L'ice park a Lecce...

di Mauro Marino
Ritorna l’ ice park!? Il suo massimo patron, il consigliere comunale Vittorio Solero, nonostante il nome, noto appassionato di sport nordici (a lui si è ispirata una nota casa gelatiera per nominare la sua linea di ghiaccioli) spera lo si possa allestire come negli anni scorsi in Piazza Sant’Oronzo. Scelta sciagurata! Sarebbe il terzo anno di un’ intollerabile imposizione. Il ghiaccio, la musica assordante, le gocciolature dell’impianto che si trasformano in fanghiglia. Il cuore della città trasformato in un nulla divertentista che non accontentandosi di scivolate e risate conclude le serate con rapimenti di pecorelle nel presepe adiacente, allestito nel “basso” dell’anfiteatro.
L’ice park se è proprio necessario sarebbe utile allestirlo in un luogo più appropriato, non la Villa Comunale, ma il grande catino di Piazza Palio ad esempio, che già lo ha già ospitato. Luogo strategico, polo sportivo della città. Cerniera con la periferia dove è utile portare animazioni e spettacolo. Dove è bello attrarre pubblico con le sfilate e le visite dei campioni del pattinaggio.
Piazza Sant’Oronzo è meglio preservarla, renderla calda, accogliente. A misura di ‘valori’ (bella parola!) quelli cari al Sindaco, alla sua giunta e, soprattutto a noi, che desideriamo concentrarci al riparo dal frastuono sui temi di una Festa carica di significati ed essenziale in questa contemporaneità ferita. Il solerte Solero poi spera e annuncia un palaghiaccio a Lecce!!?? Veramente una novità in una città che non ha impianti sportivi adeguati, accuditi e curati e neanche una piscina comunale.
Il filobus a Lecce
La nuova metropolitana di superficie! A quando l’informazione?
di Mauro Marino
Si è in parte conclusa la ‘piantumazione’, lungo i viali interni della città di maestosi pali neri.
Delle ‘utilità’ di cui il sindaco sta fornendo la città, certo, la più eclatante, sarà la metropolitana di superficie, che per i più rimane un mistero. I lavori procedono e necessario diventa – ma anche di buon senso - condividere con la città, il progetto. Informare sul disegno del servizio, sulle modalità della sua messa in opera, sull’ingombro che creerà. Già l’ingombro! Quello delle vetture che per una buona riuscita del servizio richiederà una diminuzione del traffico veicolare. Quello ambientale e visivo della caveria di alimentazione che renderà vano il lavoro fatto nel centro storico per l’interramento delle linee aeree dell’elettricità e della telefonia.
Cambiamenti, in positivo ed in negativo, che il nuovo servizio produrrà nel quotidiano dei leccesi che è ormai necessario socializzare e rendere di dominio pubblico se si vuole avere successo nella proposta. Ma poco accade in questo senso, e la progettazione del nuovo appare cosa astratta, di pochi e senza referenti nella città.
Molto la ‘creatività’ della giunta Poli ha pensato in fatto di viabilità urbana: le strisce gialle delle corsie preferenziali lungo la circonvallazione interna; il lungo viale-aiuola dell’Università senza possibilità di svolte per l’inversione di marcia; l’acquisto di nuove vetture per il servizio di trasporto urbano (che fine faranno con l’attivazione delle nuove?) e delle vetturette elettriche che attraversano il centro storico con la segnaletica di servizio incomprensibile e resa vana dall’incuria. In ultimo, la politica dei trasporti ha avuto il suo risvolto ‘divertentista’ con un bus a due piani, scoperto, che porta in giro nel traffico i pochi turisti (e sgomenti cittadini) che hanno colto l’intrigante proposta. Sarebbe stato interessante, in estate, impiegare il servizio sulla via del mare, vista anche la mole del mezzo, verso San Cataldo o per un giro nelle marine, ma la vergogna era tale che si è scelto per la città, in concorrenza con il trenino, perso a manovrare nel centro storico, in un caos strutturale tra lavori in corso e parcheggi selvaggi.
Ora, non credono i signori amministratori autori di tale progetto, di dover parallelamente al divenire operativo del servizio informare, condividere, invitare, sensibilizzare i cittadini al nuovo sperando in una loro collaborazione nel rendere funzionale, funzionante e di successo l’opportunità offerta?
La nuova Lecce spirituale
Ingresso "Mediaworld"
pressi "Ipercoop"
Tutto scorre?

Il processo, il parco e la primavera: come restare indifferenti?
Il 28 marzo la prima tappa del processo a Lino De Matteis (www.linodematteis.it):
E’ possibile che in Italia un giornalista, serio e coscienzioso, possa essere querelato e rinviato a giudizio per diffamazione a mezzo stampa solo per aver dato dell’ “insensibile” ad un potente di turno, aver parlato di una “favola del povero orfanello”, aver menzionato un “partito degli affari e delle lobby economiche” che “stanno occupando le istituzioni e mettendo a rischio la democrazia”, aver detto che “controlla l’ambiente”, che “appare un grande fratello”, che c'è un "conflitto d’interessi parentale" e che ha “svenduto” beni della Regione?
Pare proprio di sì se il giornalista non ha nessuno alle spalle, né partiti, né associazioni, né gruppi editoriali e a querelare è un potentissimo presidente di Regione, come l’ex governatore forzista della Puglia Raffaele Fitto, accecato dal sentimento di “lesa maestà” al solo annuncio della pubblicazione del libro “il Governatore”, da me scritto e autopubblicato per indisponibilità di editori coraggiosi. Devo precisare che, in trent’anni di attività giornalistica fortemente impegnata e pur avendo scritto altri libri su questioni delicate, non ho mai ricevuto, non una querela, ma una lettera di smentita o di precisazioni. (continua)sul mistero Fitto anche qui su "ilpotlac"
Ruspe pasquali
Blitz delle ruspe nella notte. Ed è rivolta.
da La Gazzetta del Mezzogiorno del 13/04/06(www.lagazzettadelmezzogiorno.it)
Il Comune (di Lecce-ndr) ha scritto un nuovo, amaro capitolo della storia del verde da cancellare. C’è da fare posto al mercato e ad un parcheggio interrato
La gente di parco Corvaglia portata via di peso da vigili e poliziotti. Poi arriva lo stop del Tar
continua sul sito del parco
Il risultato della Puglia
Dalla <<Primavera>> al dietrofront
da La Gazzetta del Meggiogiorno (www.lagazzettadelmezzogiorno.it)
(...)la stessa Puglia che solo un anno fa incoronò governatore l'unico presidente di regione di Rifondazione comunista, è tornata a premiare il centrodestra (che sfiora il 52% sia alla Camera che al Senato, contro il 48% dell'Unione) e - eguagliata solo dalla Lombardia - ha assegnato a Forza Italia il ruolo di partito guida, con oltre il 27% dei consensi. C'è chi è pronto a giurare che questa tornata elettorale nulla abbia a che fare con il risentimento nei confronti delle amministrazioni locali. E che, piuttosto, sia stato lo spauracchio di portare al governo «il partito delle tasse» (come Berlusconi ha appellato l'Unione) ad aver avuto la meglio. Eppure, a leggere fra i dati, se i baresi hanno assegnato l'exploit pugliese agli «azzurri» e se i leccesi, guidati da una sindaca di An, hanno confermato che il partito di Fini è quello preferito, qualcosa anche sul piano locale vorrà pur dire.
continua qui (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/quotidiano/gazzetta_edicolanav.asp)
Ma se questi sono i nocchieri...

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province ma bordello...
(Dante Alighieri, Divina Commedia,Inferno, Canto XXXIV)
La Puglia e i mulini a vento. La bolletta energetica.
Qualunque situazione ogni italiano stia vivendo, in qualsiasi luogo della nazione, dal 1 gennaio dovrà pagare di più per utilizzare tutte le fonti di energia.
Nel primo trimestre 2006 la bolletta del gas, al lordo delle imposte, aumenterá dello 0,7% e quella dell'elettricitá, sempre al lordo delle imposte, del 2,5%. Complessivamente l'aumento per le famiglie sará quindi pari all'1,3%, ovvero 7 euro in più per il gas e 9,2 per l'elettricità.
La questione è stata introdotta dall'Autorità per l'energia elettrica, giustificata come onere "a sostegno della produzione di fonti per l'energia rinnovabile" ed in seguito alla crisi petrolifera venutasi a creare per una situazione nella quale gli itasliani a suo tempo nojn vennero neanche interrogati.
E l'onere verrà applicato a tutta l'Italia, senza distinzioni. Quando c'è da rastrellare soldi,...
Eppure alcune distinzioni andrebbero fatte. In Puglia, ad esempio. Spero che i miei conittadini sappiano che la nostra regione è un caposaldo della produzione energetica italiana. E spero anche che sappiano che questo primato ci costa tanto e ci rende niente. Né sul piano economico, né sul piano etico. La regione Puglia produce energia ben oltre il suo fabbisogno. Cerano con i suoi fumi, la sua arretratezza e la palese ingiustizia che l'ha messa su, è sempre li a ricordarcelo.
A questo punto le domande sono due: perché l'energia che produciamo in più e che vendiamo all'estero non produce ritorni significativi in benefici per la regione? C'è forse un gap nel quale i soldi s'inceppano, si accumulano, svaniscono?
Infine, come recita lo slogan di una compagnia telefonica, perché pagare di più? Questa domanda la giunta regionale pare se la sia posta, e nel nuovo piano energetico e di sviluppo ambientale, la Regione provvederà a sgravare gli aumenti, proprio in virtù della sovrapproduzione e dei rischi ambientali e socio-sanitari che quotidianamente affrontiamo per produrre energia. Sarà sufficiente? E questo non è per caso un modo di accettare gli ecomostri e conviverci?
Il futuro è pieno di dubbi, e la Puglia si potrebbe preparare sì ad un futuro di rinnovamento, ma rischia di battersi con fantocci, visioni create ad arte.
Mulini a vento, per l'appunto.
farmindustria

Avete visto l'orrenda pubblicità di farmindustria sul fatto (di per sè già triste) che il 90% della ricerca è finanziato dall'industria farmaceutica?
Invito tutti a leggere e commentare sul sito de "L'imPAZiente"!
horrorudiae. ultimo atto. Quattro passi a piedi.

Passeggiando in periferia
La mia vita finora è stata sicuramente una storia di periferia.
Prima di scoprire le giravolte del centro storico, che in fin dei conti avrei potuto raggiungere facilmente, prima degli amori, persino prima di me stesso, la mia storia non era un'esistenza, almeno non nel senso canonico del termine.
La mia storia era un luogo: le Tre Colline, ovvero dei mucchi di sassi schiacciati che, come Bodini avrebbe poi detto, solo i leccesi potevano chiamare colline. Nemmeno i salentini avrebbero potuto avere questa disperante fantasia, se memori delle pendenze di Castro e Santa Cesarea o degli scogli tutti del litorale adriatico, che sussultano di un ultimo orgoglio dinanzi alla spuma storica, non più loro, non più solo loro, del Mare Antico.
Ho percorso quella strada a piedi, di corsa, in bicicletta, su veicoli a due ruote in qualità di disinibito passeggero o di morigerato autista. Se ci passassi con l'aereo mi mancherebbe solo un improbabile snowboard.
Ma i mezzi che preferisco ancora adesso sono i miei piedi. I quali mi portano tra muri a secco bisbiglianti segreti d'arsura o lussurreggianti pensieri d'agrumi e more.
L'incanto meditabondo viene però interrotto dall'olezzosa esalazione di liquidi speciali riversati nelle discariche abusive, megastore per romantici inesistenti barboni o, più realisticamente, pasti di ratti infoiati.
Qualche volta vi scopro l'altra faccia della poesia idilliaca, scorgendo gabbiani mezzi morti trascinati via dai loro miraggi da qualche vento impietoso, costretti qui da fame a beccare immondi rifiuti.
E le lastre d'amianto sbriciolato fluttuare colorate e velenose nell'aria: qualche dritto s'è fatto pulizia da sè.
In questa zona, proseguendo per Arnesano e Monteroni, vi sono numerose cave di tufo, anche vicino ad un campo di pallone particolarmente economico dove i ragazzini vanno a giocare. Dipenderà da quelle cave la vertiginosa presenza di radon in tutto il tratto?
E l'epidemia leucemica di tutto questo quartiere di trincea? Dipenderà mica dal fatto che l'80% dei ripetitori di onde elettromagnetiche per cellulari sono concentrate qui?

Ma la gente del quartiere sta avendo modo di sfogare la sua rabbia per tutto questo degrado.
Il punching ball in questione è il triste parco Corvaglia. Un fazzoletto di terra con giostrine e campetti da gioco, poco dinanzi ai casermoni popolari (visitate il sito internet, dove troverete anche simpatiche foto riguardanti la concezione approssimativa d'arredo urbano per la periferia che il Comune di Lecce ha sviluppato).
Il Comune fece sapere di voler inviare le ruspe in favore dell'ennesima costruzione iperbolica all'interno della quale i leccesi avrebbero potuto dimenticare le loro miserie partecipando secondo pubblicità,...pardon, possibilità al sabba consumista.
E i bambini? di nuovo dinanzia alla tv, magari dentro ambienti affumicati dal degrado?
Riprendiamoci il parco diveniva il motto degli abitanti.
Nonostante le strumentalizzazioni di colore. Nonostante il presidente di circoscrizione venisse tradito dai consiglieri del suo schieramento, lo stesso del municipio.
Il sindaco metterà infatti da parte il presidentucolo disobbediente, salvo poi agire nell'interesse degli abitanti, nel modo materno che il Crapone di cui si parlava nella puntata sui comandamenti, o sulla ruota della pace, avrebbe certamente apprezzato.
Se si costruirà in quel luogo, il verde sarà salvaguardato, poco male se sarà verde pubblico o no.
Parco Corvaglia è stato ottimisticamente definito come il risveglio dell'interesse del cittadino nei confronti della politica, anche se punzonato da interesse personale, anche se nel nome di una vaga idea di riqualificazione territoriale.
Riqualificazione territoriale, già, ci torniamo su...
Cari leccesi, mi avete insegnato che il consenso si crea sulla passione e sulla pressione. Avete ancora il vostro parco nel quartiere ferrovia, ma avete provato a respirare la vostra aria? Avete provato ad alzare la testa e scorgere una giungla di antenne? E se la radiottività venisse da terra, come per il radon?
Step by step.
Io turista, quattro passi a piedi nel quartiere Ferrovia di Lecce, proprio non li farei.
horrorudiae5. Maglie stretta

Gli effetti sono molteplici.
Chiedetelo agli abitanti di Maglie se hanno mai avuto il coraggio di mangiare i loro cibi all'aperto, dopo che vi si era depositato uno strato d'inquietante polverina. Chiedete loro se sopportano le malefiche esalazioni della Copersalento e le loro estenuanti sirene. Andate a interrogare i morti.
Qualcuno di loro il coraggio di consumare veleni non ce l'ha avuto, anzi neanche digeriva il silenzio di Maglie, e così è andato a far analizzare quei cibi, vedendosi prendere per fesso da chi li tranquillizzava.
L'aria è ora diversa.
Ma sempre inquinata.
Facciamoci delle domande, prima di anteporre ad ogni costo il diritto al lavoro dei dipendenti, così strumentalizzati.
Andiamo a chiedere. Il silenzio a volte lo si cerca, altre lo si suppone, altre ancora lo si sopporta.
Il silenzio è tale finché non lo si rompe.
dal sito di Lino de Matteis, del Nuovo Quotidiano di Puglia:
La lobby dei Fitto ha uno dei suoi punti forti nei Rampino di Trepuzzi, imparentati con il governatore per via della nonna Carmela, che aveva conosciuto il nonno del governatore, don Felice, sul finire degli anni Trenta. Fu un matrimonio d’amore, ma dietro quei fiori d’arancio si consolidarono anche interessi economici di due importanti famiglie di imprenditori, entrambe impegnate nell’attività olearia, dividendosi le zone d’influenza: i Fitto a Maglie e nel basso Salento, i Rampino a Trepuzzi e nel nord Leccese. L’una e l’altra erano terre ricche di uliveti secolari, che producevano ogni anno tonnellate di olive.
A Trepuzzi i Rampino sono numerosi. Una stirpe con varie ramificazioni, ma, bene o male, quasi tutti imparentati. Una sorta di dinastia che ha anche visto più di un matrimonio tra cugini. Il ramo che porta a nonna Carmela Rampino parte dal matrimonio tra Raffaele Rampino e Santa Bianco, che ebbero ben otto figli dai quali discendono i cugini Alfredo Rampino, già direttore generale dell’Azienda ospedaliera “Vito Fazzi” di Lecce, che è stato poi nominato dal governatore Raffaele Fitto responsabile dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) e Raffaele Rampino, impegnato prima con il sansificio “Capurro” di Campi Salentina e, poi, con la “Copersalento” di Maglie, ha amministrato, per conto dei Fitto, anche l’Hotel Risorgimento a Lecce, fino a quando è stato di loro proprietà. Un altro lontano parente, anche lui di nome Raffaele Rampino, e il figlio di quest’ultimo appena diciassettenne, Antonio, furono uccisi nel 1991 dalla Sacra corona unita, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.
Con il matrimonio tra donna Carmela e don Felice, dunque, le due famiglie si allearono di fatto in difesa dei rispettivi interessi economici. A Maglie, don Felice Fitto era da anni impegnato nel commercio e nella lavorazione dell’olio d’oliva. L’attività era cresciuta al punto che nel 1957 si era reso opportuno fondare la “Fitto Felice & C.”, una società di fatto, insieme al figlio maggiore, Salvatore, il futuro presidente della Regione, e ai fratelli Antonio e Oronzo Portaluri. La società, nata per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari in genere, e olio d’oliva e di semi in particolare, a partire dal 14 ottobre del 1964 iniziò anche l’attività di estrazione dell’olio d’oliva dalle sanse.
Nel 1965 don Felice, il figlio Salvatore e i fratelli Portaluri costituirono una nuova società in nome collettivo, denominata “Oleifici Fitto e Portaluri”, con sede sempre a Maglie, che si specializzò nella lavorazione del ciclo completo dell’olio. Ma il salto di qualità arrivò nel 1973 con la nascita del sansificio “Olearia Salentina, Ol.Sa.”, una società a responsabilità limitata, impegnata nella gestione di un grosso stabilimento industriale a Maglie. L’azienda, dopo un periodo di attività, cominciò ad accusare delle difficoltà economiche, tanto che, una decina d’anni più tardi, dopo il sequestro di uno dei figli di don Felice, venne messa in liquidazione il 3 novembre 1982. Don Felice e i figli Raffaele ed Antonio rimasero però nel settore tramite altre società, mentre l’altro figlio maggiore, Salvatore, era ormai impegnato a tempo pieno nell’attività politica.
A Trepuzzi, l’attività olearia interessava soprattutto Raffaele Rampino, soprannominato “mano morta”, per via dell’abitudine di tenersi dietro le spalle con una mano il polso dell’altra, che restava ciondolante. Raffaele Rampino ha avuto a che fare con il sansificio “Capurro”, dell’omonima e ricchissima famiglia di imprenditori genovesi. Leo Capurro nel 1963 aveva fondato l’impianto collocato tra Trepuzzi e Campi Salentina, anche se il territorio su cui sorgeva lo stabilimento apparteneva a quest’ultimo comune, in contrada Falchi, vicinissima alla statale Lecce-Taranto, che allora era un’arteria importante per il commercio e le attività produttive. L’industriale Capurro aveva in Raffaele Rampino il suo uomo di fiducia, sul quale contava per la gestione in loco di tutto ciò che il sansificio richiedeva.
Da società per azioni la “Capurro”, con sede legale ad Avegno, venne trasformata nel 1973 in società a responsabilità limitata, con sede secondaria a Campi Salentina, in contrada Falchi, e con un capitale sociale di tre miliardi e 800 milioni di lire. I rapporti tra Raffaele Rampino e Leo Capurro si erano ormai consolidati al punto che Rampino venne designato anche nel Collegio sindacale, quale sindaco effettivo. Il sansificio di Campi Salentina all’inizio andò alla grande, inserito com’era nel circuito internazionale in cui operavano i suoi proprietari genovesi, con diramazioni importanti anche in Sud America. Ma con il passare del tempo, quelle ciminiere sbuffanti nubi minacciose, maleodoranti e insalubri cominciarono a creare grossi problemi agli abitanti dei comuni circostanti.
Ma all’inquinamento si aggiungevano anche i rischi per l’incolumità dei dipendenti all’interno del sansificio. Alla fine di giugno 1989, uno degli otto capannoni cedette di schianto e, solo per fortuna, non ci furono vittime tra gli operai. La notizia del crollo era stata tenuta rigorosamente segreta dall’azienda, che aveva anche imposto agli operai di tenere la bocca chiusa. Solo una telefonata anonima avvertì i carabinieri, che fecero scattare le indagini. Il pretore di Campi Salentina, Nicola D’Amato, provvide subito al sequestro del capannone crollato e di un altro che sarebbe potuto venire giù da un momento all’altro. Il provvedimento di sequestro aveva valore anche di comunicazione giudiziaria, per cui titolari e responsabili dell’opificio finirono indagati per il reato di crollo colposo. Nei mesi precedenti, il capannone era stato teatro di un altro tragico incidente: un operaio, che stava lavorando alla copertura, precipitò al suolo da un’altezza di circa otto metri, proprio a causa del cedimento di una parte della struttura. Francesco Jervolino, 23 anni di Surbo, riportò ferite gravissime e morì qualche giorno dopo in ospedale.
Tra le proteste popolari, gli incidenti sul lavoro, le strutture che cadevano a pezzi, l’opificio era diventato una vera e propria “bomba ambientale” ad orologeria, tanto che, per disinnescarla, si rese necessario l’intervento diretto della Regione e dell’amministrazione comunale di Campi Salentina. Nel 1988, il sindaco democristiano dell’epoca, Nicola Quarta, ex presidente democristiano della Regione Puglia, sottoscrisse con Raffaele Rampino, in qualità di procuratore della Capurro, un preliminare di vendita dell’opificio all’amministrazione comunale. L’acquisto pubblico era maturato all’interno di un accordo tra l’amministrazione democristiana di Campi Salentina e la presidenza della Giunta regionale, anch’essa democristiana, allora presieduta da Salvatore Fitto, cugino di primo grado di Raffaele Rampino. La Regione si impegnò a pagare quattro dei sei miliardi di lire pattuiti tra il sindaco e Rampino per la cessione dello stabilimento. E lo fece con tre diverse delibere: la prima, di due miliardi, è datata 30 maggio 1988, tre mesi prima che Salvatore Fitto morisse nel tragico incidente sulla Brindisi-Taranto; la seconda, di 500 milioni, è del 28 dicembre dell’anno successivo; la terza, di un miliardo e mezzo, porta la data del 9 marzo 1990. Che cosa ne avrebbero fatto il comune e la Regione di quello stabilimento una volta acquisito al patrimonio pubblico? Seguirono anni di polemiche sulla sua destinazione d’uso, nel frattempo lo stabilimento da archeologia industriale divenne un vero e proprio rudere e finì in disuso.
“La Capurro era sbarcata a Campi Salentina intorno al 1963”, racconta l’ex sindaco comunista Egidio Zacheo, che, quando venne eletto, ereditò quel bubbone, “con due soci, i Rampino di Trepuzzi e i Capurro. All’inizio pensavamo che i Rampino fossero solo fiduciari, invece no, sono entrati come soci”. Zacheo ha vissuto in prima persona gli strascichi della storia, poiché la sua amministrazione, iniziata nel 1993, si trovò sulle spalle il peso dei debiti fatti dalla precedente amministrazione democristiana per acquistare quel rudere industriale. “La scelta di Campi Salentina per insediare la Capurro – continua Zacheo – si prestava bene al tipo di attività che l’azienda doveva svolgere. I Rampino sono di Trepuzzi, il sito industriale è tra Campi Salentina e Trepuzzi, vicinissimo alla statale Lecce-Taranto, che allora era un’arteria importante perché non c’era ancora la superstrada Lecce-Brindisi. Era quella un’ubicazione adatta insomma. I Rampino erano già affermati nel settore e rappresentavano l’ideale per essere soci, fiduciari, gestori sul territorio per conto dell’azienda”. Ma col tempo “lo stabilimento era diventato una bolgia dantesca – rammenta Zacheo – senza alcuna regola e tutela dei lavoratori, con molti infortuni e incidenti mortali. Ci fu una grande mobilitazione della popolazione contro l’inquinamento ambientale che produceva la Capurro. Negli anni Settanta a Campi nacque il quartiere della 167/B, in linea diretta con i venti prevalenti che provenivano dalla Capurro, la cui attività, eseguita senza alcun accorgimento, inquinava senza tregua. Inquinava nel senso che si stava proprio male: procurava malattie, i balconi restavano pieni di pulviscolo che sporcava tutto ed entrava nei polmoni. Io, che ho abitato lì dal 1982, ricordo che ci soffiavamo il naso e sul fazzoletto erano visibili i segni di quello che respiravamo. Ci fu una protesta molto accesa della gente, perché non c’era dubbio che quelle emissioni fossero nocive. Fu interessata più volte la magistratura. In seguito a queste proteste, intorno al 1990, con un’operazione conveniente, assai conveniente per la Capurro, la società fu acquistata dalla Regione e dal comune di Campi Salentina, per sei miliardi, quattro con un mutuo regionale e due con un mutuo comunale”.
Il sansificio produceva ormai solo danni e avrebbe richiesto ingenti investimenti per essere messo a norma di sicurezza per i lavoratori e per i cittadini. Con quale obiettivo fu deciso l’acquisto da parte di Comune e Regione? “L’obiettivo era quello di chiuderlo”, dice Zacheo, “sei miliardi poteva anche valerli se ci fosse stato il completo trasferimento della struttura. E invece, quando io sono diventato sindaco di Campi Salentina, nel 1993, mi sembrava che molta roba non ci fosse più. Siccome c’era da pagare il mutuo e poiché mi sembrava che non ci fosse una documentazione adatta per il trasferimento di quei beni all’ente pubblico, diedi disposizione perché facessero un inventario, con una documentazione fotografica e filmata in videocassetta. Ho cercato di capire se questo bene era stato completamente devoluto e trasferito all’ente pubblico. Non si sapeva che cosa fosse avvenuto nei due anni dal 1991 al 1993, perché, per esempio, mancavano gli impianti di rame, che allora era molto richiesto sul mercato. Praticamente c’erano soltanto i ruderi e il terreno. Una situazione che creava anche problemi di sicurezza pubblica, perché i muri perimetrali erano cadenti e lì mi risultò poi che si riunivano giovani, si facevano dei meeting, c’erano pozzi non chiusi, per cui feci interdire la zona, perché era pericolosa”.
L’acquisto della Capurro da parte della Regione e del Comune di Campi Salentina risultò insomma un vero e proprio bidone per i contribuenti. Non solo perché l’impianto era ormai inutilizzabile, ma perché si trasferirono agli enti pubblici anche i problemi legati al suo risanamento. “La mia amministrazione – dice ancora Zacheo – si trovò davanti alla necessità di dover risanare, perché c’era amianto. E il risanamento, sulla base di un preventivo fatto, ci sarebbe costato intorno al miliardo e mezzo di lire. La situazione, insomma, che avevamo ereditato era questa: una zona di undici ettari che non rendeva nulla, una zona inquinata, a rischio di sicurezza pubblica, luogo di incontri di criminali e mafiosi, a ridosso del centro abitato; per quella zona pagavamo un mutuo di due miliardi di lire; e per poterla risanare dovevamo spendere un altro miliardo e mezzo”.
Come per una occulta e predeterminata regia e attraverso una serie di complicati passaggi, si passò poi dal sansificio “Capurro” di Campi Salentina a quello della “Copersalento” di Maglie, passando per l’Ol.Sa. in liquidazione dei Fitto, con gli stessi protagonisti. Perché questo “trasloco”? “Maglie era il feudo di Fitto”, spiega l’ex sindaco di Campi Salentina, Egidio Zacheo. “C’era un allarme diffuso per il carattere inquinante di questi impianti e gli amministratori non erano certo molto ben disposti ad autorizzarne l’installazione sul proprio territorio comunale”. Ma le coincidenze favorevoli furono anche altre: non solo l’attività dei Rampino e dei Capurro coincideva con quella dei Fitto e della loro lunga tradizione nel campo oleario, ma c’era anche il vantaggio di avere un’amministrazione comunale amica. Centrale in questo passaggio fu, inoltre, il ruolo del presidente della Regione, don Totò Fitto, che nel frattempo aveva fatto “regionalizzare” anche il sansificio del padre, la Ol.Sa., per poi cederlo in gestione alla Copersalento, una società appositamente costituita da Raffaele Rampino e dai Capurro.
Parallelamente alla “regionalizzazione” del sansificio di Campi Salentina, Salvatore Fitto aveva infatti fatto acquistare dalla Regione, tramite l’Ersap (Ente regionale per lo sviluppo agricolo pugliese), anche lo stabilimento di Maglie della Ol.Sa., di suo padre. La società di don Felice non navigava in buone acque, tanto da essere stata messa in liquidazione, ma, a differenza di quello della Capurro, lo stabilimento che gestiva era funzionante e in buone condizioni. Nel frattempo, Raffaele Rampino e i Capurro costituirono, il 6 ottobre 1986, la società per azioni “Copersalento”, con sede a Lecce in via Imbriani e con capitale sociale iniziale di 15 miliardi e 466 milioni di lire, così suddiviso: 945 milioni a Raffaele Rampino, 77 milioni ad Armando Ezio Capurro, 593 milioni a “Capurro Leo e Figlio” srl, 8 miliardi e 341 milioni a “Capurro” srl, 10 milioni all’Ersap, 5 miliardi e 500 milioni ad “Investire Partecipazioni” spa, una derivata di “Sviluppo Italia” spa. Raffaele Rampino venne designato presidente del consiglio di amministrazione ed amministratore delegato della società. Dopo la sua costituzione la Regione assegnò in gestione lo stabilimento dell’Ol.Sa., sempre tramite l’Ersap che l’aveva acquisito, alla Copersalento del cugino del presidente Fitto.
Nonostante gli accorgimenti tecnici utilizzati, la Copersalento, da un punto di vista dell’impatto ambientale, non ebbe migliore sorte di quella della Capurro a Campi Salentina. L’inquinamento che produceva fece presto mobilitare cittadini e ambientalisti, che iniziarono un’annosa battaglia per la tutela della salute pubblica. Per oltre un decennio, si sono susseguite denunce, perizie, incontri, dibattiti in Consiglio comunale, assemblee cittadine, sit in, manifestazioni e cortei, ma senza apprezzabili risultati. La Copersalento continuava ad emettere i suoi fumi nocivi, nonostante una sentenza emessa, il 25 settembre 2000, dal giudice monocratico della Sezione distaccata di Maglie del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, obbligasse i responsabili a mettersi in regola. Nella sentenza di condanna dell’amministratore delegato e legale rappresentante del sansificio, Raffaele Rampino, la sospensione della pena di cinque mesi di carcere (comminata anche al direttore dello stabilimento, Egidio Merico) era stata condizionata all’adeguamento a norma dell’emissione dei fumi nocivi.
Le indagini della magistratura, naturalmente, proseguirono per accertare la messa a noma dell’impianto. Nell’aprile 2002, il magistrato che coordinava le indagini, il sostituto procuratore Marco D’Agostino, del pool reati ambientali della Procura di Lecce, affidò a due consulenti, Francesco Fracassi e Onofrio Laricchiuta dell’Università di Bari, l’incarico di una perizia. Dopo un mese di rilievi, il 31 maggio, i due chimici conclusero che esisteva il “fondato pericolo che il normale proseguimento dell’attività di recupero e trasformazione di combustibili e rifiuti possa causare ulteriori danni e aggravare gli effetti dei reati ipotizzati”.
Dopo anni di polemiche, la svolta arrivò il 25 giugno 2002 con il sequestro preventivo della Copersalento, disposto dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Lecce Antonio Del Coco, su richiesta del sostituto procuratore Marco D’Agostino. I sigilli ai cancelli della Copersalento rappresentavano l’epilogo di una nuova inchiesta nata come costola del procedimento principale per emissione di fumi nocivi, conclusosi nel 2000 davanti al giudice di Maglie, Carlo Cazzella. Numerose le fattispecie di reato identificate a carico del legale rappresentante, Raffaele Rampino, e del direttore, Egidio Merico, iscritti nuovamente nel registro degli indagati: si andava dalla gestione di rifiuti allo scarico senza autorizzazioni, dal superamento dei limiti delle polveri nell’atmosfera all’emissione di gas nocivi.
Dopo circa un mese, il sostituto procuratore Marco D’Agostino dispose la parziale rimozione dei sigilli e, quindi, la ripresa delle attività produttive della Copersalento. L’istanza della revoca dei sigilli era stata accolta dal magistrato perché, nel frattempo, la Copersalento aveva provveduto ad installare dei filtri per mantenere nei limiti previsti le emissioni fumogene della sua caldaia e, inoltre, aveva ottenuto l’autorizzazione a scaricare nella condotta del consorzio Sisri una parte dei reflui. Intanto l’amministratore Raffaele Rampino stava provvedendo ad adeguare l’intero impianto alla normativa sulla tutela dell’ambiente.
La Copersalento aveva goduto per anni della “disattenzione” di quanti a livello di amministrazione comunale, di locale Ausl, di assessorato regionale per l’Ambiente e, per ultimo, dello stesso Commissario straordinario per l’emergenza ambientale, il governatore Raffale Fitto, avrebbero invece dovuto vigilare e intervenire. Nonostante le proteste pubbliche e le condanne della magistratura, la Copersalento aveva continuato indisturbata nella convinzione di una sostanziale impunità, operando nel feudo politico dei Fitto. I consiglieri regionali di Rifondazione comunista, Michele Losappio e Arcangelo Sannicandro, con una interrogazione all’assessore regionale all’Ambiente, Michele Saccomanno, chiesero di sapere: se la Copersalento disponesse dell’autorizzazione di valutazione d’impatto ambientale; se in quei due anni, e dopo la sentenza della magistratura di primo grado, fossero stati effettuati controlli e verifiche da parte dell’Assessorato regionale; se fosse stato interessato il Commissario straordinario per l’ambiente, cioè lo stesso presidente della Regione, Raffaele Fitto, e quali provvedimenti si intendessero assumere, alla luce delle motivazioni che avevano portato al sequestro del sansificio.
Insomma, gli interrogativi che ponevano i consiglieri di Rifondazione sollevavano anche un caso politico. Una questione delicata, poiché la “distrazione” del governatore Raffaele Fitto poteva essere letta come una sorta di “conflitto d’interessi parentale”. Come mai infatti Fitto, consigliere comunale di Maglie, Commissario straordinario per l’ambiente in Puglia, presidente della Giunta regionale, pur abitando a Maglie, non aveva mai sentito l’olezzo nauseabondo che da anni sentivano tutti i cittadini dell’interland magliese? Come mai non lo aveva sentito il sindaco di Maglie, il senatore Francesco Chirilli, fittiano doc? Come mai non lo aveva sentito neanche l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) allora diretta da un uomo di fiducia di Fitto, l’ingegnere Mario Morlacco (successivamente sostituito da un altro cugino di Fitto, Alfredo Rampino)? Come mai non lo avevano sentito i funzionari del Presidio multizonale di prevenzione e la Ausl Lecce/2 di Maglie? Eppure, almeno un po’, quel puzzo qualcuno l’aveva sentito, se l’assessore regionale all’Ambiente, Michele Saccomanno, ricordò che sulla Copersalento “ci fu una conferenza con il comune di Maglie nella quale invitammo l’azienda a migliorare le tecnologie, e da parte della Copersalento ci fu la volontà di onorare l’impegno”. Come dire, tra uomini d’onore, basta la parola.
Oltre ad essere un parente, Raffaele Rampino era anche uomo di fiducia della famiglia Fitto. Dopo la morte di don Totò, gli fu dato l’incarico di amministrare un “gioiello di famiglia”, lo storico Hotel Risorgimento, in via Augusto Imperatore, nella centralissima piazza Santo Oronzo di Lecce, fino a quando, nella primavera del 2002, non fu venduto all’imprenditore edile Donato Montinari. Nella società per azioni che deteneva la proprietà del Risorgimento, la “Società Alberghiera Fitto & Portaluri”, c’era praticamente tutta la famiglia Fitto: dalla vedova di don Totò, Rita Leda Dragonetti, ai figli Felice, Raffaele e Carmela, dagli zii, Raffaele e Antonio, agli storici soci e mezzi parenti dei Fitto, Oronzo, Giovanni e Maria Lucia Portaluri e ad Anna Maria Sozzo, tutti detentori di quote diverse. La gestione di un’azienda come quella richiedeva capacità amministrative e manageriali, ci voleva un uomo di fiducia e di esperienza al quale affidare quella responsabilità. E chi meglio di Raffaele Rampino? Venne così nominato presidente del consiglio di amministrazione, affiancato, in qualità di vicepresidente, da Oronzo Portaluri e, come consiglieri, dal figlio maggiore di don Totò Fitto, Felice, e dalla moglie dello zio Raffaele, Rosina Anna Aprile. Nell’aprile del 2002, la “Società Alberghiera Fitto & Portaluri”, che nel frattempo aveva cambiato nome in “Vestas”, passò di mano e l’Hotel Risorgimento fu venduto al gruppo del costruttore Montinari, pare, per la somma di circa tre miliardi di lire.
Il sospetto di contiguità con la più feroce criminalità organizzata salentina era piombato su uno dei Rampino di Trepuzzi agli inizi degli anni Novanta. Il quarantaseienne Raffaele Rampino, detto Lello, era finito in qualità di imputato a piede libero nel maxiprocesso alla Sacra corona unita. Il 21 gennaio 1991 a Lello, anche lui imprenditore oleario, uccisero il figlio diciassettenne, Antonio. Il ragazzo venne freddato con un colpo di pistola alla testa nel cortile dell’oleificio di cui era proprietario il padre a Trepuzzi. L’assassinio del minorenne venne ritenuto dagli inquirenti una vendetta trasversale contro il padre, che, appena tre mesi dopo, il 17 aprile, fu a sua volta ucciso in un agguato mafioso avvenuto mentre prendeva il caffè nel bar della piazza principale di Trepuzzi. La morte di padre e figlio e le modalità del duplice assassinio suscitarono particolare clamore nell’opinione pubblica e molta preoccupazione tra gli inquirenti, per la efferata crudeltà dimostrata in quell’occasione dalla criminalità salentina. La stampa locale riferì con grande enfasi quei due omicidi, sottolineando i pericoli della infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività economiche della provincia.
horrorudiae4: la Terra dell'Accoglienza
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Ndjock Ngana
da Colui che tutto ha perduto
II
Poi un giorno, il silenzio...
Del sole i raggi parvero oscurarsi
Nella capanna d’ogni senso vuota
Le bocche rosse delle mie donne premevano
Le labbra dure e sottili dei conquistatori dagli occhi d’acciaio
E i figli miei lasciarono la quieta nudità
Per l’uniforme di ferro e di sangue
E più non ci siete, neppur voi
Tam-Tam delle mie notti, Tam-Tam dei miei padri
Le catene della schiavitù han straziato il mio cuore!
da "L'imPAZiente" n.6:
Sul sito di pazlab troverete un ottimo nonché libero dossier sull'affaire regina pacis, esempio spesso elogiato di acccoglienza in una terra di frontiera, alla quale si voleva assegnare il premio Nobel. Poi una legge figlia dell'undici settembre, non del dolore, ma di quell'isteria tipica americana. Qualcosa di veramente lontano, comunque,dall'essenza mediterranea di questa terra.
C'è chi si è piegato ad una legge assurda, divenendo un luogo di reclusione: è il caso del rp.
E c'è chi di fronte a quella legge s'è posto in modo critico, come ho avuto modo di vedere con i miei occhi, sfidando le istituzioni pubbliche ed ecclesiastiche(le stesse che vi avevano dato vita): è questo il caso del centro d'immigrazione "Fernandes".
Castel Volturno, provincia di Caserta, non è l'ipocrisia salentina. Lì la miseria è palese, perché quel luogo è una zona turistica che produrrà certamente ricchezza, la quale percorre una sola via, quella della camorra. Il fatto è che tutti lo sanno ed evitano di girarci troppo attorno.
Per questo la tristemente nota via Domitiana è soprattutto un ghetto africano. Dove vi sono bazar e negozi di africani per gli africani. Dove, appena entrati, si perde il ricordo d'essere in un luogo diverso dall'Africa, perchè ne è simile persino l'odore che vi si respira. La via Domitiana è anche luogo di prostituzione per le donne nigeriane e non solo, gestite da protettori italiani, che forniscono loro abitazioni dove vivere quasi sempre abusive proprietà della camorra, ma ora riscattate dal condono.
Il centro"Fernandes", certo, s'è traformato in un centro culturale, dove però non sono richiesti documenti, dove i nuovi arrivati possono trovare almeno un piatto di riso e chi non ha il permesso di soggiorno vi trova alloggio. Tutto l'apparato lavora al recupero degli immigrati dalle devianze o dalle loro esperienze negative. Con un costante lavoro d'umanità.
La cosa più importante del centro "Fernandes",comunque, è che in questi anni si è vista crescere e rinforzarsi un'associazione fondata e costituita da immigrati che lavora per l'elevazione culturale degli stessi, andando nelle strade a parlare con le prostitute in nome della Madre Africa.
Se andassimo a sbirciare?
Horrorudiae3. Se fosse così semplice, non avremmo bisogno di voi....

1
Volevo appenderla in camera, questa foto, insieme a quella del mastodontico nastro trasportatore che sul sito dell'enel viene così elogiato.
Ogni mattina volevo alzarmi e pensare all'ottusità delle istituzioni ed al potere dei soldi che ha portato alla costruzione di questa centrale. Soldi e lavoro. Soldi, lavoro, emissione di gas nocivi, furani.
Il nastro trasportatore. Il percorso così lungo che deve affrontare garantisce una sicura dispersione di polveri che il vento si diverte a riversare su tutto il salento.
Non ho bisogno di appendere la foto in camera, l'ho anche stampata, ma non l'appenderò.
2
Ho fatto un incubo in cui mi si dipanava uno scenario di morte ed in cui, però, ogni riferimento a fatticosepersone è puramente casuale. Sognavo che per una centrale a carbone il processo di conversione al metano stabilito una decina d'anni prima non veniva ancora attuato, permettendo così ad un Paese civilizzato, peraltro firmatario del protocollo di Kyoto, di avere ancora una centrale a carbone.
Poi l'incubo nero s'infittiva: magari fosse carbone. Si saprebbe cosa respirare. Invece si scopriva che da alcuni anni la ditta cinese che forniva il combustibile non lo poteva più fare, perché il suo Paese aveva deciso d'avvelenarsi da solo per diventare una grande potenza economica.
Così, qualche dirigente dal sonno d'agnello, decideva di rifornirsi dal Brasile. Il Brasile inviava una roba combustibile sintetica della quale mi sfugge il nome, che aveva l'interessante qualità tecnica d'essere morbida e spugnosa, il che significa che brucia male, e che le particellle immesse nell'aria sono più grosse e più fastidiose, cancerogenamente parlando.
3
Doveva essere un brutto sogno. L'ente gestore di quel tipo d'energia nel sogno, doveva essere proprio un avido farabutto.
Mentre la nostra enel fa qualche errorino, ma la sua energia è pulita e certificata.

4
Avete avuto la fortuna di vedere una foto aerea notturna della città di Lecce? Io sì, ad un convegno sull'energia rinnovabile.
Si diceva, in quell'incontro, che la Puglia produce, con il solo stabilimento di Cerano, un'alta percentuale d'energia, ben oltre il suo fabbisogno, tanto da rivenderla al Paese più vicino-Grecia o Albania-per evitarne la pui plausibile dispersione.
Il problema dei rifiuti è un problema grosso. Li si vuole incenerire, o meglio termovalorizzare, per produrre altra energia. Con ingenti rischi sanitari e socio-ambientali.
Le pale eoliche che le compagnie olandesi vogliono piantare sono troppo alte. Produrrebbero ingenti danni ambientali. Produrrebbero energia sufficiente a realizzare il programma di Kyoto per le Nazioni che consiste nell'incrementare di portare a due punti percentuali la produzione di energia pulita. Produrrebero royalities appetitose per i comuni.
E il 98% dell'energia nazionale? Cerano. E le pale antiturismo, proprio nei tavolieri pugliesi? Esistono piccole aziende produttrici di micropale, ma ce ne vorrebbero tantissime.
Perché non affossare Cerano con sole fonti rinnovabili? Palette e pannelli solari, lu jentu e lu sule? Costi troppo alti. E la volontà politica?
Lecce dall'alto, di notte, sembra un abbagliante luna-park, con tante luci e lucine stile viale Università che il risparmio energetico lo espellono come noi l'anidride carbonica.
Da sola Lecce basterebbe a giustificare Cerano. C'è un'inquietante simpatia tra Lecce e l'enel. Certo se le istituzioni per davvero c'illuminassero...

5
A sigillo finale per questo post, eccovi l'articolo che celebra il natale leccese del 2004, quando sul basolato di piazza S.Oronzo venne "piantato" l'albero della luce, innocuo per la vecchia lupa memore dell'assalto alla sua struttura nel natale precedente, quando su di essa campeggiava la deformante pista di ghiaccio.
Io quella sera di festa ero lì a vendere Pigotte, ed ero lì anche qualche giorno prima, quando gli operai allacciavano la corrente all'albero. Una placca informativa specificava che l'albero era allacciato per certificato all'energia pulita.
Curioso, chiesi ai tecnici cos'era st'energia pulita, e loro mi risposero beffardi: (traduco dal simpatico dialetto, il leccese è spettacolare se deve esprimere atteggiamenti ruffiani o spavaldi) "Che ne sappiamo? Per quanto ci riguarda, questa-indica i fili della corrente-scente tutta da Cerano."
Scinde tutta te Ceranu.
Buona lettura.
Una festa sulle piazze di 21 città italiane per rivivere il Natale che viene. La propone Enel e sarà Lecce la città pugliese ad ospitare l’accensione dell'albero di luce della Società elettrica. L'iniziativa, dal forte carattere simbolico, rafforza il legame che Enel costruisce ogni giorno con i suoi clienti e le comunità locali. Sarà Piazza Sant'Oronzo di Lecce ad ospitare l’albero di luci che Enel, d’intesa con l’Amministrazione Comunale, accenderà domenica 12 dicembre 2004 alle ore 19,00 alla presenza di Autorità, cittadini, Associazioni e rappresentanti delle Istituzioni. È prevista la presenza di S.E. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo di Lecce, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e del sindaco On. Adriana Poli Bortone. L'evento sarà preceduto dall'arrivo della "Luce di Betlemme" che sarà accolta ai piedi dell'albero. La particolare novità di quest'anno è che gli alberi di luce di Enel sono alimentati da energia verde, una speciale fornitura di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili (eolico, idrico, geotermico, fotovoltaico) a pieno vantaggio dell'ambiente. Il tutto certificato da un bollino doc: "100% energia verde". Il clima e l’atmosfera natalizia sarà creata anche dal Coro gospel "A. M. Family" di Lecce di cui Elisabetta Guido è preparatrice vocale e coordinatrice, concertista, vocalist e direttrice del coro stesso, ormai di fama nazionale ed internazionale. Intorno all’albero di Natale che rimarrà acceso sino all’Epifania, è previsto un denso programma di spettacoli che intratterranno bambini e adulti con giochi e fantasie di luci.
Inoltre, EnelCuore, la società onlus di Enel, sponsorizza per l’intero periodo natalizio la campagna di solidarietà promossa dall’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie). L’albero Enel, stilizzato e costellato di 10.000 microlampade a basso consumo, è alto 6 metri ed è composto da sei telai di alluminio sui quali si sviluppano intrecci di luce che sposano la tradizione nazionale delle luminarie natalizie con l’innovazione tecnologica.
horrorudiae 2: la ruota della pace

IO SONO IL SIGNORE DIO TUO?
Volevano piazzarla all'ingresso della città per ammonire e ricordare la vera età cui questa città è stata strappata con paradossali rimpianti: quella del più becero barocco!
Per fortuna ora è in un angoletto, sempre troppo ingombrante. E poi, se proprio questa roba andava fatta, sarebbe stato certo meno scenografico rifarsi alle scarne e banali parole d'amore di Gesù...Ormai ce la teniamo ringraziando per il regalo i devoti Lions di Taranto. La polemica è già divampata abbastanza. Da parte mia, posto questo significativo brano tratto da La misteriosa fiamma della regina Loana di Umbero Eco, pagg.340-343.
"Ma perché Dio è un fascista?"
"Senti, tè sei troppo giovane perché possa farti un discorso di teologia. Partiamo da quel che sai. Recitami i dieci comandamenti, visto che all'Oratorio ve li fanno studiare a memoria."
Glieli recitavo. "Bene," diceva, "ora stai attento. Tra questi dieci comandamenti ce ne sono quattro, bada bene, non più di quattro che consigliano cose buone - benché anche quelli, beh, poi li rivediamo. Non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza e non desiderare la donna d'altri. Quest'ultimo è un comandamento per uomini che sanno cos'è l'onore, da un lato non fare cornuti i tuoi amici, e dall'altro cerca di mantenere in piedi la famiglia, e questo mi può andare bene, l'anarchia vuole eliminare anche la famiglia, però non si può avere tutto in un colpo solo. Quanto agli altri tre, d'accordo, ma è il minimo che ti consiglia anche il buon senso. Anche se poi devi fare la tara, di bugie ne diciamo tutti, magari a fin di bene, mentre ammazzare no, non si deve, mai."
"Neanche se il re ti manda in guerra?"
"Qui sta il punto. I preti ti dicono che se il re ti manda in guerra tu puoi, anzi, devi ammazzare. Tanto la responsabilità è del re. Così si giustifica la guerra, che è una brutta bestia, specie se in guerra ti ha mandato il Crapone. Guarda che i comandamenti non dicono che puoi ammazzare in guerra. Dicono non ammazzare, punto e basta. Ma poi "
"Poi?"
"Vediamo gli altri comandamenti. Io sono il signore Dio tuo. Questo non è un comandamento, altrimenti sarebbero undici. È il prologo. Ma è un prologo truffaldino. Cerca di capire: a Mosè appare un tizio, tra l'altro non appare neppure, si sente la voce e chissà da dove viene, e poi Mosè va a dire ai suoi che ai comandamenti si ubbidisce perché vengono da Dio. Ma chi dice che vengono da Dio? Quella voce: 'Io sono il signore Dio tuo.' E se poi non lo era? Immagina che io ti fermo per strada e ti dico che sono un carabiniere in borghese e che tu mi devi dare dieci lire di multa perché da quella strada non si può passare. Tu se sei furbo mi dici: e chi mi assicura che sei un carabiniere, magari sei uno che campa mettendola in culo alla gente. Fammi vedere i documenti. E invece Dio dimostra a Mosè che lui è Dio perché glielo dice e basta. Tutto comincia con una falsa testimonianza."
"Tu credi che non era Dio che ha dato i comandamenti a Mosè?"
"No, io credo che era proprio Dio. Dico solo che ha usato un trucco. Ha sempre fatto così: devi credere nella bibbia perché ispirata da Dio, ma chi ha detto che la bibbia è ispirata da Dio? La bibbia. Capito la magagna? Ma andiamo avanti. Il primo comandamento dice che non avrai altro Dio fuori di lui. Così quel signore ti proibisce di pensare, che so, ad Allah, a Buddha e magari a Venere - che, diciamoci la verità, avere come dea un tocco di brigna così non era poi mica male. Ma vuole anche dire che non devi credere, che so, nella filosofìa, nella scienza, e farti venire in testa l'idea che l'uomo discende dalla scimmia. Solo lui, e basta. Adesso stai attento, che tutti gli altri comandamenti sono fascisti, sono fatti per obbligarti ad accettare la società così com'è. Ricordati di santificare le feste... Che ne dici?"
"Beh, in fondo ordina di andare a messa la domenica, che c'è di male?"
"Questo te lo dice don Cognasso che come tutti i preti la bibbia non sa neppure dove stia di casa. Sveglia! In una tribù primitiva come quella che si portava a spasso Mosè questo significava che devi osservare i riti, e i riti servono per imbesuire il popolo, dai sacrifici umani alle adunate del Crapone in piazza Venezia! E poi? Onora il padre e la madre. Sta' zitto, non dirmi che è giusto ubbidire ai genitori, questo va bene per i bambini che devono essere guidati. Onora il padre e la madre vuole dire rispetta le idee degli anziani, non opporti alla tradizione, non pretendere di cambiare il modo di vivere della tribù. Capito? Non tagliare la testa al re, come invece Dio comanda - cioè scusa, come in fondo si deve se la testa, la nostra, ce l'abbiamo sulle spalle, specie con un re come il nanerottolo Savoia che ha tradito il suo esercito e mandato a morte i suoi ufficiali. E allora capisci che persino non rubare non è quel comandamento innocente che sembra, perché ordina di non toccare la proprietà privata, che è quella di chi si è fatto ricco rubando a te. Ma bastasse. Mancano ancora tre comandamenti. Cosa significa non commettere atti impuri? I vari don Cognasso vogliono farti credere che serve solo a impedirti di menare quella cosa che ti pende tra le gambe, e scomodare le tavole della legge per qualche raspone già mi sembra uno spreco. Che devo fare io che sono un fallito, quella buona donna di mia madre non mi ha fatto bello, per giunta sono zoppo e una donna che è una donna non l'ho mai toccata? E mi vuoi togliere anche questo sfogo?"
A quell'epoca sapevo come nascono i bambini ma credo avessi idee vaghe su quello che accadeva prima. Di rasponi o di altri toccamenti avevo udito parlare dai miei compagni ma non osavo approfondire. Però non volevo fare brutta figura con Gragnola. Assentivo muto, con compunzione.
"Dio poteva dire, che so, puoi ciulare, ma solo per fare bambini, specie perché allora al mondo erano ancora troppo pochi. Ma i dieci comandamenti non lo dicono: da un lato non devi desiderare la moglie del tuo amico e dall'altro non devi commettere atti impuri. Insomma, quando è che si ciula? Ma come, devi fare una legge che vada bene per tutto il mondo, i romani che non erano Dio quando hanno fatto le leggi era roba che va bene ancora oggi, e Dio ti butta giù un decalogo che non ti dice le cose più importanti? Tu mi dirai: sì, ma la proibizione degli atti impuri proibisce di ciulare fuori del matrimonio. Sei sicuro che fosse veramente cosi? Che cosa erano gli atti impuri per gli ebrei? Loro avevano delle regole severissime, per esempio non potevano mangiare il maiale, neppure i buoi uccisi in un certo modo e, mi hanno detto, nemmeno i gianchetti. Allora gli atti impuri sono tutte le cose che il potere ha proibito. E quali? Tutte quelle che il potere ha definito come atti impuri. Basta inventare, il
Crapone riteneva impuro parlare male del fascismo e ti spediva al confino. Era impuro essere scapolo, e pagavi la tassa sul celibato. Era impuro sventolare una bandiera rossa. Eccetera eccetera eccetera. E ora veniamo all'ultimo comandamento, non desiderare la roba d'altri. Ma ti sei mai chiesto perché questo comandamento, quando c'era già non rubare? Se tu desideri avere una bicicletta come quella del tuo amico hai fatto peccato? No, se non gliela rubi. Don Cognasso ti dice che quel comandamento proibisce l'invidia, che certo è una brutta cosa. Ma c'è una invidia cattiva, quella che quando il tuo amico ha la bicicletta e tu non ce l'hai, vorresti che si rompesse il collo giù per una discesa, e c'è l'invidia buona, quella che tu desideri anche tu una bicicletta così e ti metti a lavorare come un matto per potertela poi comprare, anche usata, ed è l'invidia buona quella che fa andare avanti il mondo. E poi c'è un'altra invidia, che è l'invidia della giustizia, quella che non puoi farti una ragione che qualcuno ha tutto e c'è gente che muore di fame. E se senti questa bella invidia, che è l'invidia socialista, ti dai da fare per realizzare un mondo in cui la ricchezza sia meglio distribuita. Ma è proprio questo che il comandamento ti proibisce: non desiderare più di quello che hai, rispetta l'ordine della proprietà. A questo mondo c'è chi ha due campi di grano solo perché li ha ereditati e chi ci vanga dentro per un boccone di pane, e chi vanga non deve desiderare il campo del padrone, se no lo stato va in rovina e siamo alla rivoluzione. Il decimo comandamento proibisce la rivoluzione. Quindi, caro il mio ragazzo, non ammazzare e non rubare ai poveretti come te, ma desidera pure la roba che gli altri ti hanno tolto. Questo è il sole dell'avvenire ed è perché i nostri compagni se ne stanno lassù in montagna, per far fuori il Crapone che è andato al potere pagato dai possidenti agrari, e i tognini di Hitler che voleva conquistare il mondo per far vendere più cannoni a quel Krupp che costruisce delle Berte lunghe così. Ma te, cosa capirai mai di queste cose, te che ti hanno tirato su facendoti imparare a memoria giuro di obbedire agli ordini del Duce?"
"No, io capisco, anche se non tutto."
"Speriamo bene."
horrorudiae1: The Aviator

MB339A,riqualificazione territoriale attraverso la vita a volo d'uccello.
MB339A,riqualificazione territoriale bombe.frastuono. bombe.frastuono. ancora
MB339A,riqualificazione territoriale enola.enola.enola. empty. sud del sud del sud del sud.
MB339A,riqualificazione territoriale polvere.molta. e brandelli di carne. ora odio funghi.
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale. full.
MB339A,riqualificazione territoriale. fool.
Riqualificazione territoriale.
E' un termine che i leccessi devono imparare a pesare.
Perché d'ora in poi qualsiasi atto un pò evidente in città andrà sotto questo termine, che ai tempi della costruzione del Quartiere Santa Rosa poteva avere senso.
Ora è un termine imprenditoriale spia indicativa di meretricio. Nel senso che si arzigogola costruendo su crani indifferenti e inconsapevoli.
L'enorme pozzanghera cui Lecce è stata ridotta dai cantieri come formiche è la manifestazione più evidente.
La 167. I condomini servivano alla gnete che ci doveva abitare o erano funzionali e remunerativi tralicci per le antenne umts che vi campeggiano trionfanti?
La 167. Rimaniamo in zona.
Dal 12 luglio di quest'anno vi è stato piantato un monumento inquietante. Il monumento all'aviatore. Simpaticamente donato al Comune di Lecce dall' areonautica militare.
In tutto il mondo velivoli come il nostro usati come monumento sono due: uno, appunto, a Lecce e l'altro nientepopodimenoche a Nuova York.
Sono uno che non ha rispetto per tutto ciò che sfoggia divise/uniformi.
Non comprendo il valore civico di tale monumento.
Ho, però, un malefico sospetto. Che, cioè, il forte valore civico del monumento sia troppo forte.
Va bene, forse non dovrei preoccuparmi, visto che la piazza non è comoda da raggiungere e che la sera si è un pò troppi lì, tra me e le gocce d'umidità penetranti.
Ma il fatto, adesso lo dico una volta per tutte, è che posizionare nella 167 un simbolo mitico dell'esercito (cacchio, un areoplano, micaciufole...), non potrà dare un contibuto all'arruolamento di massa da parte dei giovani del sud, pardon, dei giovani di medio-basso reddito del sud? Già, poi chi l'ha detto che sia un male nell'era dell'immoralità? Ok, promuoviamo l'empietà...
Un brivido ghiacciato mi percorre la schiena quando penso al documentario di Michael Moore- quel comunista!...-, quando i marines giravano fuori dai centri commerciali per adescare giovani neri del bronx e soffiargli tutto il loro fumo negli occhi. Non ci voleva neanche tanto sforzo: quello lì, quel figo che ha fatto quello sport, lo sai? Beh, lui è stato nei marines...o una roba del genere.
Adesso la finisco, d'altronde un aereo è bello perché vola, ma quando vedremo questa città baronale, borghese e cerimoniale dedicare un monumento-la sparo lì-a Gandhi?
Certo l'Indiano non era mica indiano per niente, e non può certo promuovere eserciti,...
O no?
horrorudiae: intro da V. Bodini, ovvero Barocco del sud

Barocco del Sud
Una città è come una donna fra le braccia di secoli ognuno dei quali può modellarle a sua simiglianza l'anima e il volto. Lecce non ha conosciuto che un grande amore, la cui memoria è così gelosamente esclusiva da farla sembrare ancora oggi una città del Seicento. Non ci riferiamo soltanto all'architettura delle sue innumerevoli chiese e palazzi, a quella capricciosa eleganza che sorpassa ogni volta il più folle arbitrio, ma persino all'anima dei suoi abitanti: ai loro astuti ideali e gesticolamenti.
E' una città vedova del suo tempo, e questo sentimento che la storia non vi riesca a procedere è lo stesso che suggerisce la pianura circostante, dove a volte si resta in ascolto aspettandosi di udire gli spari di antiche colubrine, per un attacco di saraceni o di briganti. Nessun altro rumore potrebbe turbare il silenzio di questo spazio desolato che lascia da ogni parte l'orizzonte scoperto, sotto un cielo che è impassibile come un piatto di porcellana. Un cielo che schiaccia ogni cosa, e in cui un albero finisce col non essere più alto d'un filo d'erba.
(...)
Siamo nelle viscere del Seicento. Ma c'è di più: basta fermarcisi a vivere pochi giorni perché a poco a poco si faccia strada in noi un sospetto stranissimo, che essa non sia un luogo della geografia ma una condizione dell'anima, a cui s'arrivi solo casualmente, scivolando per una botola ignorata della coscienza. E' una condizione folta d'una angoscia che vi insegna essa stessa mille trucchi e passività per mezzo dei quali potersene liberare. La volubilità, i sofismi forensi o del cuore, gli orologi fermi, la passione del gioco sono altrettanti modi per sfuggire al senso del vuoto che è alle spalle di questa estrema pianura dove l'Europa ha termine, e da cui ognuno coltiva un progetto di fuga e di effettiva avventura.
Da questo terreno è nata in un supremo momento di grazia, poi venuta a mancare, una complicata foresta di figure e di simboli destituiti di senso, al di fuori d'una frenetica eleganza in cui un'intera popolazione non priva di sangue arabo e aragonese, e più remotamente greco, ha giocato tutte le sue carte, gareggiando col caso nel creare un numero infinito di combinazioni d'una lucidissima incoerenza.
Guardate come neanche il più piccolo spazio è lasciato libero: il vuoto o il troppo semplice si direbbe che ripugnino all'artefice quasi sempre anonimo di questi prodigi, in cui non c'è esagerazione che non sia prontamente ricondotta nei confini d'un'abile finezza. Di questo orrore del vuoto non potrebbe darsi esempio più convincente di questo palazzo (Personè), il cui bugnato prosegue nell'interno del portone e su per le scale. (Ed è inutile domandare ad un leccese seduto al caffè cosa intendano rappresentare i segni di cui va riempiendo la superficie d'un foglio capitatogli sottomano. Son dei ghirigori insensati dietro i quali l'occhio s'accontenta di svagarsi, rallegrandosi che il bianco venga integralmente abolito).
Come già la pianura senza un filo d'acqua, queste pietre danno sete solo a guardarle. Non meraviglia che fra i pochi miti cittadini vi sia quello d'un fiume sotterraneo, dal tenebroso nome di Theutra, che scorrerebbe nel sottosuolo della città.
E balconi, un'infinità di balconi, in cui un assortito bestiario favoloso o domestico, grifoni, draghi, chimere, capre, asini dalle gorgerine inamidate, con assoluta indifferenza è messo accanto a figure di monacelle, avventurieri spagnoli, angeli, occhialuti notai, ragazzetti, dame dai seni a coppa di gelato.
Tutto quest'arido popolo continua a spiare il transito delle generazioni per le candide vie dove il tufo mette toni dorati affiorando dalle screpolature dell'intonaco. Tanta dovizia di balconi bellissimi, alcuni dei quali si sporgono inaspettati da costruzioni senza pretese, fanno supporre che sia questo il luogo più importante della casa. E a pensarci bene, le donne, buona parte dell'anno è il loro salotto e il loro giardino.
Raramente si vedrà balcone o finestra senza fiori: gelsomini, garofani e soprattutto gerani, che il popolo chiama con malignità:<
da V. Bodini, Barocco del Sud, ed. BESA
...,
la luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.
...
Da Mercoledì 21: Piccolo itinerario negli orrori leccesi...

Piccolo itinerario negli orrori leccesi
Visto il perpetuarsi senza soluzione di continuità delle solite porcate leccesi, da mercoledì l'autore di questo blog presenterà una serie di tematiche, diciamo così, scottanti, che riguardano tutto ciò che un leccese o un turista dovrebbe tenere a mente se visita questo capoluogo o, peggio, ci vive.
La veloce e, diciamocelo, un pò pruriginosa carrellata non avrà alcun obiettivo esaustivo delle tematiche trattate o trattabili, solo vorrà fornire uno spunto di riflessione...indipendente.
A mercoledì, allora.
Tu non conosci il Sud,...





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