Michelangelo Zizzi. Una poesia.

Per questo e solo per questo ti chiedo,
ti prego Sofia,
non dire non aggiungere altro
non oltre
quel tuo odore di cacciagione che prediligo
lì
in sortite di gotici silenzi alle tue,
alle mie carni
quando intrasferibili, indicibili
lo stigma che uno spiffero di vento segna siamo
una folata riaccendevole
e senza quei catrami
quelle lichenose ramaglie
del ridire, spiegare,
senza quei codici che altri ci chiedono
per aver amato.
Tutte quelle spiegazioni, quei minuziosi musei,
quelle posture cristalline da scegliere,
quei convenevoli giusti.
Michelangelo Zizzi, "Del sangue occidentale",
Lietocolle 2005, 'Il Graal', 60p.,10euro
Oliviero Carlino. Alcune poesie.

per mio padre
Guardate la mia ombra
che ancor si allunga
al sole rovente.
Vedete l'erba piegarsi
sotto il mio peso;
io sono con voi
sotto quest'arco azzurro
sotto quest'albero in fiore.
Io sono! terra, luce,
nuvola, acqua e speranza
e quant'altro a voi serve.
taranta
Per te ballo,
brutta taranta
né pace il mio cuore
né quiete il mio corpo
per te infelice taranta.
Svegli gli umori, di
assonnati uomini, che
suono cadenzato agita,
percuote fragili ombre,
assopite in umide sagrestie,
cercando invano, nell'unico
Santo un giusto riposo.
Smaglianti colori, accrescono
le ire di chi pace non trova.
Saltano, ballano, bevono
intrugli amari, ma fuori non esce
il tuo ancestrale veleno.
Nell'ombra della tana
guidi, dirigi, con magistrale
innocenza giochi di bimbi,
perduti, accanto a profondi pozzi
nei caldi pomeriggi di giugno.
Il tuo morso, una dolce poesia.
la festa
La festa puntuale arriva
con l'afa tropicale,
sparsa per le vie del paese
con portoni socchiusi
e piccole lampade accese.
Gente nuova, vecchie facce
accompagnano il lento cammino
del Santo, per le strette vie.
Giovinette ghirlandate, con piccoli
abiti, procedono nell'immensa calura
accompagnate da sordi suonatori;
si respira un'aria antica,
festosa di antichi secoli.
I fuochi illuminano
il piccolo cielo dell'antico borgo
di cento e più colori.
La vecchia casa, ma oggi nuova
nei colori, nel profumo intrecciato
di antiche muffe.
Oggi è festa!
Festa nei nostri cuori.
Lello Voce. Rap di fine millennio

Rap di fine secolo [e millennio]
(o di G. M. Hopkins)
è meglio morire che perdere la vita
Frei Tito de Alencar Lima
fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a
finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e
frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti
boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della
stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo
e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte
con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo
e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi
fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz
ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua
dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire
protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello
Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia
due guerre due mondiali intendo e una mondializzazione che è pure peggio dico per
quelli della stiva e i primi spazzati dal ponte a colpi d’onda finanziaria dopo onda
finanziaria col mare delle valute a forza sette-otto e strani figuri italo-americani che
si aggirano nei corridoi e nel salone e in sala macchine e fino al timone al radar con
bottiglie e bottiglie di whisky di contrabbando strette sotto i pastrani inseguiti a sirene
spiegate da alcolizzati in divisa che deràpano-àpano sul cassero e sgommano a proravia
ma ce n’erano a milioni poi acquattati dietro trincee e barricate da Parigi a Stalingrado
studenti e filosofi e soldati e intellettuali e imboscati contro il Reich e la società porca
e borghese nella tundra innevata e al sole dei boulevard e a Berlino poi gruppi sparuti
ma armati e a Roma sui tetti i tiratori scelti tutti tesi a centrare raffica dopo raffica il
cadavere accosciato nel bagagliaio rosso che pulsa ad ogni pallottola come di nuova
vita poi la vite spietata che gira e stringe ogni nostro respiro col fumo nero della stiva
E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno - nemmeno per sentito dire - immagina lo splendore?
e tanto per cominciare uno sparo un semplice sparo a Sarajevo poi esplosioni in serie
raffiche e sordi boati a poppavia e a Milano, Brescia, Bologna e sui treni squarciati giù
nella stiva e c’è chi giura d’averne visto uno di ferroviere volare fuori dalle finestre del
salone spinto in mare da un pulotto col cognome da terrone e c’è chi giura d’aver visto
quello stesso pulotto ucciso dal fuoco amico di sbarramento d’insabbiamento e trincee
sul Grappa sin sulla cima innevata dell’albero maestro e ad Anzio e ad Ostia a Napoli
e tanto per proseguire coi cavalli lanciati alla carica sul ponte di terza la tromba di Bava
Beccaris che squilla repressione e Tambroni dalla sala radio dirige le ondate dei celerini
che spazzano il quadrato fin sotto a Valle Giulia calpestando Alice i suoi specchi e il
walk-man e ustascia cetnici che corrono nei corridoi a caccia di scalpi indiani di scalpi
metropolitani da offrire poi in sacrificio a questo secolo così breve da stare tutto in una
poesia tanto breve da mozzare lì il millennio tanto breve da stare tutto in un solo gulag
«C’è chi mi trova spada qualcuno
Invece la flangia e la rotaia; fiamma
Zanna, o flutto» la Morte batte sul tamburo
e le tempeste strombazzano la sua fama.
Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra - Polvere!
Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,
Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere
Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.
dico dei tempi quando Pasolini era un ricchione Balestrini un terrorista dico del tempo
che fascisti ne incontravi sempre troppi alla porta della cabina al bar in sala macchine
e qualcuno pure al timone nè si prendeva poi nessuno tutti scappati sotto La Moneda
a dar man forte ai cugini americani a far fuori lo zio di una nota scrittrice lo zio cileno e
comunista o a tagliar le mani a cantanti-conoscenti musici-fiancheggiatori pre-fujimori
a internare lavoratori a sorvolare Viña del Mar radenti mitraglia tra i denti per la libertà
dico del tempo che a Piazza Statuto masse di operai-massa incontrollabili a ondate dentro
e fuori dalla piazza e dal sottoponte disperse con le jeep della Fiat col manganello con le
pistole della Beretta coi frutti del lavoro e dell’operosità ricostruttiva e resistenziale e loro
o almeno i loro figli e io con loro a Roma a buttar giù dal càssero il sindacalista in capo e
poi inseguiti da celerini e operai-massa coi lacrimogeni e le chiavi inglesi e noi sporti fuori bordo a
vomitare per il mal di mare ma la nave lei accelera accelera altro che contestare
Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare
Le folli-dolci-donne di sotto
L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare
Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto
Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:
Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto
Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare
contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?
c’erano un po’ tutti chi sul ponte di comando chi nella stiva o spuntando dai boccaporti
ismo su ismo pop e cubisti orfani orfici e orfani avanguardisti espressionisti e surrealisti e tanti e
tanti quelli rimasti in terza a filo d’acqua tutti che protestano che ti svolazzano accanto come
mosche sul naso del cocchiere patafisici e petrarchisti figurativi e poveri astrattisti e
dodecafonici e grunge tecno e pulp e istrioni e pagliacci ed eroi organici alle masse e le
masse che nemmeno lo sanno che si telenovellizzano in vena e godono del nulla
ma c’è un mare un oceano sconfinato da dada a dada c’è un sargasso un triangolo
imbermudato c’è il sudore di un secolo tutto polverizzato in bit fatto silicio e memoria
attiva c’è un video lungo cent’anni tutto sulle nostre povere rètine bruciate irretite tutto
da vedere a costo di tener su le palpebre con stuzzicadenti fino alla feccia impressionante
di queste nostre rovine sfavillanti del latex steso sul disastro delle falle che squarciano
lo scafo sul vibrore frenetico che scuote la nave sul sibilo acuto delle macchine a scoppio
Ed io la mia mano baciando
Fino alle stelle, al bello-frantumato
Stellato, fuori di sé espandendo;
Bagliore, gloria del tuonato;
Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato
Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,
Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato
Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo
è stato come schianto soffice ed acqueo come cascata gelatinosa di marmellata e idee
appiccicose come lebbra mentre lo scafo ruotava e li ho visti uno dopo l’altro cadere senza
essere colpiti fottuti epidemia dopo epidemia infettati definitivamente da questa fine fredda e
strisciante e poi si sono visti in fila incatenati sfilare gli ultimi irriducibili che
pesi scontavano i loro sogni e loro violenza e si sono visti i profeti montati sull’albero
maestro urlare che tutto va bene tutto va bene va bene va bene mentre la chiglia singhiozza
e incrina mentre il ghiaccio possente ed aguzzo apre le connessure e sono tutti lì in cabina
che si guardano il loro naufragio in tivvù mentre sul ponte di comando si mangia e si beve
e si cercano giovani donne esperte in lingue straniere e neo-schiavi per servire in tavola
mentre che ormai le scosse sono troppe mentre son tutti lì che provano a cambiar canale a
cambiar destino a cambiare moglie figli e lavoro a cambiare idea a pensare che in fondo
con tutta quella nebbia lì fuori è meglio morir dentro al caldo come ratti sazi ruttando
La Speranza grigi crini mostrava
La Speranza aveva messo il lutto
Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava
La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto
E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato
Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto
E infine vite furono strappate al ponte spazzato
E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava
come un colpo che c’ha colto al diaframma come un colpo stolto che c’ha morto un colpo
solo per finire la Cagol un colpo solo per non soffrire più sempre meglio che i brandelli di
pelle sparsi sotto il traliccio sempre meglio del calcio di un fucile un colpo per svuotarci
la scatola cranica e inzepparla di merendine sofficine di telefonini dietetici di terze quarte
quinte case e la sicurezza vuoi mettere la sicurezza un colpo solo mentre la prua ormai inabissa e
gorgoglia e c’è chi fa mercato nero di scialuppe e salvagente e c’è gente c’è
gente che mente come vive e vive come mente anche ora mentre nuota a stracciafiato e
congela in flutti color fine-millennio come un colpo sordo che dice chiaro che del Vietnam
chi vuoi che si ricordi più e del Chiapas chi vuoi che si ricorderà e non c’è trucco non c’è
inganno non c’è beffa non c’è danno una semplice fine d’anno qui sul Deutschland qui per
un crack uno strike e ora che la nave non c’è più che resta solo il mulinello che sprofonda noi
diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita.
Nota: Questo testo utilizza citazioni tratte da The Wreck of Deutschland [Il naufragio del Deutschland] di G. Manley Hopkins, le traduzioni dall’originale inglese sono mie. Tutte le citazioni sono rese in corsivo.
da Farfalle da Combattimento, Bompiani, 1999
www.lellovoce.it
Tabula Rasa 04. Una poesia di Ilaria Seclì.

Ilaria Seclì
Salentina nata a Ginevra. Ha pubblicato la sua prima raccolta D'indolenti dipendenze per la collana Poet/bar (Besa Editrice). E' presente nell'antologia PoetiCircus, a cura di G. Goffredo (Poiesis Editrice).
CARROZZA BAROCCA
Pensandoci se ne potevano trovare altre.
pensandoci se ne potevano trovare di migliori.
forse più efficaci, non farse false soluzioni, forse.
sollevata appesa bruciata stordita.
Pensandoci se ne potevano trovare.
Offerta senza oneste intenzioni
in tuffi blu di cristi kieslowskiani.
Fosse vivo E. 17 nel '92. fossi viva io.
fosse stato un albero o un'unghia di gallina
l'ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.
fosse stato un albero o un'unghia di gallina
l'ematofago che impietriva
fosse stato una mondina.
Ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
carrozza barocca décolleté prezioso
e gonna gonfia di merletti francesi, neri.
gonfia da infilarci una vita. uligine parigina
e giocare a giocarla tra le gambe intorno
ooo, ulaop, giro in tondo, giro in tondo
com'è folle il mondo, com'è folle la terra.
Ohh madame ubriaca di vino e di eccesso
ohh angoscia che viene in belletto e s'affaccia
carrozza barocca, portiamola in scena la parte
proviamola ancora montiamo le luci schiariamo le voci.
Dei morti è il pubblico ed è lì ad ascoltare
senza tirso o crocefìsso a farli ballare
che è singhiozzo di bruti ed è meglio all'appello scappare.
Tabula Rasa 04. Una poesia di Gioia Perrone.

Gioia Perrone è nata a San Pietro Vernotico (Br) nel giugno 1984.
Visitate il suo blog nero e rosso.
Volevo postare queste, ma il Fondo Verri, appunto, ha indovinato esattamente tempi e contenuti. Questa, però, va letta come un'ulteriore conferma della sensibilità poetica di Gioia. Complimenti!
"Visioni di lamette
parate e belle
....quel che non tiene la mente straripa
altrove
mi ripeto come una digestione
pardon!
pardon!
fa la mia campana di carne"
Tabula Rassa 04. Una poesia di Carla Saracino

Carla Saracino
Nata 24 anni fa a Maruggio (Ta), ha pubblicato alcuni suoi versi nell'antologia PoetiCircus, a cura di G. Goffredo (Poiesis Editrice).
Com'è vero alla fine delle stagioni
Il timore umiliante della brevità
La solitudine che prende l'odore
Di due mani fatte nel buio
Al limite dell'oblungo vetro di pioggia
Sull'adiacenza dei vetri è l'acqua
L'umano
Dalla raccolta inedita I milioni di luoghi
Giovanni Tuzet. Una poesia

Amore
Soffro di un amore logico,
perché tutto mi conduce a lei,
perché tutto in lei mi ha vinto
perché lei ha ciò che cerco
ma non ha per me l'amore
Soffro di un amore logico
sono in pena per il bruno
dei suoi occhi come terre
e più penso e più ragiono
più non so trovare pace
Soffro di un amore logico
forse ami un altro uomo,
Silvia mia e non so,
che cosa per me provi né che cosa
fare ancora per averti
Soffro di un amore logico
mi sciolgo alle pupille come neve
ai tesori sul campo ritrovati
dopo il vomere e la pioggia
prima del vento e la sera
Soffro di un amore logico
ma sento ormai poiché non mi ami
ma ami un altro, che il mio
amore
già diviene folle e illogico,
e per questo soffro e spero
da Logiche e mancine in PoetiCircus, antologia curata da Giuseppe Goffredo (Poiesis Editrice)

Giovanni Tuzet è nato a Ferrara nel '72, dove si è laureato in Giurisprudenza. E' dottore di ricerca in Filosofia del Diritto presso l'Università di Torino e in Filosofia della Conoscenza e Ontologia presso l'Università di Paris XII.
Ha pubblicato su riviste di filosofia e letteratura, tra le quali spicca Atelier.
Le tre raccolte finora edite sono: Suggestioni di poesia (S.Matteo della Decima, Officina Grafica S. Matteo, 1993); 365-primo (Ferrara, Liberty House, 1999); 365-secondo (Liberty House, 2000).
Bellezza nuda. Inediti di Maria Pia Romano

Bellezza nuda
Nelle pieghe della carne
vibra il sapore della vita.
Ogni volta che
accolgo l'amore in me.
Ha il volto del mare
il suono di luna.
Felicità accarezza la pelle.
Amo.
(5 luglio 2005)
Viaggi
Fette di mare e schizzi di cielo
nel viaggio.
Il treno s'insinua s'arresta s'espande.
Nella brezza
di pace gli istinti
d'amore.
Lingua, cosce, carne.
L'assalto insidioso del giorno
non scarnisce l'incanto.
Le immagini s'intersecano s'agitano s'assestano.
Non comprenderti
ed unicamente amarti.
Respirarti
spogliandomi di me.
E la musica
moltiplica
l'enigma e la gioia
su binari
di sogno e di sangue.
(10 luglio 2005)
Suoni
Occhi
cercano orizzonti
di mari inesplorati.
Onda bianca di luna,
schiuma intensa d'amore.
Voci narrano storie.
Dita
corrono sulla riva
di mondi sconosciuti.
Plasmano armonie, spirali d'emozioni,
sabbia e lacrime, fotografie d'istanti.
Sfocano i contorni, esaltano i colori.
Mani
giocano lungo argini
di vento e di luce.
Profonda la bellezza,
intensa la verità
del cuore che ama
l'essenza del mondo
facendosi musica
nel tempo dell'anima.
(4 agosto 2005)

Maria Pia Romano è nata nel 1976 a Benevento, giornalista, collabora con il Corriere del Mezzogiorno, quiSalento, Il Sole 24 ore e dirige NightChannel.it. Responsabile dell'ufficio stampa della Facoltà di Ingegneria e del Dipetimanto di Ingegneria dell'Innovazione dell'Università di Lecce.
Di Maria Pia Romano è recente la pubblicazione della raccolta "L'estraneo" (Manni 2005, 72pp, 8 euro, leggi qui la mia recensione su musicaos) ed è di prossima uscita la prosa "Onde di follia" (Besa 2006).
In mezzo, le sue poesie umide e sensuali. Intrise dei suoi topos poetici ed erotici, quali la musica, gli astri, il mare. Tutto sentito in un profondo gioco dei sensi ed in un per nulla celato gioco erotico, certamente sentito e condiviso con il lettore senza ipocrisie, senza la costruzione di ambigue e misteriose figure commerciali che si torvano oggi in grossi stock nelle librerie.
L'artista (e queste poesie sono anche un edonistico omaggio alle arti) sente, ama, riversa sulla carta il momento di felicità reso così fotografia, musica capace di cogliere "il tempo dell'anima", istante eterno, infine. Misto tra profondità immortale dell'effimero-la bellezza- e le sfuggevoli impressioni (schiuma intensa, spirali, sabbia, lacrime), immagini che "s'intersecano s'agitano s'assestano".
Mi piace concludere suggerendo di leggere la poesia della Romano come poesia del mare, come di quegli "occhi che cercano orizzonti di mari inesplorati".
Andrea Aufieri
Vittorino Curci. Una poesia.

Penne rigate
In assenza di un fine per distrarmi
Come gli altri
Dalle piccole cose
È soprattutto in questa guerra
Guerra che si allaccia le scarpe
E legge i giornali
Di anni prima quando
Giuseppe svernava nelle cantine
Per cacciare un dolore
Che sapeva solo lui
Uno sconosciuto mi fa confidenze
Che non farebbe al suo migliore amico
Ci sono maestri in tutto
Nessuno che insegni la pietà
***
Sul fianco delle spose
Misfatti e buone azioni
Un tumulto di nuvole
Attraversato da parte a parte
Già nel cervello
Sbracia il fuoco
E sfigura il mondo
Nei centimetri e sulle facce
Di quelle vittime illese
L'editto occidentale
Colpisce al buio
Cottura 11 minuti
da Dopo gli assalti ne La stanchezza della specie,
Lietocolle libri, collana Aretusa 108pagg. 13 euro
Vittorino Curci (1952), è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Collabora a Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno.
Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.
Angelo Petrelli, Epifanie
1.
aggredisce il buio e l’ombra
la consueta comparsa
artificiosa di te - occhio
nel fiume avvampato ed elettrico
e misterioso e illuminante
unicamente il suo lungo ritorno
quanto un dramma di sole
e d’ustioni e ancora preme
la contro/tenebrosa origine
di orbite vuote e nulla pesto
2.
di allucinazioni inautentiche
e viscerali larve e inquiete
rapiscono lo sguardo nei loro
soprassalti di pieghe e radure
immaginifiche
di acerba sensazione e rosee
commozioni al culmine(,…)
3.
ditemi chi siete se troppo
alte o gelide se forse solo altro
da me da toccare così diverse
giunte come alghe e ciglia
ritorte e sospetti che tutto
lasciano estraniato e inutili
la lingua infelice e viscida
negli acidi sensi e d’ingorghi
rinati nel cervello
5.
con i paesaggi a farsi termine
nient’altro di disavventura o
punitiva frequenza o grandezza
senza riguardi o l’intenzione
di colore e di malizia
6.
sole che scorri minuzioso
nella mente – galleggiando
attonito per mano dell’onda
rinata dall’ammasso di nervi
7.
ora fendi e agiti questo design
e costretto rientri nell’alba
lungo il tuo corpo fatiscente
e di arida melma - scivola
se puoi nella candida cera
di pelle sottostante e chiaro
uovo indigesto e tenue
8.
ho tanto desiderato l’inerme
sostanza flogisto usata in cupe
rivelazioni e scene liberate(,…)
tu grassa lingua di fuoco e di forma
esemplare e assurda - mostraci
immane le vere parole
9.
alcuna cima impietosa - luce
cronaca di disegni purissimi
e macchie – di budella appese
e disperanti gli inclini voli
di questa gioia(,…) non temere
dei sensi dannosi e falsi e sempre
più enormi e longiliqui gli inobliati
profili restano lì a scontrarsi(,…)
10.
ora che sei l’unico tono e
ticchettio in ogni cervello
sovrabbondante e stabile
nel suo respiro in estinzione
siamo qui ognuno con la propria
nevrosi nel caos che ci impegna
la follia e il rifiuto dell’odore dell’acqua
tra soprassalti e compostezze(,…)
del tuo focolare
Angelo Petrelli
Ecco uno dei più forti esempi della poesia contemporanea di un sud ben lungi dal dormire sotto il caldo soffocante delle sue ipocondrie. In questa silloge c’è un acuto e personale distacco dalla percezione comune, attraverso lampi e scatti, l’utilizzo del simbolo, la decantazione di ogni senso, la visionarietà assurda nella quale la vita stretta improvvisa esplode per poi riafflosciarsi brace ardente sotto ceneri ipocrite.
aa

Angelo Petrelli è nato il 13 gennaio del 1984 a Roma. Vive, scrive e studia tra Lecce ed Arnesano. Studente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. I suoi versi sono stati pubblicati nella rivista di critica e letteratura Vertigine diretta da Rossano Astremo (http://vertigine.clarence.com) sul portale di poesia www.musicaos.it e su varie altre rivista on-line tra cui www.poiein.it e www.culturasalento.it
Da quest’estate cura la pagina domenicale di cultura Il fogliettone per il quotidiano Paese Nuovo (potrete trovare alcuni dei testi selezionati sul suo blog: http://angelopetrelli.clarence.com).
Collaboratore di "musicaos" per cui scrive, dal settembre 2004 redige il bimestrale "L’alter ego", periodico di controcultura letteraria in collaborazione con Eliana Forcignanò. Ha pubblicato Elegia (Besa editrice, 2004) ed è inoltre presente sulla raccolta di recensioni L’altro novecento (Luca Pensa editore, 2004)





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