Sull'informazione.
L'ultimo scandalo, nomi, accuse:
da tgcom.mediaset.it, 20 giugno 2006:
"L'ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto (Fi) è tra i destinatari (insieme all'imprenditore Angelucci) del provvedimento cautelare emesso dalla magistratura barese nell'inchiesta sul presunto illecito affidamento al consorzio San Raffaele di un appalto da 198 milioni di euro. Il provvedimento per Fitto non è esecutivo perché è stato eletto in Parlamento e quindi serve l'autorizzazione della Camera.
A Montecitorio, militari della Guardia di Finanza hanno perciò depositato la richiesta di autorizzazione a procedere all'arresto e il provvedimento cautelare firmati dal gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis. L'inchiesta si avvale di numerosissime intercettazioni telefoniche e del sequestro di vari documenti.
L'inchiesta ha preso in esame il presunto illecito affidamento al consorzio San Raffaele di Roma dell'appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa). Per l'affidamento dell'appalto, secondo l'accusa, sarebbe stata versata una tangente da 500mila euro al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell'aprile 2005, "La Puglia prima di tutto"; dalla consultazione regionale il governatore uscì sconfitto, con circa 14 mila voti di scarto in favore del candidato del centrosinistra Nichi Vendola.
Agli arresti domiciliari è finito anche l'imprenditore romano Giampaolo Angelucci, di 35 anni, presidente della Fondazione San Raffaele e consigliere della Finanziaria Tosinvest. Angelucci, considerato uno dei principali imprenditori della sanità italiana e amministratore di fatto, secondo i pm, di numerose imprese Tosinvest. Sarebbe stato lui ad aver corrisposto, in diverse tranche, la presunta tangente. Per il reato di corruzione, è stato posto agli arresti domiciliari l'imprenditore televisivo salentino Paolo Pagliaro, proprietario dell'emittente Telerama.
Beni immobili, quote societarie, autoveicoli e conti correnti bancari per un valore stimato in 55 milioni di euro sono stati sottoposti a sequestro preventivo dalla Guardia di Finanza di Bari. Si tratta di beni dell'imprenditore Angelucci, dell'ex presidente della Regione Puglia Fitto, e di quattro società del gruppo Tosinvest (della famiglia Angelucci). Il sequestro ha valore anche nei confronti di Fitto, pur essendo questi un deputato, poiché il gip che ha disposto la misura cautelare reale, Giuseppe De Benedictis, ha ritenuto che nei confronti dei parlamentari si può procedere al sequestro di beni senza che sia necessaria l'autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza.
Tra le 20 persone indagate a piede libero dalla Procura di Bari figura anche l'arcivescovo di Lecce, Cosmo Francesco Ruppi. Il prelato, secondo quanto trapela da fonti investigative, è accusato di corruzione. Tra gli altri 19 indagati a piede libero ci sono i vertici della Seap (la società che gestisce gli aeroporti pugliesi): l'amministratore unico, Domenico Di Paola, barese di 58 anni, il direttore generale Marco Franchini, di 49, originario di Verona, e Patrizio Summa, di 39, direttore amministrativo. Compaiono poi amministratori di società del gruppo Tosinvest: Vittorio Cavallari, di 67, di Ancona, presidente del Cda Multires srl; Sergio De Benedetti, di 62, di Roma, amministratore unico della società Santa Lucia 2000 srl; Arnaldo Rossi, romano di 65 anni, amministratore unico della Tosinvest servizi srl e presidente del Cda della cooperativa editoriale Libero; e Carlo Trivelli, romano di 54, amministratore unico della Giada srl, Tgs 2004 srl e Tosinvest investimenti srl; Sono inoltre indagati il commercialista leccese Aurelio Filippi Filippi, di 61, tesoriere del movimento La Puglia prima di tutto; l'ex consigliere dell'Udeur alla Regione Puglia, Leonardo Maffione, imprenditore di 60, di Barletta (Bari); Mario Morlacco, di 58, di Lucera (Foggia), direttore generale dell'Ares; Giuseppe Maria Cavallo, di 64, di Ostuni (Brindisi); Adelmo Gaetani, di 59, di Melendugno (Lecce); Loris Lombardini, di 57, imprenditore originario di Sant'Arcangelo di Romagna; e persone delle quali non si è appresa l'età né l'incarico ricoperto: Giovanni Molinari, Roberto Pagnotta, Francesco Carrozzini, Francesco Galasso, Giancarlo Salomone ed Enzo Selvaggio.
Secondo l'accusa, otto società del gruppo Tosinvest avrebbero compiuto "fittiziamente" tre bonifici per 100.000 euro sul conto corrente della segreteria nazionale dell'Udc. Altri tre bonifici per altri 100.000 euro sarebbero stati trovati sul conto corrente della segreteria regionale calabrese del partito. Secondo l'accusa, si tratterebbero di "somme in realtà destinate "ab origine" alla lista "La Puglia prima di tutto" e da quest'ultima percepite durante la campagna elettorale". Sia i 200.000 euro provenienti dai due conti dell'Udc sia altri 300.000 euro provenienti direttamente da conti bancari delle società del gruppo Tosinvest, secondo gli investigatori, sarebbero poi finiti a mezzo di bonifici sul conto corrente bancario della lista. Sui bonifici vi era la dicitura "confidential".
Garanzia di libertà in Italia significa anche non ritenere colpevole nessuno finché la giustizia non avrà fatto il suo corso, questo il motivo per cui sul post non trova spazio unicamente l'immagine che sta qui sotto, che vede attesi sul miglio verde il re ed il baronetto. Troppo scontato e facile sarebbe stato lasciare spazio alla sola immagine. Sparare alla croce rossa, tanto più che nella categorria "Piccola Bottega degli Orrori" si trova parecchio sul conto di fitto, compresa la vicenda de Matteis (www.linodematteis.it)
Dai fatti del 20 giugno 2006 scaturiscono però due dolorose riflessioni sull'informazione: abbiamo visto implicati nello scandalo Paolo Pagliaro di TeleRama, Adelmo Gaetani, redattore capo del Nuovo Quotidiano di Lecce e perfino Arnaldo Rossi di Libero.
Chi si interessa di giornalismo non può aver perso la puntata sul "finanziamento quotidiano" di Report (qui il link per la sola visione della puntata, della quale è scaricabile gratuitamente solo il testo integralehttp://www.media.rai.it/mpmedia/0,,report^3821,00.html): dall'inchiesta un dato emerge chiaro, che l'espressione di garanzia di libertà dello stato, cioè l'informazione, non è libera.
Se non è così a livello nazionale, è difficile credere che l'informazione leccese non possa prostituirsi.
La seconda riflessione scaturisce da una questione di metodo: anche questo scandalo, così come per il calcio, così come per la vicenda del casinò di Campione (qui una sintesi valida http://www.kataweb.it/spec/home_speciale.jsp?ids=1596148), proviene dalle intercettazioni telefoniche. Non apro una discussione su quanto sia giusto o meno utilizzare questo metodo d'indagine, visto che a questo punto tutti, da Moggi a Fitto, avrebbero fatto meglio ad aprire un blog o un forum privato, data la scarsa attenzione verso l'inflazionata presenza di questi supporti in rete, ma non mi spiego come le intercettazioni vengano sempre pubblicate "in anteprima" sui giornali, o come mai qualcuno riesce sempre ad avvisare un giornalista dell'arrivo di un avviso di garanzia o di un arresto prima che il diretto interessato, o i suoi parenti, ne siano al corrente. Emanuele Filiberto lamentava di aver appreso la notizia dell'arresto del padre dai giornalisti, a Roma un cronista ha fatto il nome di Ruppi costringendo chi si occupava delle indagini a non poter smentire l'implicazione, che forse andava meglio accertata.
Questo sarebbe un problema di deontologia sul quale discutere a lungo, non ci fosse la presenza di qualcosa di più grave. Come ad esempio la pubblicazione di intercettazioni di carattere privato che alimentino la semplice libidine voyeristica degli italiani.
L'informazione così diventa gossip, quello che riempie giornali poco adatti persino per fungere da carta da parati.
L'informazione così infrange quanto di buono potrebbe fare in prospettiva per la formazione critica e culturale dei cittadini.
Ma se radio, tv e giornali ingrassano con finanziamenti pubblici, spesso direttamente proporzionali alle copie "vendute", si potrebbe alimentare il sospetto che certi sciacalli godano nello speculare su quello di cui dovrebbero essere garanti, le intercettazioni in questo caso, e che loro simili ingrassino vendendo più copie invece di fare informazione?
Non si potrebbero semplicemente scovare le notizie prima e riportare testi integrali solo successivamente alle sintesi dei magistrati o di chi amministra la giustizia?
Io credo che questo significherebbe contribuire alla crescita culturale del Paese. Non so a quale lobby o gruppo di pressione possa appartenere la Onlus Aiart(www.aiart.org), associazione ascoltatori radio e telespettatori, ormai il dubbio è lecito, l'informazione scredita sé stessa, ma il presidente regionale, Giuseppe Antonelli, non sdegnando i finanziamenti,proponeva sul "Nuovo Quotidiano di Puglia" il 22 gennaio 2006, di operare una «radiografia tecnico - etica» delle emittenti aventi diritto al sostegno.
Ma forse no, non servirebbe, vista l'impellente necessità di creare, mobilitare opinione pubblica, quando va bene, se no è sufficiente fregarsi i soldi.
Così via, pronti ai giochini delle "x" sulla Costituzioine, "Si" destra, "No" sinistra, matrimonio destra, coppie di fatto sinistra: viva il populino, viva il populismo, Giorgio Gaber mi risuona in testa, per chi il culatello?
Mario Desiati, a sud della speranza.
Mario Desiati "Vita precaria e amore eterno", 2006 Mondadori "Strade blu", 217 p., 15 €.
"Quando è iniziata la guerra eravamo tutti più sani, più calmi, più felici, anche più belli. È iniziata una guerra che non abbiamo voluto, molti di noi hanno scelto di stare sul fronte: stare sul fronte significa vivere dentro questa città. Qui dentro si sente più forte l'effetto della guerra. Per noi la guerra è questa, anche se è appena iniziata. Non ci sono sirene che annuncino il bombardamento imminente, non ci sono rombi di aerei sulle nostre teste, non ci sono tessere annonarie, file per la farina, l'acqua e la luce non vengono razionate. Eppure oggi hai la stessa paura dei tuoi nonni sotto i B52 che sorvolavano San Lorenzo. Oggi sei qui su un autobus semivuoto dove per la prima volta dopo mesi trovi posto a sedere: hanno tutti smesso di stare e vivere insieme. Anche questo è un segnale della guerra."
Mario Desiati dimostra, con l'ultimo libro, di saper passare dalla poesia alla narrativa con quell' "ardore pacato" che gli garantisce larga considerazione nel mondo letterario come in quello comune.
Non ho letto il suo romanzo d'esordio "Neppure quando è notte" (Pequod 2003), ma nella raccolta poetica "Le luci gialle della contraerea" (Lietocolle 2004) era più che prevedibile un'evoluzione sotto forma di romanzo di tutte quelle inquietudini precarie già descritte con attenzione analitica, vissute nel disordine del proprio mondo, sui tram dove solo per alcuni istanti vite solitarie rischiano la collisione a causa dell'amore, unica possibile soluzione alla perversa e asfittica continuità del quotidiano.
Un quotidiano che in "Vita precaria e amore eterno" significa squilibrio: una distanza abissale intercorre tra l'infanzia, anche quando essa è squallida come quella del protagonista Martin Bux, e la realtà del precariato che rode fegato, cuore e cervello dei trentenni italiani, e non solo dei trentenni.
Una vita cattiva, esacerbata dalla violenza imparata sulle strade della miseria, non può riciclarsi nemmeno a distanza di anni, quando ciò che si può ricavare dalla società non è altro che un mortificante impiego a tempo determinato presso un call - center, senza pensare quanto davvero risibile sia il lasso di tempo per il quale si è "determinati", e che prima e dopo si è schegge impazzite senza meta, senza ragione di esistere: memorabile la descrizione del torneo di violence, dove frustrati, disperati e repressi se le danno di santa ragione rincorrendo un palla. Da Pasolini si salta, con questo momento e anche nel finale, a Chuck Palahniuk, per riflettere anche su quanto la nostra società stia raggiungendo vette di assurdità tali da dover ricorrere, per parlarne, a stili e modi statunitensi: è il caso di ricordare qui tutta l'attenzione che l'editoria ha dedicato all'effimero genere splatter degli scorsi anni, derivazione e deriva più cinematografica da grande distribuzione che letteraria.
Desiati cita con allucinata rassegnazione persino i dati CNN sul precariato, battezzandoli alla letteratura, e il capitolo in cui ne tratta è il più feroce e vicino alla realtà dei suoi lettori: siamo di fronte a un comunista senza speranza? Anzitutto è troppo facile e sbagliato farne un discorso soltanto di schieramento politico, visto che l'Italia dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro, e che tale lavoro dovrebbe nobilitare l'uomo: franati impudicamente tali assunti etici della società, è difficile prevederne un futuro, anzi è facile ma così nero da togliere la voglia di guardare avanti, e infatti l'autore guarda indietro, alla vita siciliana di Martin.
In secondo luogo opero un pruriginoso paragone, confrontando gli argomenti di Alessandro Baricco in "Questa Storia" (Fandango 2005), che ci racconta di qualcosa che, a detta dell'autore, "noi italiani non amiamo raccontarci o sentirla dire", ossia quella disfatta di Caporetto che potremmo ritrovare su tutti i libri di storia, mentre Desiati ci rammenta una storia più recente che anche i mass media non amano rispolverare: la nascita del "lavoro flessibile" e della conseguente "generazione flessibile" in un infausto discorso tenuto il 26 gennaio 1999 all'Università Bocconi dall'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema.
E poi ci sono i luoghi: il quartiere in scatafascio "Fabbrica Rossa" a Sigonella, la città sicula famosa per la presenza della base militare americana e per i fatti dell' "Achille Lauro".
Martin è legatissimo alla sua città, che gli sembrerà dorata dovendola confrontare con il sangue amaro di Roma, ma la sua vita in Sicilia risulterà impossibile, costringendolo a migrare confortato dalla coerenza morale e dagli ideali del padre, anch'egli già sconfitto dalla vita per via della pazzia della moglie.
Sigonella sembra predire la sventura ai bambini lordi di vita e di fango, terrorizzati dal fischio degli aerei, la qual cosa deve essere determinante anche per l'autore, che ha inserito questo fischio in forma visiva nella sua seconda raccolta e che è cresciuto a Martina Franca, luogo simile a Sigonella per la base militare e per essere a sud della speranza. Incuriosisce questa traslazione di luoghi ed esperienze, ma, intervistato da Angelo Petrelli per "Il Paese Nuovo", Desiati dichiara di non essere ancora pronto per un libro sulla sua terra.
C'è una Roma sudata, vissuta per sopravvivenza, lontana dalle cartoline per turisti, anche perché vi è descritto in modo particolare il quartiere San Lorenzo, che offre ben poco, "un centro storico senza essere centro e forse senza essere storico", glorificato in passato dalla politica dura dei pezzenti e mortificato dai nuovi signorotti che "discutono dell'oliva e l'arachide nell'aperitivo dell' happy hour".
Lo squattrinato Martin vive così a galla sul nulla, difendendosi con il suo egoismo e i pregiudizi su tutto, dal ragazzo di colore che condivide il suo appartamento ai pensieri pseudopolitici "neri" per lassismo. Egli arriva persino a immaginarsi come kamikaze per la sua società.
Un vuoto a perdere senza riscatto, se non fosse per la figura che dà dimensione all'esistenza del protagonista: Antonia "Toni" Farnesi, ragazza tanto solare e idealista, innamorata della vita e di Martin, da scegliere il volontariato in Africa.
Ancora una volta è utile il paragone con "Le luci gialle...", laddove si tratta dell'amore come grazia velata, non senza tristezza, che è capace non tanto di dare un suono diverso all'esistenza, quanto proprio di crearne i presupposti, il pentagramma per le sue melodie.
Non c'è futuro, non c'è equilibrio né forza senza la fonte dell'amore, fonte che rigenera il protagonista:
"Toni. Toni. Già. È un percorso sacrale, un' immagine fissa che l'accompagna. La donna della mia storia. Io, quasi trent'anni, precario in tutto - a trent'anni ti dicono che non sei abbastanza adulto e non sei abbastanza giovane -, io che sono precario in tutto tranne nell'amore, per amore di Toni compirei qualunque crimine. Glielo confessai nella sua auto, una notte con la nebbia rappresa sui finestrini: «Ti crocifiggerò su una grande croce. Ti entrerò dentro la carne. Dilagherò nei tuoi seni con i dardi aguzzi, ti farò vomitare sangue e acqua. La tua pelle luminosa contraddirà l'oscurità della croce. Le tue carni chiare e i tuoi capelli neri come radici sazieranno la mia fame di riconoscenza. Ti immolerò per tutti e poi, dopo la tua resurrezione, inizierò ad adorarti. Vivrò nell'attesa del tuo ritorno, ti sarò grato per sempre per avermi salvato la vita, sull'orlo di un precipizio»".
"Vita precaria e amore eterno" è un libro che colpisce per crudezza, attualità e interesse dei temi trattati, la necessità di evadere il reale creando la visione, l'apocalissi in un barattolo; un libro dal quale è anche divertente sentir dire da un poeta di scampare tale infida categoria, un libro dove finalmente si riparla di Heinrich Böll ("Quando in Italia nascerà uno come Böll il mondo sarà già finito, inghiottito dentro una supernova e sputato in un altro sistema solare.").
Infine una breve considerazione, ora che qualcuno ha parlato della generazione che mi precede: un brivido freddo continua a corrermi lungo la schiena. Ricordarsi degli altri e dell'impegno è necessario.
Come "bestemmiare".





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