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Archivio Marzo 2006

Dario Bellezza. Dopo dieci anni.

di andrea aufieri (31/03/2006 - 20:17)



La notte tra il 30 e il 31 marzo del 1996 l'AIDS eliminava gli ultimi spiragli di ciò che restava di un poeta, arrivato a rinnegare la poesia, ma non la vita né l'amore.
http://www.italialibri.net/dossier/bellezza/amorechesiautotradisce.html

1.
la morte vuole morire
con me. Dormire solo
annali di tempo morto
prima della rinascita
quando saremo soli.

2.
Così t'aspetto. Di notte entro
in un abisso, leggo chiaro
il mio destino e morte
m'insulta né lacrimare
asciuga o fa torto al dolore.
T'inchino fino a credere.
Orrore ascolto morire
in un palpebrale
sommesso dei miei occhi
chiusi nel sonno.

più non so.

3.
amore gridato, amore cercato
amore goduto, amore
che si nasconde
dai mucchi di merda

Rossano Astremo. La carne muore.

di andrea aufieri (29/03/2006 - 09:41)

La carne muore di Rossano Astremo, 2004 scaricabile su “musicaos.it
 
L
’esperienza reale, non tanto singolare, di questo romanzo del/sul sud ne rafforza il significato.

E’ davvero difficile acquisire credibilità fuori dal circuito/reame dorato del nord, soprattutto se si percorrono vie alternative, underground e maledette. Se, cioè, il dissenso parte da chi ne ha ben donde, esponente di un sottoproletariato urbano (come lo stesso Astremo categorizza) che desideri far sentire la sua voce non potendo per questo impiegare risorse per richieste esose, motivate, chissà, dal fastidio che le pagine di questo romanzo provocano ai benpensanti.

Così, anche se forzato, è comunque significativo che questo tipo di testo sia diffuso in rete, scavalcando a piè pari ogni logica di profitto che strettamente si leghi alla vendita di un libro.

 

 

 

Il giovane autore salentino ci chiede di riflettere se sia possibile fare e vivere della cultura che si propone in Puglia.

Direi che la vicenda stessa della  pubblicazione basterebbe a risponderci, ma la realtà che Astremo ci riporta va ben oltre. Si potrebbe desumere che l’élite culturale leccese imponga un certo apartheid, anche involontariamente imposto da chi la credibilità l’ ha conquistata in accademia (in questo modo s’intende la sarcastica figura di Diodato Valle), ma, ancora, quanto sono state utili quelle figure che hanno raccolto i frutti del loro talento al nord, tornando poi incoronati di lauro qui al sud? Hanno trovato concretezza i loro  vagheggiamenti  sulla costituzione d’un utopico polo alternativo, se la smentita è rappresentata proprio dal loro peregrinare? Il perpetuarsi di tale stereotipo testimonia la scarsa convinzione con la quale quei progetti vengono portati avanti. Scarsità di risorse umane ed economiche, assenza di volontà politica. E’ evidente che Astremo, empiricamente, conosce il più fragile dei nervi dolenti della cultura meridiana e vi picchia con veemenza.

La questione viene supportata da una forte tensione narrativa procurata da uno stile lucido, anche nell’esplorare la disperante alienazione cui l’autore di ieri come quello attuale sono relegati.

Così le vicende di Vittore e quelle del suo riscopritore Leo Monsanto, non sono che tragedie umane che negano il fine salvifico molto spesso attribuito a poesia e letteratura, per il semplice fatto d’essere uomini del sud, pur andando inizialmente incontro a quella che dovrebbe essere la strada ideale. La parte migliore del romanzo è senza dubbio quella in cui il lettore Astremo condivide con il protagonista e con gli altri lettori l’intimità quasi erotica con l’imponente opera inedita di Vittore. Notevoli, inoltre,le schegge di ululante, disperata e pura poesia che Astremo/Vittore ci regala con la delicatezza di uno schiaffo lungo l’evolversi dell’intreccio.

La discesa agli inferi del protagonista e delle figure secondarie non è data da quelle che qui sono utilizzate come profezie di morte quali l’alcol, la droga, la pazzia o il dolore: egli si consuma rincorrendo la chimera d’una cultura che possa dimostrarsi equa, ammalandosene perché alla letteratura la vicenda narrata è indissolubilmente legata ed al rigetto verso il suo operato di quest’ultima la vita di Leo sfumerà.

Degni di nota anche i viaggi dal sapore beat per il salento a conoscere figure sommerse di un’umanità deviata ma coerente.

L’autore di Grottaglie decide poi d’impostare i pensieri dei protagonisti e gran parte delle loro vicende intorno alla dicotomia sesso/amore, con risultati a volte pruriginosi, dove però risulta evidente la linea sottile con un’altra dicotomia forte quale quella follia/morte, tutto simboleggiato dall’amplesso epifanico tra Roberta e Leo.

Molteplici insomma le vie che dalla finibusterrae sfociano nella morte piuttosto che nel mare.

Un libro da utilizzare come spunto meditativo prima ancora d’esercitarvi più o meno infondati livori.

Eugenio Montale. Poesie.

di andrea aufieri (24/03/2006 - 12:57)

Da “Ossi di seppia”:

Spesso il male di vivere ho incontrato


Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.  


Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Da “Le Occasioni”:


Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Da "La bufera e altro" :

La Bufera

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,

(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)

il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,

mi salutasti - per entrar nel buio.


Nel sonno

Il canto delle strigi,  quando un'iride
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l'errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall'urlo della notte- tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d'una
giga crudele, l'avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d'amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia; e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.


Da "Satura" :

Xenia I

Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

Fanfara

lo storicismo dialettico
materialista
autofago
progressivo
immanente
irreversibile
sempre dentro
mai fuori
mai fallibile
fatto da noi
non da estranei
propalatori
di fanfaluche credibili
solo da pazzi

la meraviglia sintetica
non idiolettica
nè individuale
anzi universale
il digiuno
che nutre tutti
e nessuno

il salto quantitativo
macché qualitativo
l'empireo
la tomba
in casa senza bisogno
che di se stessi e nemmeno

perché c'è chi provvede
ed è il dispiegamento
d'una morale
senza puntelli eccetto
l'intervento

eventuale
di un capo carismatico
finché dura
o di diadochi
non meno provvidenziali

l'eternità tascabile
economica
controllata
da scienziati
responsabili e bene controllati

la morte
del buon selvaggio
delle opinioni
delle incerte certezze
delle epifanie
delle carestie
dell'individuo non funzionale

del prete dello stregone
dellintellettuale

il trionfo
nel sistema trinitario
delle x primate
su se stesso su tutto
ma senza il trucco
della crosta in ammollo
nella noosfera
e delle bubbole
che spacciano i papisti
modernisti o frontisti
popolari

gli impronti!

la guerra

quando sia progressista

perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l'ultima
e lo è sempre
per sua costituzione

tu dimmi
disingaggiato amico
a tutto questo

hai da fare obiezioni?


Montale e i marxisti.

di andrea aufieri (21/03/2006 - 12:26)

Giusto era il segno

 anche Montale ne La Bufera della critica marxista

 Eppure aveva tutte le caratteristiche per risultare simpatico alla tendenza principale del dopoguerra letterario italiano, poiché fu tra gli oltraggiosi obiettori che si assunsero la responsabilità di firmare il manifesto di Croce e, per di più, gli riuscì di tirare avanti senza mai essersi iscritto al PNF, cosa che gli costò il posto migliore che mai gli fu capitato, ossia la reggenza al Gabinetto Viesseux.
E’ pacifico che questo suo sacrificio e le prime, stupefacenti raccolte lo resero un dio in terra, un vate povero diavolo dall’animo straziato - così egli stesso si definiva -, costretto in quella qualità a coltivare le sue passioni, e se gli Ossi di seppia inizialmente gli tributarono un successo di stima, con Le Occasioni arrivarono fama internazionale e gloria imperitura.
Con un problema: certo lui non poteva sapere che dal 1939, anno della pubblicazione della seconda raccolta- e dello scoppio della seconda guerra mondiale- gli restavano ancora una buona quarantina d’anni di vita.
Sedere sugli allori sarebbe stato incoerente con il personaggio, cui non restava che superarsi. E così fece, componendo la sua raccolta meno compatta e, forse, meno comprensibile, ma di sicuro la più alta.
Il fatto è che ai dittanti critici marxisti, in primis l’eroe dell’eccidio di via Rasella Carlo Salinari, Montale andò a genio fin quando si fece interprete di un male di vivere derivato, secondo loro, dall’inautenticità storica creata dal fascismo. Esempio, questo, di miopia critica, perché a ben guardare l’inautenticità è nella vita dell’uomo, quei cocci aguzzi di bottiglia sui quali distante quest’essere si trascina fino alla morte, augurandosi al massimo di Potere/ simili a questi rami/ ieri scarniti e nudi ed oggi pieni/ di fremiti e di linfe, / sentire/ noi pur domani tra i profumi e i venti/ un riaffluir di sogni, un urger folle/ di voci verso un esito; e nel sogno/ che v’investe, riviere, / rifiorire!
Di contro all’etichettato pessimismo è questo uno sperare intenso ed ottimista, che addirittura chiude gli Ossi.
Il futuro augurato, però non arriva, il presente anzi peggiora, perciò il poeta si rifugia nella Memoria e nel sogno, che si rivela soffocante, illusorio più del reale, dove la bussola va impazzita all’avventura/ e il calcolo dei dadi più non torna, scenario desolante e precario dove si vorrebbe sicurezza o quantomeno flashes di felicità.
Pur sperando, insomma, persino il poeta rivela il suo échec dichiarandosi incapace di rispettare l’antico proposito di cangiare in inno l’elegia.
Tutto ciò fu carpito ed assaporato dall’ambiente letterario, su tutti dall’amico Solmi, forse il più onesto critico dell’opera montaliana, ma il contesto nel quale si presentava La Bufera, nel ’54, era completamente cambiato, perciò dal vate non ci si attendeva più la disperazione del vivere, bensì un opportuno ottimismo da ricostruzione, denuncia neorealistica da opposizione e, magari, severi conti con la storia recente.
Invece Montale ignora il non troppo implicito dictat e presenta un’opera identica alle precedenti nel contenuto, e i conti con la storia li fa, ma è questo il suo torto più grave, non da un’ottica marxista.
La Primavera hitleriana è, nemmeno a dirlo, una bufera di inquietanti epifanie, con visioni di falene impazzite- capretti uccisi- ali schiantate, / di larve sulle golene, mentre Hitler arriva per una serata di gala con Mussolini, mai nominato dal poeta, salutato da alalà di scherani. Eccolo qui il fascismo, la bestia, liquidata in due parole poco più che grottesche invece di turpiloqui o strazianti panegirici.
Tra gli elementi di rilievo nel componimento c’è la speranza che la piagata/ primavera è pur festa se raggela/ in morte questa morte!, che, quindi, l’assurda primavera di gelo raffreddi le mortali ideologie.
Non è la storia a sovrastare tutto, non è il pensiero politico, ma la profondità spirituale di una donna, l’amante di Montale, Clizia, tu/ che il non mutato amor mutata serbi, / fino a che il cieco sole che in te porti/ si abbacini nell’Altro e si distrugga/ in Lui, per tutti. Questa calda immagine rivela un sorprendente bisogno di trascendenza, come poche altre volte leggiamo nell’opera del poeta ligure.
L’aver sofferto un regime non voluto non corrisponde ad un mutamento radicale della sua poesia, e va preso atto della coerenza intellettuale, piuttosto che della resistenza ideologica militante di un artista dissociatosi disgustato dal Partito d’Azione, e che nel suo non voler nutrire chierico rosso, o nero, nel suo essere distante dalle certezze offerte dal lume di chiesa e di officina non si dichiara antifascista, ma afascista, come giustamente precisa Raboni.
E pazienza se i versi di D’Aubigné che introducono La Bufera recitano Le princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles, / Leur mains ne servent plus qu’à nous persécuter…o che Portinari interpreti la purga dura da sempre, senza un perché del Sogno del prigioniero come le sofferenze dei prigionieri dei lager o, ancora, che Manacorda interpreti l’ombroso Lucifero di Piccolo testamento che scenderà su una prora/ del Tamigi, del Hudson, della Senna, / scuotendo l’ali di bitume semi-/ mozze dalla fatica come lo spirito del comunismo che assalirà, guarda caso, rive occidentali.
Ciò potrebbe tutt’al più significare simpatia distaccata e più pura verso la sinistra, quindi colpevolezza perché non v’è segno d’impegno concreto, eppure è proprio lo scrittore, sempre nella Primavera, ad affermare che la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue/s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate/ sulle golene, e l’acqua seguita a rodere/ le sponde e più nessuno è incolpevole. La passività di larve ed il silenzio condanneranno tutti, altro che rifiuto dell’impegno.
Se a tutto questo aggiungiamo che la raccolta esprime ancora sensazioni e pensieri ripiegati sull’individuo in sé, se pensiamo che Clizia, nel mito, fu trasformata in eliotropo per amore del Sole, che anche in quella metamorfosi continuò a seguirlo, e che tutto questo getta ambiguità sull’egocentrismo del poeta, è facile capire come restarono delusi i marxisti.
Dice Salinari: << questa concezione disperata della vita aveva su di noi un fascino potente: ed essa, lungi dal paralizzare la nostra volontà di lotta, la nutriva e la esaltava. Alla parola direttamente collegata con l’oggetto, senza diaframmi letterari, corrispondeva un atteggiamento morale che voleva porsi direttamente, a ciglio asciutto, senza speranze o consolazioni, di fronte alla terribile realtà della nostra vita. Questo coraggio morale diveniva per noi una bandiera e noi lo opponevamo alla faciloneria, alla retorica, all’idiota ottimismo del fascismo e dei suoi propagandisti.>> Amen!
Con l’utilizzo dell’imperfetto Salinari amministra l’estrema unzione con stima al povero poeta, la cui sofferenza senza soluzione di continuità è del tutto anacronistica nel tempo del grande cambiamento e delle diverse sofferenze, quelle della lotta, degli artisti partigiani.
Più spietato è Franco Fortini, nel ’68: << murato da una forza di cui rifiuta i nomi storici e che quindi gli interdice ogni rapporto col fare altrui [...] Montale ha espresso la rimozione che la parte più europea del ceto intellettuale italiano ha operato del conflitto fondamentale del nostro secolo-quello sociale e politico-sostituendolo col tema "eterno" dello scacco e dell'incomunicabilità. Le "bufere" delle barbarie fascista, della guerra e della catastrofe atomica sono quindi interpretate come mere intensificazioni di una unica potenza intrinsecamente malvagia, l'esistenza.>> L’aria del sessantotto.
E’ così che passavano quasi inascoltati segni più puramente poetici della Bufera, come la luce: quella più spirituale dell’Amore o l’Iride, luminosa appena come traccia madreperlacea di lumaca/ o smeriglio di vetro calpestato che egli lascia in eredità nel suo Piccolo testamento.
E’ interessante, ancora, la funzione dionisiaca assegnata alla danza, più vera espressione dell’uomo straziato dalla falsità o semplice simbolo macabro: si passa, componimento per componimento come in un climax ascendente di vorticosità e d’orrore, dal fandango alla giga ed alla sardana, per arrivare poi allo zozzo trescone ed alla tregenda.

 
Non importava a nessuno quindi che Montale apparisse a Papini come Foscolo, Puskin e Leopardi messi insieme, perché il grande organo catalizzatore e selezionatore della cultura dal dopoguerra aveva mostrato il pollice verso.
Quasi per dispetto verso il forzato oblio cui è relegato, la risposta di Montale è un lungo silenzio prima dello stile pieno, ironico, dissacrante e autoiconoclasta della raccolta Satura e dei quaderni e diari. Uno stile che sancisce la rottura con il cosmo dell’anziano uomo vissuto, che oppone un cinismo sarcastico all’ipocrita società del benessere, dell’umanista che ha ancora da dire, da emozionare. 
 
Ci vorranno antologie e saggi di grande livello, Mengaldo, Asor Rosa, Contini, Solmi e Macrì in particolare, che, spalmati nell’arco di mezzo secolo, testimonieranno lo splendore ancora vivo di un poeta che non aveva smesso d’esser grande. Dovrebbe riflettere certa critica militante, nel non commettere catastrofi come nell’esempio illustre qui riportato; dovrebbe essere stimolata la critica acuta ora sonnecchiante, altrimenti il rischio è sempre quello di contribuire al genocidio culturale di una nazione.
Trascendendo l’esperienza di dolore del vissuto, quello che è davvero attuale in questo poeta è la lezione di coerenza sensata, apparsa quasi reazionaria ai più, nell’aver saputo fiutare il vento e nell’essere risultato onesto in quella che per lui è la poesia, semplicemente, e complicatamente, verità.
Siamo d’accordo con Montale quando giunge ad una conclusione provvisoria come quella di Piccolo testamento, suo ideale epitaffio letterario:

Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio 
non era fuga, l’umiltà non era  
vile, il tenue bagliore strofinato  
laggiù non era quello di un fiammifero.

Oliviero Carlino. Alcune poesie.

di andrea aufieri (18/03/2006 - 09:21)

per mio padre

Guardate la mia ombra
che ancor si allunga
al sole rovente.
Vedete l'erba piegarsi
sotto il mio peso;
io sono con voi
sotto quest'arco azzurro
sotto quest'albero in fiore.
Io sono! terra, luce,
nuvola, acqua e speranza
e quant'altro a voi serve.


taranta

Per te ballo,
brutta taranta
né pace il mio cuore
né quiete il mio corpo
per te infelice taranta.
Svegli gli umori, di
assonnati uomini, che
suono cadenzato agita,
percuote fragili ombre,
assopite in umide sagrestie,
cercando invano, nell'unico
Santo un giusto riposo.
Smaglianti colori, accrescono
le ire di chi pace non trova.
Saltano, ballano, bevono
intrugli amari, ma fuori non esce
il tuo ancestrale veleno.
Nell'ombra della tana
guidi, dirigi, con magistrale
innocenza giochi di bimbi,
perduti, accanto a profondi pozzi
nei caldi pomeriggi di giugno.
Il tuo morso, una dolce poesia.

la festa

La festa puntuale arriva
con l'afa tropicale,
sparsa per le vie del paese
con portoni socchiusi
e piccole lampade accese.
Gente nuova, vecchie facce
accompagnano il lento cammino
del Santo, per le strette vie.
Giovinette ghirlandate, con piccoli
abiti, procedono nell'immensa calura
accompagnate da sordi suonatori;
si respira un'aria antica,
festosa di antichi secoli.
I fuochi illuminano
il piccolo cielo dell'antico borgo
di cento e più colori.
La vecchia casa, ma oggi nuova
nei colori, nel profumo intrecciato
di antiche muffe.
Oggi è festa!
Festa nei nostri cuori.

Oliviero Carlino. Nel cuore dei vivi.

di andrea aufieri (14/03/2006 - 19:50)

 

Oliviero Carlino 
N
el cuore dei vivi
Zane Editrice, 114 pagg.,14€  

Il dolore alberga eterno  
nel cuore dei vivi . 
La pace è morta, solo per pochi

l’amore le origini la storia  
non vivono più. 
(Solo un padre)

Con questi versi efficaci, Oliviero Carlino, ristoratore di Acaya, suggella un’opera importante, quella di una vita. Un prezzo ragionevole per quantità e qualità dei componimenti, incrementato dal prezioso disegno in copertina eseguito da Claudio Rugge, artista vero. Quanto meno stimolante l’introduzione di Giovanni Cisternino, il quale, al di là di un occhiolino all’ Unione dei Comuni evitabile non foss’altro che per la sede dalla quale questo rimando parte, riporta alcune riflessioni di Barbato contro l’ermetismo lontano (?) dagli anni tragici della guerra che aprirebbero forti discussioni, soprattutto sul dovere etico, storico, e morale di poetare di ciò che si vede e di stare al passo coi tempi seguendo canoni imposti.
Il libro è però, soprattutto, testimone della sublime funzione della poesia, perché  Carlino se lo regala in età ormai matura e ci spiega il perché nella sua nota:
Questa raccolta di poesie, nasce anni fa; in giovanissima età. Molte di queste, restano chiuse nel cassetto per molti anni, finché un giorno spinto da amici decisi di riportarle in cartografie giganti- esposte nel suo ristorante (ndr)- e poi addirittura a pubblicarle in un libro.
Un libro per la memoria di mio padre, sì, forse era questo il desiderio, dedicarlo alla memoria della persona che in questo momento sento più vicina a me, mio padre.
Un libro per sé stesso, dedicato alla memoria di suo padre, come ci sussurrano al cuore i versi Io sono!/ terra, luce/ nuvola, acqua e speranza/ e quant’altro a voi serve ( Per mio padre ). Più in generale, però, emerge l’ affresco di un modo di vivere, di credere, di sperare, di cercare la felicità, di morire e di essere in eterno, infine, chiamato Acaya.
A mezzo secolo dai portoni verde limone e della vita Cocumola di Bodini, ci troviamo calati in descrizioni immutate del presente, a confermare la tesi del grande autore che il tempo, nel salento, sembra essersi fermato, specie in certi angoli incantati ed incantevoli. Perché basta fare quattro passi nell’antico borgo medievale e poi umanista per amare, anche solo per un attimo, una vita più semplice ed arcaica, in cui l’ospitalità della gente a ridosso del mare non è assolutamente uno stereotipo ipocrita. Ma forse la vita metropolitana sofisticata, nonché l’individualismo montante, riprenderebbero subito il sopravvento, facendoci constatare più l’aspetto pseudo - claustrofobico di una vita nel paese che l’effettiva realtà ( e noi automi schiavi consenzienti?).
Non riconoscendo questo invito alla lettura come sede legittima per quest’ altra discussione, è più saggio ritornare all’interessante opera di Oliviero: anzitutto gli eroi descritti nelle sue poesie potrebbero assomigliare più ai cafoni pensanti di Silone che ai mitizzati e falsi selvaggi di C. Levi e D’annunzio. Antieroi, quindi, immersi in un quotidiano di solitudine, fugaci gioie, per niente immuni al meretricio o alla dissipazione in felicità artificiali, ma inclini alla fede, al ricordo ed alla testimonianza; ambienti, personaggi e sensazioni sempre descritti con più o meno velata angoscia.
Esemplari per tutti i temi, alcuni passi che raggiungono vette leopardiane di commovente intensità:
I pensieri che sbattono/ cadono, s’infrangono costretti nelle mura dell’isolamento, il cui simbolo oggettivo è la casa, ritornando poi al padrone soli, sbiaditi ma forti ( La mia casa ), senza la possibilità però di un confronto ( si dovrebbe qui seguire il consiglio di Gaber sulla strada?), ma poi confronto con chi, o dove, in una piazza dove l’ignoranza abbonda/ tacita, orfana ? ( Nebbia )
Forte in Carlino il tema della fede, novità contro la marea genuina dei nuovi conformismi creati dagli anticonformisti meno convinti, come leggiamo in Festa: La chiesa  vecchia, ma oggi nuova/ nei colori, nel profumo intrecciato/ di antiche muffe. Credo e amore fatti di passione e tradizione, ma non manca il raffronto con il mito, negli esempi del vento come archetipo e costante storica, o anche l’immancabile taranta: eccolo, il salento, compiacersi di danzare con passi che segnano/ antichi lamenti dei giorni di festa.
Anche Canto popolare è suggestiva per la sensazione statica e l’improvvisa accelerazione, oltre che per il richiamo alla gente vestita con lunghi colori.
Come in Montale, l’inquietudine dell’autore cerca sollievo nella memoria, che il nuovo millennio farà rimpiangere ( Millennium ), e che non farà tornare indietro nonostante vorresti cambiare/ ma ecco che il tempo non tace/ tu vivi soltanto lontani ricordi ( Rimpianto ). Rimane allora la ricerca, anche artistica, della bellezza , della quale sognano molti componimenti: alla più istituzionale Immagine contrapporrei la scioltezza di Una dolcezza nuova, ma attenzione al monito, rivolto più alla bellezza terrena, di Rimpianto, perché prima o poi tacita,/ la notte della bellezza/ raggiunge il capolinea.
Cosa resta allora dell’esperienza terrena? Forse l’essere riusciti a restare, come testimoniano i numerosi componimenti dedicati a persone scomparse, nell’anima di un paese, nel cuore dei vivi, appunto.  

 

Maria Pia Romano. L'estraneo.

di andrea aufieri (14/03/2006 - 19:38)

 

Maria Pia Romano
L' estraneo 
 Manni 2005, 72pp, 8€

 

 

Il sin troppo austero vate Carducci commise una delle sue, tante, fallacie critiche, affermando che le donne non hanno poesia. E’ probabile che non gli fossero piaciuti i livelli eccellenti che la poesia delle donne aveva già raggiunto a partire, più o meno, da Saffo, oppure non aveva proprio letto niente o, ancora e forse più in concreto, la sua misoginia era schizzata ai massimi storici, in commistione con una plausibile andropausa, tanto da renderlo così miope.

Per fortuna l’emancipazione femminile ha fatto tanta strada, e per questo è considerabile normale che una terra come il salento produca ottime poetesse, anche in serie: è il caso della Seclì, della Saracino e della Romano. Quest’ultima, nata a Benevento nel ’76 con ottime referenze nel mondo universitario e dei media, propone un romantico esordio per la collana Occasioni, curata da Anna Grazia D’Oria per Manni e recante in copertina un dipinto della nota pittrice nostrana Francesca Mele. 

Esiste qualcosa o qualcuno che ci accompagna di volta in volta per i segmenti della nostra vita. Poi c’è l’estraneo. Che è dentro di noi. Che non riusciamo a capire. Ammettere la sua esistenza significa sostenere che oltre al sì o al no, oltre al bianco o al nero, esiste una terza alternativa. E spetta all’amore che abbiamo dentro rendergli giustizia. Sempre.

  Non v’è giudizio di sorta laddove lascivamente si agisca con passione, perdendosi per un amore dal gusto di miele selvatico, che ci aliena da noi stessi e dagli altri, trascinandoci in un mitologico e quotidiano conflitto. Lotta che Maria Pia traspone fruendo di un verso scarno, diretto, veloce, con l’utilizzo di una punteggiatura minima o assente, puntando sull’esplorazione dell’intimo sentire che media con grande sensibilità e interiorizza luoghi, immagini e codici consueti nella poesia (il mare ed il blu, la musica, il giorno e la notte, gli astri, …), qui utilizzati come mezzo e pretesto per una forte tensione erotica. L’atto d’amore e la sua consumazione invadono alla maniera dei crepuscolari tutta l’opera: “ Guardami (…) Guardati (…) /Musica le labbra/ dolcezza la pelle/ verità il benessere” (Luna d’autunno).

Una poesia tesa a concretare l’unione simbiotica tra eros e musica, come leggiamo nel verso di Musicista, dove sotto “la danza/ delle tue dita, / corde come angoli di pelle/ si lasciano accarezzare”.
Il mare nella sua caratterizzante di estraneità è un altro grande protagonista di questo canzoniere: “E ci scopriamo lontani/ gli uni gli altri, / essenze disperse/ nel blu delle maree” (Maree).

Il ritorno continuo al profondo del mare, alla notte, all’alba, al sole ed alla luna è la domanda di un contatto più interiore con la realtà, che per l’artista, il quale sogna “di avere sempre sogni” (Artisti), è proprio innamorarsi “della poesia delle cose”. Ma qual è il senso del quotidiano, se l’autrice vive “nelle cose/ (…), delle cose/ sentendo il battito/ prepotente, diseguale, insistente” (Ricerca furiosa di cosa sia normalità)? E’ qualcosa di normale se ella vive “scandagliando passato e presente”, trovando che “l’esistenza è nelle ore del non tempo,/ negli abbandoni della mente/ nel risveglio della palpebra assopita”? Le “gocce di vita” cadono inesorabilmente, e poco resterà della nostra illusione d’aver detto tutto, d’aver amato. Solo la follia di un istante , un’occasione d’amore ci farà vivi sempre. E’ così giustificato il “disagio/dell’inutilità/d’aver dedicato parole” (Pretesa),perché siamo nella volatilità più pesante e incredibile dell’amore. E nel suo più puro godimento.

  

Visioni  
Fluttuare

nel puro spazio della carne

dipanare i sogni

sciogliere il tempo

assaggiarne gli istanti.

Goccia a goccia

l’amore

svela

la sua nuda bellezza.

  

Ricerca furiosa di cosa sia normalità

Vivo nelle cose,
vivo delle cose

sentendo il battito

prepotente, diseguale, insistente.

Invoco l’ignoto

scandagliando passato e presente.

L’esistenza è nelle ore del non tempo,

negli abbandoni della mente

nel risveglio della palpebra assopita.

Gocce di vita

nella clessidra del tempo cadono giù.

Rimarranno pochi versi

alla fine dei giorni.

Nell’illusione d’aver detto

quanto volevamo.

Nell’illusione d’aver amato

come volevamo

(vana speranza)

E se i boccioli freschi si apriranno

all’amorevole sguardo

saremo vivi ancora,

vivi sempre

(follia).

Beatitudine è una sera di luna piena. 

Dario Bellezza. Anteprima e poesia.

di andrea aufieri (10/03/2006 - 20:48)

Il Male di Dario Bellezza vita e morte di un poeta (Stampa Alternativa; collana Eretica; 208 pagine, 12 euro).

 

Stampa Alternativa pubblica il diario che Maurizio Gregorini ha tenuto dell'esperienza accanto a Dario Bellezza, testimone della discesa agli inferi di un poeta omosessuale che viveva ed esprimeva costantemente un senso intimo di colpa per il suo essere. Di colpa interiore, ma non di inibizione, nè di rinunica allo scandalo, quindi nemmeno di pentimento.
La Roma intellettuale lo accoglieva frigida, lui rispondeva da maudit:

"Dario portava in giro il proprio personaggio con mite arroganza. C'è da credere poi che scambiasse, in conseguenza della sua estrazione piccolo borghese, la provocazione con il maledettismo e quest'ultimo con un'alternativa al savoir-faire mondano di cui era privo. In qualche casa snob, dove pure m'è accaduto di incontrarlo, veniva accolto con quella gentilezza premurosa, avvolgente e un po' stupita che stabilisce distanze incolmabili. Esorcistiche. Fu forse ripensando a quelle cene, cui partecipava allettato dalla promessa di vedersi offrire pietanze a base di pesce (ne andava ghiottissimo), che Dario ebbe a definirsi con stizzita lucidità «un vivente melodramma da strapazzo». Aveva, io credo, le proprie più remote e persino inconsapevoli radici in una cristiana, primitiva e incorrotta idea della colpa quale esilio dalla luce della grazia e perciò dalla possibilità di perdonarsi prima ancora che di perdonare. Una convinzione questa più forte di ogni possibile compromesso, quindi terribilmente scomoda, che Dario portava con se e dentro di se, mascherandola dietro un caricaturale, continuo ma non innocuo e tutto sommato sfottente piagnisteo. Dario si lamentava e questa sua lagna, un po' da comare, era il fodero protettivo, il rivestimento mimetico d'una musa inquietante. Straordinaria anche quando, sulla pagina, una sciatteria non innocente sporcava il risultato."

  Il Male di Bellezza è dunque l'Aids, oppure il suo portarsi dietro fardelli di coscienza implosa? Forse il crudo resoconto di Gregorini risponderà alla domanda, restituendoci un'immagine non mitizzata nè agiografica del poeta, ma rendendogli giustizia.
Cosa rimane dell'illuisione Arte?
I poeti dovrebbero mai morire?
I poeti dovrebbero mai morire così? 

Quale sesso ha la morte?
Con quale sesso mi verrai incontro,
se Orfeo scalmanato non mi riguarda
e Euridice era una troia infingarda?
Addio scemenza mia trangugiata
in tutta fretta dentro una fratta,
il sapore si perde nella notte dei delinquenti
che ricattano la loro semenza con gli schiaffi
della certezza, al cinema di periferia.
Ma quale sesso ha la morte?
E' ragazzo. E' ragazza. Spaventosamente
materna mi abbraccia al limitare del sonno,
quando l'alba affretta la sua agonia
e il giorno calza i suoi colori di malinconia;
quando l'orina preme nella vescica
e il sesso prega le sue erezioni di non fare
troppo male, di non troppo eccitare il compagno
tacito e notturno;
l'occhiuto grembo rimane ad ascoltare allora il mio bisogno di preghiera detta ad alta voce:
"Signore, illeso il giudizio aspetto, la mia morte.
Non l'aspetto che come giustiziera, avvocato
del diavolo, in un curialesco ufficio celimontano.
In terra certa sprofondami. Che io non debba
patire in mia morte la mia sopravvivenza. Signore, fammi morire tutto,
 eternamente. I morti non mi abbiano loro sodale spento.
E' lontano il giorno della mia creazione.
E' vicino il giorno della mia distruzione. "

(Dario Bellezza, INVETTIVE E LICENZE, Garzanti, Milano, 1971, Presentazione di Pier Paolo Pasolini)
                                              

Mario Desiati. Le luci gialle della contraerea.

di andrea aufieri (08/03/2006 - 10:07)

  

Mario Desiati
Le luci gialle della contraerea  

(Lietocolle libri, collana Opera Prima, 52 pagine, 10 €)

 
La Lietocolle libri propone un'elegante ma dispendioso vestito, privo di apparato critico, per la prima raccolta di un ventottenne di Locorotondo, già presente nell'antologia "I poeti di vent'anni" (Stampa2000), ma l'esordio letterario personale di questo giovane avveniva nel 2003 con la pubblicazione del romanzo "Neppure quando è notte"( ed. peQuod). E verrebbe da pensare che la sua anima sia effettivamente quella di un narratore, se ci si appresta alla lettura di quei versi più lunghi della norma e a tratti così descrittivi e analitici.  Ma la poesia riempie, ben mediata, tutta l'opera, che sfugge anche alla classificazione di prosa poetica e persino di un più plausibile poème en prose. Perché basta leggerne un solo verso per lasciarsi coinvolgere da quello che può gia essere uno stile. La poesia di Desiati è ben calcolata, tecnica, divertente eppure profonda e serenamente turbata. La sua immagine di poeta sembra possedere caratteristiche affini ad un naturalista per la chirurgia del riferimento, del dettaglio, dello studio dei sentimenti interiori e persino delle visioni. Vi è anche un fattore patetico che rimanda al neorealismo italiano, di pari passo con un sentimento soggettivo del tempo, che lo contrappone al grande dinamismo di Pasolini: Desiati opta per la rottura, seppur momentanea, del fattore temporale per fermarsi a demarcare e poetare i suoi soggetti, basti pensare a tutta la silloge della fermata del tram. La poetica è sempre asciutta e per affinità tematiche ricorda Sereni, anche se alcune volte scivola in una certa passionalità/rabbia poetica, come nel caso della descrizione della spugna. Tutto questo ci regala un quadro un po' rischioso del poeta, che sembra avere la vista a raggi x, non come un veggente, ma quasi più come un supereroe: attenzione però a non cadere nell'accusa di frigidità, perché qui si tratta di artista estremamente sensibile ed attento. Un altro rischio è quello di fare del suo sentire un comune sentire, rivolgendosi direttamente al lettore o tentando di universalizzare un pensiero che potrebbe semplicemente toccare gli animi senza coinvolgere il lettore in un egoistico ritrovarsi nella poesia.
La raccolta è così densa di sperimentazioni e di temi da risultare quasi pedagogica, per l'autore e per i lettori. Molto particolare è il rapporto con tutto ciò che circonda il poeta: possiamo leggere di oggetti deteriorati, vissuti, finti, fino alla teoretica del pantalone come cosmo perfetto. Ma tutto quanto sembra essere visto come al di qua di un vetro, forse di uno specchio, alimentando il dubbio che al di là di quello, tutto abbia un'altra vita, all'altra parallela ed indifferente.
C'è il ritorno ossessivo dell'estate esplosiva e calda negli odori e nei colori, come quella delle belle immagini di una festa (Ss. Cosma e Damiano) della quale non si accendono i suoni; estate scatenante marasma di ricordi e visioni nello stile di Blake, ma certamente meno mistico, forse a metà strada tra l'inglese e Zola. Da Blake, però, si potrebbe desumere il sogno messianico, insieme con le sensazioni di distacco, le nausee e gli sbandamenti- disagi sempre espressi con linguaggio lucido e garbato- che sfociano - permangono?- nel quotidiano, proprio dentro oggetti banali di fine immagine/ ritorno alla realtà: Amerai la coltre della nebbia, disperso dentro un barattolo.
Si conosce così una vasta tipologia di cose (vissute, deteriorate, banali, estranee,…), ma qual è il loro senso, per cosa servono? …per essere amati/ inghiottiti, frantumati oppure dimenticati (…) sono idee/come lucenti, di notte immagino assomigliarli: non invecchiare.
Temi forti, soprattutto nella prima parte della raccolta, sono il ricordo intimo e la memoria storica di eventi dei quali un classe 1977 non può che aver letto o ascoltato: le immagini richiamate sembrano sbuffare polvere e si ha difficoltà a guardare con l'autore oltre la spessa coltre del passato, ma si sente, infine,l'odore del maltempo, il silenzio delle campagne appena arate e così anche il flusso degli stormi, le aurore accese, i vecchi ronzini lasciati al bosco, fino a vedere il fossile quotidiano che domani sarà andato via e le luci gialle della contraerea…il bagliore inciso sull'orizzonte/ verso i mari incendiati di Taranto.
Poesie d'immagini, lampi, scatti, evolutesi seguendo il basso ideologico continuo di un'aritmicità piacevole, lirica sfiorando il paradosso.
Ancora, si sente ovattato il fischio delle bombe, in un continuo gioco tra l'esserci e il non esserci, sempre con distacco dal tutto, cogliendone spesso l'Impressione. In proposito, spesso Desiati sembra dialogare con il lettore di particolari suggestioni, nel tentativo di universalizzarsi, quello che per molti dovrebbe essere la funzione/ scopo/ compito del poeta.
Ricorre un divertente gioco di sensi: alternativamente dominano i componimenti l'olfatto, la vista, l'udito, il gusto, tanto che il poeta sembra suggerire quali usare o crea implicitamente nel lettore lo stimolo all'utilizzo di quelli di volta in volta assenti. E' descritta anche un'esperienza ultrasensoriale che porta alla spersonalizzazione del poeta che diviene oggetto passivo (sasso che rotola).
Ritorna spesso l'umore nero dell'autore, che avverte il peso e l'estraneità della vita, facendo incubi tutte le notti, mangiando pietre tutte le sere/ accompagnate col vino e il cattivo umore arrivando a commentare: Come voglio essere solo.
Dal componimento A Simone di Cirene comincia il ballo di tram, bus e treni. Questi mezzi di trasporto sono ossessivamente richiamati come dimostrazione empirica della teoretica del distacco: il contatto/non contatto tra gli uomini e tra le cose, persino dai decenni richiamati con i numeri di linea, assurgono a pura lirica nella Poesia alla fermata del Tram, che occupa un cospicuo spazio nella raccolta. Con tecnica narrativa sono presentati dei personaggi che fruiscono del mezzo pubblico: C'era il gramo, il nero, il sudicio/l'eremita, la donnola, il gabbiano/ la spugna e Claudia. Nello spazio definito del tram, il tempo si condensa nella presentazione singola dei pur sempre anonimi protagonisti, poi questi cominciano inconsapevolmente ad interagire, descritti a gruppetti (molto bella la sfida al tempo ed al destino del nero che viene colpito dalla bellezza non solo terrena di Claudia), infine ci sono foto di gruppo che vedono come fuoco sempre Claudia, l'unica ad avere un nome. La roulette russa delle fermate colpisce al secondo tentativo, richiamando proprio la bella donna che, scendendo, rompe la dis-armonia di quel microcosmo, e poetare non ha più senso.
Desiati si congeda con due componimenti di stile che ci regalano ancora visioni di autobus come illuminazioni nel doppio senso rimbaldiano del termine e che rimandano sempre al concetto di vita parallela dell'universo rispetto all'uomo.
Ad alleviare distacco e solitudine non vi è certamente la religione, che il poeta tratta sarcasticamente, ma ci potrebbe essere un amore profondo e sentito. Non siamo di fronte ad un poeta "innamorato" che trasferisce violenta la sua passione sulla carta, ma il tema dell'amore è una velina sottile e delicata che accarezza l'intera raccolta, andandola anche a chiudere non senza certa amarezza.

Angelo Petrelli. Elegia.

di andrea aufieri (08/03/2006 - 10:02)

Angelo Petrelli
Elegia
(BESA, collana Poet/bar, 48 pagine,  5 €)

 La collana Poet/bar di Besa, curata da Mauro Marino, si è recentemente specializzata nel dare spazio ai poeti emergenti, e in questo caso opera un falso azzardo proponendo l’esordio del neo-ventunenne Angelo Petrelli di Arnesano. Il poeta redige la rivista L’Alter Ego con Eliana Forcignanò e collabora al sito musicaos.it, curato da Luciano Pagano e Stefano Donno e anche, dal primo numero, con Vertigine di Rossano Astremo. La sua pubblicazione è un falso azzardo perché egli già si presenta combattivo e sanguigno, capace d’atmosfera.
Per analizzare i temi forti della raccolta è sufficiente osservare la copertina, di uno scoraggiante colore nero che Pagano, nell’intervento inaugurale, ci suggerisce essere lo sfondo di tutti i componimenti presenti nel libro, effettivamente dominati da un pessimismo eroico e tragico, mai statico né fatalista. Un nero da intendersi come assenza di luce, cioè di quell’amore cui il poeta anela come sua soluzione e per cui lotta, o ha lottato, e, sempre, soffre ( Elegia, l’intenso componimento che presta il titolo alla silloge). Anche l’amore possiede il suo lato parallelo e oscuro, misurandosi con qualcosa d’inarrivabile e impossibile, assente o perso per sempre, odiato e rimpianto- pura elegia-, come nei versi Sono con te, questo, sporco di bene( Kleis) o quando sono infelice della tua bellezza( Rifiuto dell’eros d’essere elegia) o ancora forse non so se potrò innalzarmi ad una simile bellezza (Per i miei ultimi vent’anni). 
E’ racchiuso in quest’idea profondamente straziante il perché di un titolo così impegnativo: Michelangelo Zizzi, nel secondo dei quattro interventi contenuti nel libro (oltre al già citato Pagano vi sono anche due postfazioni di Giuliana Coppola e Serena Mauro), ci ricorda che l’elegia è una tra le più antiche forme di versificazione tecnica o interiore e ci provoca asserendo che l’opera meriti un’attenzione, e quindi una lentezza, anacronistica quasi quanto la forma poetica scelta. Questo è vero finché non si ammette che la poesia ha in ogni caso bisogno di tempo, sia da parte di chi si prende il fastidio, non richiesto, di scriverla, sia da parte di chi si prende il disturbo, sperato, di leggerla.
I temi elegiaci non sono neanche così anacronistici, visto che pervadono pressoché l’intera esperienza poetica del secondo Novecento( Zizzi ci ricorda Penna e Bellezza, ma vi si potrebbero accostare anche i nomi di Zanzotto, Porta e Bodini, solo per citarne alcuni). 
E’ in ogni modo ipotizzabile che la scelta di Petrelli viaggi su binari esclusivamente personali, siano essi biografici, ideologici o idealizzati. I temi di morte, d’angoscia e d’ansia, strettamente connessi con il più umano dei sentimenti, stridono sulle rotaie di un Tempo assurdo che agisce ignaro e inconsapevole d’agire. Solo gli uomini distratti alleviano le loro pene con una musica cui non assegnano il profondo valore spirituale che le spetta (Molokh). Di qui il riferimento e gli omaggi espliciti, nei Versi d’occasione, a Dylan Thomas e Samuel Beckett. Con il primo, Petrelli condivide in particolare l’esordio a vent’anni e la struggente trattazione dei temi amorosi/mortali, mentre con il secondo tutto ciò che circonda e muove questi temi, e viene da pensare a quella Lecce squallida, grigia e disperata, con la gente fottuta che(…)mette in scena, in movimento, prossima l’insidia sulla famosa pietra bianca che qui diviene oscura, malvolente.
La poesia, qui anti-musicale, non è così un lenitivo: è una descrizione onesta e lucida lì dove il poeta-uomo è in ricerca e nostalgia, è in confusione e contraddizione, disfatto e dolorante.
Proprio il dolore che il poeta prova o provoca, come condizione umana o danno collaterale di un amore perso o troppo intenso, è distillato e lucidamente assaporato ed esibito in quel dolce dolorare ed in quella calma del Male, con note di autocompiacimento che lo rendono maudit.
Quest’affinità con i poeti maledetti potrebbe continuare coinvolgendo, ad esempio, anche il tema della fede cui il poeta sembra attribuire il valore di un aspetto non preponderante della spiritualità umana, ma la profondità di questa tesi non è così demarcata: quando scrive Mi lamento per ogni grazia ricevuta da questo Dio dal cuore troppo inesauribile, non si pone certo nella posizione di nemico di Dio nel modo aperto dei fasti verbali utilizzati da Rimbaud ovvero, soprattutto, Lautréamont. 
La spirale di niente, nulla, morte, freddo, grigio dei quali è intrisa l’intera opera, in particolare il componimento Rien nul, può avere uno sbocco positivo? Abbiamo già detto della soluzione, ma nulla può lenire il gran dolore dell’eroe ferito? Proprio al termine della mini-silloge Rien nul, con l’anafora Non posso morire, l’artista sembra farneticare di una speranza, che qui si potrebbe paradossalmente definire disperata, oltre che provocatoria e quasi falsa. Un momento per ogni sperare è l’unione amorosa degli occhi, la speranza è definita stupida, ma operandola il poeta innamorato perso- e di questo consapevole- resta fottuto dove so di cadere e spero(,…)
L’ultimo componimento che Angelo ci regala e si regala, è una riflessione sui suoi ultimi vent’anni e sembrerebbe uscire dal concetto elegiaco per portarvisi al di sopra e più in là: guardando indietro e prendendo coscienza di sé, non solo come Poeta ma anche come Uomo, sempre se stesso nonostante tutto, persino l’amore, apre al futuro fidando in altri che in se stesso e nella sua libertà, oltre ogni superfluo onere e scandalo, consapevole dei limiti interiori ed esterni, che comunque sfiderà. Ma leggiamo tutto questo dal testo:

 

 

 

(per i miei ultimi vent’anni)

 ho paura di non cambiare, di 
non distinguere il bene dal male,
(prendere per vero ciò che dici e
lasciarmi così cadere esatto
compito, ritratto e gravato
da tutto il superfluo- Male io dunque 
                                       a vent’anni
sono così profondamente me sempre
me stesso, che solenne e datato
oltre al tuo orrore- forse non
so se potrò innalzarmi
ad una simile bellezza- e di certo non
vado a dannarmi nella forma che 
                                         voi di me fate).

Un ultimo regalo per i visitatori di questo sito è un componimento che ha colpito particolarmente chi scrive:

ELEGIA

Non lasciarmi andare ancora,
dicendomi che non finisce qui
c
he tutta la fatica risarcirai
interamente- che mi verrai
                              a cercare, 
per quello che sono e mai sono
-sotto una sola parola negata 
                             chiamerai
a te stessa, vorrai un mio bacio (,…)

Coprendo i miei occhi con tutta 
la tua voglia di non farci morire,
             e sarai di più una volta 
              la mia soluzione- e dal tuo
              cadrà ogni colore, e tutta 
                                              la luce.

Anche in quest’opera compare il segno (,…) sul quale è giusto soffermarsi in ultimo. Come Serena Mauro nel suo sensibile intervento ci fa notare, un elemento importante di quest’opera è il silenzio. Silenzio di frasi non dette, silenzio perché è giusto che sia così, laddove le parole sarebbero solo rumore. 

Tre terroni scoprono la Mole.

di andrea aufieri (05/03/2006 - 19:42)

Per dire la verità, non è che Torino l'abbiamo vista bene: le olimpiadi? Certo, certo...ma il fatto è che io, Roberto e Vincenzo (dei quali ho già parlato qui), siamo stati lì dal 17 al 20 febbraio per partecipare al Forum itinerante No Tav svoltosi tra la Val di Susa e la Patria del Gianduiotto.
Con il pensiero fisso del Ministro Pisanu che tacciava i valsusini di terrorismo e si fasciava la testa prima che i terribili montagnardi gliela rompessero sul serio: "Tre giorni di disordini. A rischio le olimpiadi!"

Un pò di timore in realtà lo abbiamo avuto, soprattutto perché il 18 febbraio era esattamente il giorno dopo l'estroversa goliardia di Calderoli al dopoTG1.

Nel paese di Bengodi, ovvero Bussoleno, marciamo sotto una pioggia incessante, quando notiamo su una bacheca "L'Unità" e "Il Manifesto", consultabili per intero e riportanti uno stralcio dell'orgia mediatica dedicata alla castroneria del polentone. L'influsso atavico di Terronia mi fa sghignazzare:"Così impariamo ad avere ministri leghisti!"Salvo poi ingoiare tutto apprendendo delle rivolte e dei morti. Diòcàn'! avrebbe esclamato un signore conosciuto quella sera: vuoi vedere che adesso fanno davvero un'attentato, magari scelgono proprio il week-end, con le olimpiadi dal loro canto già sensibili?

Il fatto è che non ci troviamo a Torino, ma a Bengodi, ovvero Bussoleno, quindi il timore va via spazzato dalla sempre più strisciante convinzione che ci si trovi in un covo di tremendi montagnardi bolscevichi. La sensazione è tutto sommato piacevole, non fosse per il meteo.

Finalmente troviamo l'oratorio dove il centro sociale Askatasuna proietterà un documentario e lascerà spazio a testimoni di lotta sociale e culturale geograficamente sparsi tra Brindisi, Venezia, la Spagna e la Colombia. Al dibattito interviene anche il sindaco, massacrato da enti, sponsor e istituzioni per la decisione, in accordo con il sentimento popolare, di impedire il passaggio in Val Susa alla Coca Cola, pardon, alla Fiaccocacola Olimpica...

Un momento! Analizziamo il periodo precedente separando luoghi, protagonisti e fatti:
1. un centro sociale propone un dialogo(proprio uno di quelli che vengono linciati da media e governo come covi pustolosi di delinquenti e drogati);
2. un oratorio ospita il centro sociale propositivo (cattocomunisti, non c'è altra soluzione. Qui a Lecce, riporto un'esperienza personale, un comitato cittadino non ha ottenuto di potersi riunire nel desolante silenzio dell'oratorio-paradosso chiamarlo così-di una minuscola chiesuccia di periferia perché il Mons. Arcivescovo non gradisce gruppi di inerenza politica-per di più tacciati ingiustamente di comunismo-).
3. Venezia ok, ma Brindisi, poi Spagna e, dulcis in fundo, Colombia in un centro sperduto del nordovest italiano? Stai a vedere che qui qualcosa di brutto ma bello è successo sul serio, e a scapito dei grandi media...
4. un sindaco rifiuta di calarsi le brache per darsi visibilità. Il sindaco di Bussoleno ha diverse peculiarità, ma ci tornerò su tra poco.
5. un pezzo di Piemonte agisce concretamente contro simboli di globalizzazione aggressiva e arrogante. Chiedete in Colombia e in Venezuela. Chiedetelo in India, dove il grande gruppo fu bandito per alcuni anni e, tornato, tappezzò la penisola di cartelli con la scritta "Eccomi di nuovo qua, sono tornata", più o meno le stesse parole che la diarrea potrebbe dire ad un colitico, se potesse parlare. Non il colitico, la diarrea.

Possiamo proseguire, non senza aver preso un caffé al bar gestito da una donna di Cerignola sposata ad uomo di San Severo, Puglia dappertutto.
Il forum comincia alle 14.30 per terminare a...orario imprecisato, perché alle 20.30 circa abbandoniamo l'oratorio per andare a cena al ristorante ormai famoso per i valsusini, che vi si ritrovano spesso. Noi siamo ospiti di Valentina Cancelli, protagonista del documentario "Sarà Dura!" che la mia Associazione-"CulturAmbiente" ha realizzato in occasione della manifestazione del 17 dicembre scorso.
A cena con noi ci sono Valentina, suo padre Claudio, ingegnere delle infrastrutture al Politecnico e ascoltatissimo oratore, l'emiliano che si occupa di ambiente per il PRC nella sua regione con sua moglie e, infine, un giornalista de "Il Manifesto" di cui purtroppo non ricordo il nome. A servire ai tavoli, oltre al personale ordinario, troviamo nientepopodimenoche...il sindaco! Immagino la Poli Bortone in una situazione affine, ma mi sembra metafantascienza.

La serata prosegue con balli e canti, non goduti per intero per via dell'influenza di Vincenzo. Così termina la prima giornata, al caldo dei letti di casa di Valentina, che ancora ringraziamo per l'ospitalità.

Il giorno successivo ci aspetta il forum a Torino, partecipatissimo e ospitante numerose figure  note. Nel frattempo comincia a nevicare senza sosta e, alle 14.30, ci domandiamo come poter passare il tempo, e arrivare alla stazione, nelle successive sette ore.

Costernati per non aver ottenuto neanche uno strappo, ci avviamo verso l'uscita, salvo essere fermati da Alberto e Bianca Perino, anche loro  presenti nel dvd. I due ci prendono ospiti nella loro casa di Condove e ci preparano un ottimo pranzo. Nel frattempo Alberto ci regala il codice genetico dei valsusini, analizzandone il passato partigiano, e i '60 e '70 di lotta. Quanta differenza con la città di Lecce...
Laboratorio di democrazia partecipata è stata definita la Val Susa, ma è più giusto definirla reazione democratica ad un difetto del sistema, sveglia per i cittadini di ogni regione.
Perché lì accade qualcosa che i media più potenti stanno semplicemente oscurando: basta leggere il Corsera del 20 febbraio. 3 giorni di forum e...un trafiletto nel quale l'attenzione si sposta
sul Brennero, quasi evitando anche l'esistenza della Valle: si potrebbe pensare che i dibattiti si siano tenuti in una buca temporale.

L'ultima immagine del nostro blitz me la regala Venaus, dove il presidio assaltato dalle forze dell'ordine è stato ricostruito a tempo di record. La neve ammanta tutto il mio campo visivo, ma dentro c'è un caldo quasi infernale. Ragazzi e anziani giocano, bevono un tè caldo, si ritrovano per discutere o studiare. Noi vendiamo i 9 dvd che siamo riusciti a preparare e ci riavviamo
verso il caldofreddo leccese...

Inutili info sul "nuovo" blog...

di andrea aufieri (03/03/2006 - 12:12)

La nuova impostazione dei blog DADA, pur restando per molti aspetti confusa e lenta, mi permette finalmente di affrescare il sito.
La novità più evidente riguarda le categorie.
Non sono bravo a categorizzare, ho una repulsione congenita per le categorie. Ma vorrei che chi non mi conosce possa avere una visione globale di ciò che si fa qui dentro.
Chi frequenta il blog da poco tempo, potrà poi sapere cos'è stato prima.
Detto questo, ammetto che la consultazione risulta facile solo per le cat. "Poesia d'Oggi" e "Scrittura d'Oggi", nonché per "I maestri".
"Piccola Bottega degli Orrori" è forse la più spiazzante, per il resto, troverete molti post in più categorie. Bodini è un "Tratturo" o un "Maestro"?
I "percorsi d'arte", che raggruppano esperienze disparate come la scultura o i forum sull'espressione, non possono poi essere condivisi?
"Calma apparente" riporta i miei punti di vista, mentre "J'est un autre" riprende, con un celebre verso di Rimbaud, l'esperienza del condividersi con la parola. Qui posterò ciò che "produco", mentre "Interventi e recensioni" conterrà l'aspetto critico della produzione (in linea di massima).
Ogni mercoledì a partire dal prossimo, posterò i miei interventi sparsi per la rete, che saranno dunque contenuti in quest'ultima sezione, insieme con qualche racconto o poesia (ovviamente in "J'est un autre"!).
Decido ora di inventare "Fuori Classe", dove (dis)ordinerò ciò che non vorrò classificare.
Vi ho già detto del mio disprezzo per la categoria, ne sono prova la mia idea-non solo mia, certo-che un'era o un periodo storico, men che meno un movimento artistico, non cominciano di punto in bianco secondo date imposte; o ancora che è ingiusto classificare l'arte in generi (blues, jazz, classica o...musica?).
Ancora, e qui speriamo di capirci, io classificherei i signori qui su in troppe categorie, o proprio in nessuna...

Pablo Neruda. Canto General

di andrea aufieri (01/03/2006 - 09:25)

[...] Pace per i tramonti che verranno,  pace per il ponte, pace per il vino,  pace per le parole che m'inseguono  e mi sorgono nel sangue intrecciando  di terra e di amori l'antico canto,  pace per la città nella mattina  allorché il pane si sveglia, pace  per il Mississippi, fiume delle radici: pace per la camicia del fratello,  pace sul libro come un timbro d'aria,  pace per il grande colcos di Kiev,  pace per le ceneri di questi morti  e di quest'altri, pace per il ferro  nero di Brooklyn, pace per il postino  che va di casa in casa come il giorno,  pace per il coreografo che grida  con un megafono verso i caprifogli,  pace per la mia mano destra,  che soltanto vuol scrivere Rosario:  pace per il boliviano taciturno  come un blocco di stagno, pace  perché tu possa sposarti, pace  per tutte le segherie del Bio- Bio,  pace per il cuore lacerato  della Spagna guerrigliera:  pace per il piccolo Museo del Wyoming  dove la cosa più dolce  è un cuscino con un cuore ricamato,  pace per il fornaio e i suoi amori  e pace per la farina: pace  per tutto il grano che deve nascere,  per ogni amore che cercherà ombra di foglie,  pace per tutti quelli che vivono: pace  per tutte le terre e tutte le acque.
Io a questo punto vi saluto, torno  alla mia casa, dentro i miei sogni,  torno in Patagonia, là dove  il vento scuote le stalle  e spruzza gelo l'oceano. 
Sono soltanto un poeta: vi amo tutti,  vado errante per il mondo che amo:  al mio paese mettono in carcere i minatori  e i poliziotti comandano sui giudici.
Ma io amo perfino le radici  del mio piccolo paese freddo. 
Se dovessi mille volte morire  là voglio morire:  se dovessi mille volte nascere  là voglio nascere,  accanto all'albero selvaggio dell'araucaria,  dinnanzi ai venti marini del sud,  presso le campane comprate di recente.  Nessuno pensi a me.  Pensiamo insieme a tutta la terra,  battendo con amore sulla mensa. 
Non voglio che il sangue torni  a bagnare il pane, i fagioli,  la musica: voglio che venga con me  il minatore, la fanciulla,  l'avvocato, il marinaio,  il fabbricante di bambole;  entrino con me in un cinema ed escano  a bere con me il vino più rosso.  Io non vengo a risolvere nulla.  Io sono venuto qui per cantare  e per sentirti cantare con me.   

Pablo Neruda IV parte del CANTO GENERAL

Archivio Marzo 2006