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Giuseppe Genna, Dies Irae, un frammento.

di andrea aufieri (21/07/2006 - 23:56)



 
 

Ero nell'ala dell'appartamento opposta a quella dove dor-
mivano i figli della coppia ospite.
   L'immagine di Monica partoriente, non più raggelata, suda-
ta, la perlatura sopra il labbro superiore, il ringhio vorace men-
tre dalle gambe spalancate nude sfonda il piccolo cranio ovoi-
dale del neonato, le vene bluastre in evidenza. E Massimo chi-
no dietro di lei, anch'egli sudato, che le tiene una mano sulla
spalla, è in sala parto, partecipa, è pronto a piangere, a formu-
lare la frase interna, lo slogan intimo, che quella è la giornata
più bella della sua vita, e Monica ringhia, la bocca distorta,
transumanata, prima di ricadere esausta all'indietro. Sarebbe
accaduto una seconda volta, due giornate più belle della vita
intera. I figli erano due.
   Il bagno mi sorprese. Non c'era un'imitazione di una jacuz-
zi, come mi attendevo. C'era una vasca a filo di pavimento,
enorme, perfettamente circolare, divisa a metà da una parete
di ceramica ondulata, uno ying e uno yang perfetti. Me li im-
magino immersi insieme, separati da quell'onda verticale, il va
pore profumato dei sali, si stringono la mano, perché separati
dalla superficie ondulata della ceramica? Non potevano ab-
bracciarsi, lì dentro. Non potevano fare all'amore li dentro.
Potevano al massimo stringersi la mano, isolati nella medesima
polla, nel vapore che li unisce e li separa. Oppure immersi a
distanza di tempo, ognuno solo nel silenzio, i faretti offuscati
dal vapore acqueo.
 Modalità di unione che sono modalità di disunione.
 Non avevo niente da fare.
 Ero lì per controllare.                        
 Vinco la noia fingendo il segugio. Questa è pura finzione
poiché le cose capitano, accadono, travolgono. La mia storia è
un Vajont, quella di tutti del resto...
 Fossi stato un personaggio di Houellebecq, mi sarei fatto
una sega, guardandomi allo specchio.   
 Fossi stato un personaggio di Pynchon, di DeLillo di Fo-
ster Wallace, di Vollmann, di Palahniuk, di Eggers, di Erick-
son avrei infilato la testa dentro il loro water.
 Fossi stato un personaggio di Ellroy, avrei cacato nella tazza
e non avrei tirato lo sciacquone.
 Fossi stato un personaggio di Lobo Antunes, avrei incen-
diato il bagno-
 Fossi stato un personaggio di McEwan o di Auster o di
Amis o di Coe, non avrei fatto nulla.
 Fossi stato un personaggio di Bret Easton Ellis mi sarei ti-
rato una riga di coca allineata sulla porcellana del lavandino.
 Ma il lavandino non era di porcellana: era puro vetro. Una
sciccheria. Doveva essere costato una somma che valeva la
commissione di tre o quattro libri di uno scrittore di medio ca-
libro.
  E, a proposito della riga di cocaina di Bret Easton Ellis: ve-
rificai. Trovai i residui. Massimo confermava lo stereotipo che
avevo azzardato con certezza cartesiana.
 Tutto vero. Mi annoiavo.
 La microscaglia bianca sfuggita all'aspirazione nasale dell'i-
diota. Le papille reagirono all'amarognolo. La cocaina è un'al-
tra storia. Forse, più avanti...
 Annusai l'accappatoio di Monica, presumendo che fosse
quello di Monica, poiché erano due gli accappatoi. Annusai.
 Aprii gli armadietti.
 Spalancai la finestra, che dava sul un lato cieco del palazzo: si
scorgeva a malapena il sottopasso della ferrovia o della metro.
 Mi guardai nello specchio. Non si possono fissare contem-
poraneamente entrambe le pupille. L'occhio non vede se stes-
so, infine. Meditazione su questo limite intrinseco, personale e
universale, intimo e mondano, il nostro teorema di Goedel in
formato tascabile, verificabile in ogni istante. L'immenso buco
nero che limita l'espansione indefinita, l'autocoscienza com-
pleta. Appannai con il respiro lo specchio, avvicinando le nari-
ci. Il respiro, questo filo pesante che lega la sensazione di es-
serci a ogni luogo in cui siamo. Che funziona legandoci anche
se la mente è altrove. Unifica la mente con la scrittura. Scopati
Monica, la padrona di casa. Esci dal bagno e fingi un'ubria-
chezza molesta, denunciando la pippata di cocaina dell'ospite.
 Insulta, come da quando l'hai conosciuta avresti voluto fare e
non hai fatto, la psichiatra Manuela, la sua saccenza preterin-
tenzionale.
 Fa' qualcosa.
 Fa' qualunque cosa.
                          
Giuseppe Genna "Dies irae", Rizzoli 2006, "24/7",  765 p., 17.5 euro

Ritorno di Onde

di andrea aufieri (19/04/2006 - 00:15)

 




Maria Pia Romano, Onde di follia. Un estratto:
 pp. 42-43

  "Di una cosa sono certa fin da ora: quando vivi un'esperienza del genere, allora stai ricevendo un regalo prezioso dalla vita. Questi brividi ti restano dentro fino al midollo, ti accompagnano per tutta la vita, come un capolavoro perennemente incompiuto. E l'importante, alla fine dei giorni, sarà la consapevolezza di averli sentiti correre lungo la schiena. Uno a uno. Anche solo col pensiero,
ogni volta che lo volevamo. Semplicemente.
   Voi la chiamate passione. Io quando ti guardo sento una morsa nel petto, vorrei urlare di felicità, piangere di gioia, ma resto immobile, senza la forza di far nulla. Scusatemi, io lo chiamo amore.
   Beati voi che avete la vostra esistenza tranquilla e vi sentite appagati dalla quotidianità. Anch'io un tempo ho creduto che quello fosse l'amore e mi sono fatta scaldare le mani davanti al fuoco, ora so che esiste qualcosa di diverso: una febbre che ti assale e ti porta in un abisso profondo e tu non puoi più uscirne, nemmeno se lo vuoi. Le gioie della reciproca compagnia sono un conforto, lo squarcio che si apre nel mio petto e sanguina ogni giorno è l'amore. Che non so spiegare, decifrare, ignorare.
     A me e concesso solo vivere. Con tutta l'anima".




Maria Pia Romano, Onde di follia, BESA 2006, collana "Costellazione", pp.84; 9,00 euro

ilpotlac su Maria Pia Romano anche qui e qui

 

Sfogliando Tabula Rasa n.04

di andrea aufieri (07/12/2005 - 16:30)

Il nuovo numero della rivista di letteratura invisibile  Tabula Rasa

 Saperla in libreria vuol dire tastare il polso al fermento letterario salentino e trovare che ancora pulsa. Molto più delle pubblicazioni sfarzose ed eccessive, questa rivista testimonia la vita  elettrica di quelli che di poesia e letteratura ci muoiono, non conquistando spazzi sufficienti e/o adeguati alla loro vitalità.

Così, ecco che la dignità la si costruisce con i fatti ed i contenuti. E, ahimé, i contatti. Perché se non si testimonia la collaborazione con Wu Ming, vuol dire che si è proprio fuori. Così la grafica presentata dalla Big Sur diventa godibile, cucendo su misura un vestito da gala alla rivista.

Sui contenuti vorrei soffermarmi: nella narrativa si distinguono le prose di Pagano, di Tarantino, di Malesi e di Iori.

Nella critica: Pagano mi brucia sul tempo "anticipando" un tema che avrei presto trattato su questo blog, quello della poesia contro la canzonetta e, più in generale, i mezzi d'espressione artistica. Anche una voce salentina, quindi, sull'annoso dibattito rinfocolato dall'intervista rilasciata da Maurizio Cucchi ad Enzo Mansueto nel  marzo scorso sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno. Monica Mazzitelli dialoga con Girolamo De MIchele, autore di Scirocco; Elisabetta Liguori legge criticamente l'opera di Antonio Pascale; Rossano Astremo analizza in paranoia le orbite narrative di Tommaso Pincio.

E' la sezione poesia quella che più mi colpisce: leggerete su questo blog estratti dagli spazi dedicati a Carla Saracino, Ilaria Seclì e Gioia Perrone. Ma sono da segnalare un magistrale Michelangelo Zizzi, gli haiku di Elio Coriano e, finalmente, un pò di luce alla poesia potente di Simone Giorgino (L'Alter Ego di maggio pubblicò in anteprima gran parte dei componimenti qui riproposti del trentenne leccese).

 Buona Lettura con Tabula Rasa 04, Besa Editrice, 264pp, 7 euro.

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