, nous pourrons prendre de longs bains de ténèbres, cependant que, pour nous divertir, les aurores boréales nous enverront de temps en temps leurs gerbes roses, comme des reflets d'un feu d'artifice de l'Enfer!"

Enfin, mon âme fait explosion, et sagement elle me crie: "N'importe où! n'importe où! pourvu que ce soit hors de ce monde!"

Charles Baudelaire, Petits Poèmes en prose, 1869

Auden. Refugee Blues.

di andrea aufieri (23/01/2006 - 12:52)

Refugee Blues

Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there's no place for us, my dear, yet there's no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you'll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now.

In the village churchyard there grows an old yew,
Every spring it blossoms anew;
Old passports can't do that, my dear, old passports can't do that.

The consul banged the table and said:
'If you've got no passport, you're officially dead';
But we are still alive, my dear, but we are still alive.

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today?

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
'If we let them in, they will steal our daily bread';
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Thought I heard the thunder rumbling in the sky;
It was Hitler over Europe, saying: 'They must die';
We were in his mind, my dear, we were in his mind.

Saw a poodle in a jacket fastened with a pin,
Saw a door opened and a cat let in:
But they weren't German Jews, my dear, but they weren't German Jews.

Went down the harbour and stood upon the quay,
Saw the fish swimming as if they were free:
Only ten feet away, my dear, only ten feet away.

Walked through a wood, saw the birds in the trees;
They had no politicians and sang at their ease:
They weren't the human race, my dear, they weren't the human race.

Dreamed I saw a building with a thousand floors,
A thousand windows and a thousand doors;
Not one of them was ours, my dear, not one of them was ours.

Stood on a great plain in the falling snow;
Ten thousand soldiers marched to and fro:
Looking for you and me, my dear, looking for you and me.

WH Auden, Collected Shorter Poems 1927-1957

Andrea Zanzotto. Epifania.

di andrea aufieri (03/01/2006 - 10:07)

 

Punge il pino i candori dei colli
e il Piave muscolo di gelo
nei lacci s'agita, nel bosco.
Ecco il mirifico disegno
la lucente ferma provvidenza
la facondia che esprime
e riannoda e sfila
echi, gemme, correnti.
Tra voi parvenze e valli appena
sollecitate dal soffio del claxon,
mormorate dall'alba,
valgo come la foglia che riposa
col vivo cardo col bozzolo e l'oro,
valgo l'onda minuscola
che fu tua sete scoiattolo un giorno,
valgo oltre il dubbio oltre l'inverno
che s'attarda celeste ai tuoi balconi,
valgo più che il tuo stesso
venir meno con la neve
che il motore per sempre, fuggendo
dietro al sole, tralascia.

da Vocativo, Mondadori, Milano 1981

Edodardo Sanguineti. Michele.

di andrea aufieri (29/12/2005 - 11:45)

 

 

 

 

 

piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero
Bosch in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno
Con tredici righe, un'azione della Montecatini:
                                                piangi piangi, che ti compero
una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,
un robot, un catechismo con illustrazioni a colori, una carta geografica
con bandierine vittoriose:
                      piangi piangi, che ti compero un grosso capidoglio
di gomma piuma, un albero di Natale, un pirata con una gamba
di legno, un coltello a serramanico, una bella scheggia di una bella
bomba a mano:
             piangi piangi, che ti compero tanti francobolli
dell'Algeria francese, tanti succhi di frutta, tante teste di legno,
tante teste di moro, tante teste di morto:
                                                 oh ridi ridi, che ti compero
un fratellino che così tu lo chiami per nome: che così tu lo chiami
Michele:


da Purgatorio de l'inferno

Giuseppe Ungaretti. Natale.

di andrea aufieri (28/12/2005 - 00:02)

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

da Vita d'un uomo, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1977

Eugenio Montale. In principio era il Verbo.

di andrea aufieri (23/12/2005 - 19:05)

Si risolve ben poco
con la mitraglia e col nerbo.
L'ipotesi che tutto sia un bisticcio,
uno scambio di sillabe è la più attendibile.
Non per nulla in principio era il Verbo.

da Quaderno di quattro anni, Mondadori, Milano 1977

Elsa Morante (1912-1985). Il mondo salvato dai ragazzini.

di andrea aufieri (01/12/2005 - 21:19)

Ah, Dottori Dottori! alla vostra età!
Ma perché, perché, ma
PERCHÉ
signori Dottori I.M. dell'Universo
con tutto che vi addottorate e vi baccalaureate
e vi improfessorate nelle Università
e la storia e la geografia studiate viaggiate vi scafate, le macchine fabbricate
sviscerate la scienza
inventate l'atomica e il volo lunare
però questa primaria lezione dell'esperienza
ancora non la volete imparare?
Ve lo ripeto, o Signori I.M., non c'è verso:
CON GLI F.P. NON CE LA POTRETE MAI SPUNTARE.
Quelli conoscono il volo da prima assai dell'aviazione conoscono
la medicina che guarisce tutti i mali da prima assai
della penicillina quelli sanno la resurrezione
dai morti!
Non illudetevi di poterli eliminare.
Magari vi credete d'averli mangiati quando invece sul più bello del vostro banchetto
rieccoli che tornano a zompare                                          
sui vostri piatti.
Quelli sono incredibili inconcepibili inammissibili sono tutti matti.
E non cullatevi nella speranza di poterli RIEDUCARE
indi paternamente legittimare.
Un tale povero ebreo che con voi Signori I.M. non ha niente a che fare
ha detto che certi bastardi sono il sale
della terra. Se voi, signori, liquidate l'amaro del sale,
10 sciapo del nostro alimento con che lo potremo sanare?
Senza sale, la vita non campa! Questo piccolo insegnamento dovreste mettervelo a memoria

 perché sarebbe invero uno sbaglio madornale

 la vostra pretesa di guidare la Storia

 senza conoscere almeno qualche primario elemento

 di storia naturale!

 Lasciamo andare. Ma a parte l'effetto scientifico suicidomicidiale

 da imputare alla vostra ignoranza, quale sarebbe in sostanza l'ideale specifico

 della vostra paterna speranza? TUTTI MARCIARE UNITI

 SOTTO LA SIGLA I.T. VERSO L'ESTREMO DÌ

 E Lì

 COMPATTI E ISTUPIDITI

 CREPARE.

 Ottimo affare!

 Cosi

 sarebbe questo lo slogan sensazionale

 della vostra lungimiranza?! Vi pare questo, a voi, l'obiettivo finale

 del grande collettivo mondiale?!

 11 fiore superlativo della produzione sociale?!

 Signori, qui

 c'è un equivoco.

 Meno male

 però che certe parabole sono fuori del vostro tiro.

 Invano o padri I.M. voi calcolate la mira.

 Siccome per la nostra chimica il sale non si può sciapare,

 cosi quei ragazzi F.P. non si possono intrappolare.

  Evviva!

 Quelli non si lasciano babbare e mammare come i vostri

  che si mettono a dormire buoni buoni

  sotto i ritratti incorniciati dei padroni

  fatti a sembianza di Madre Regina e Padre Rè.

  Quelli non conoscono ne padre ne madre.

  Chi nasce a recare l'allegro sale nella terra


è peggio di chi parte alla presa di Gerusalemme.

 Dei padri e delle madri se ne scorda.
Ma tanto, a voi che v'importa? Si sa, per la vostra guerra
voi contate sulle infelici maggioranze
cioè sulle vostre legittime figliolanze                                 
a voi sempre ubbidienti perché
da voi già rese
dementi.
E in quanto agli altri pochi, onde ridurre al silenzio
(almeno fino ai loro ritorni) quei fautori d'allegro disordine       
già covate le vostre provviste di gas e di corda
in attesa della prossima
occasione.
Frattanto, badate a confondere ogni allegra tentazione
delle nostre povere menti coi tristissimi vostri rumori               
e cosi vi rifate una base per i vostri bei tempi.
Nella solita ennesima persuasione
che il sistema funzionerà, stavolta l'imbroglio vi riuscirà
il vostro regno triste finalmente verrà.
Sarà.                                                                    
Ma
attenti signori attenti
alle sorprese.
Sappiatelo, o padri meschini I.M. d'ogni paese:
se ancora il corpo offeso dei viventi resiste                          
in questo vostro mondo di sangue e di denti
è perché passano sempre quelle poche voci illese
con le loro allegre notizie.
Contro le vostre milizie sevizie immondizie
imprese spese carriere polveriere bandiere                       
istanze finanze glorie vittorie sciarpe littorie & sedie gestatorie
contro la vostra sana ideologia la vostra brava polizia
ghepeù ghestapò fbi min-cul-pop ovra rapp & compagnia
e tutta la vostra mortuaria litania
ci vale solo quell'unica eterna scaramanzia:                                 
l'allegria
degli F.P.
Come vanno i Vostri Reali E i Presidenti E i Generali
E i Rendimenti gli Emolumenti? Siete contenti dei Vostri Affari?
In Famiglia tutto bene? La Signora si mantiene?                
E la Bomba come va? La più bella chi ce l'ha?
La Mammà dei Capitali o il Papa dei Proletari?
Bravi bravi complimenti. Siete sempre Regolari.
Troppo uguali. Troppo uguali. Troppo tristi e troppo uguali
troppo uguali e troppo tristi. Troppo tristi troppo tristi          
tristi TRISTI. Non vi viene mai lo sfizio d'essere meno tristi?

                 (Il mondo salvato dai ragazzini, 1968 Torino, Einaudi)

30 anni fa. Idroscalo Ostia Pier Paolo Pasolini.

di andrea aufieri (02/11/2005 - 00:38)

 

 

 

 

 

 

Io so.


Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.

Pier Paolo Pasolini. Il romanzo delle stragi

 

Pasolini. Supplica a mia madre

di andrea aufieri (01/11/2005 - 01:18)

 

 

 

 

 

 

 

Supplica a mia madre
 
E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
 
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
 
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
 
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
 
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
 
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
 
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
 
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
 
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
 
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… 

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