Vito Russo, l'armonia tra spirito e materia.

Ad un anno di distanza dal grande successo ottenuto per la mostra "Da Leucasia all'Appia", l'artista Vito Russo torna a esporre a Lecce. La sua personale, dal titolo "Spiritualità e Materia", è stata inaugurata sabato scorso e si protrarrà fino al prossimo 29 gennaio, presso il castello Carlo V.
Espositore in diverse città dell'Italia e dell'Europa da poco meno di quarant'anni, Vito Russo insegna scultura presso l'Istituto Statale d'Arte di Lecce.
L'artista di Salve eccelle nel saper addomesticare il granito rosa norvegese come la creta o le pietre del suo paese e, soprattutto, il difficile ulivo, fondendo in questo caso elevate doti tecniche e amore per la sua terra.
La sua perizia e duttilità gli hanno concesso fama mondiale in occasione delle Olimpiadi di Nagano del 1998, quando si è aggiudicato la medaglia d'argento per la scultura di ghiaccio "L'estasi della sirena". In quella circostanza egli ha vinto una doppia scommessa, da salentino abitante di pianura e da uomo di cultura, capace di rappresentare una figura comune ai nordici come a tutti i pescatori.
Il suo "fare arte" ruota intorno al concetto che "in ogni materia che incontri ci sono infinite forme, tante quante la mente ne sa creare", così la spiritualità della scultura non sta solo in quello che si vuole rappresentare ma "nel momento stesso della concezione dell'opera" e nella capacità dello scultore di dare dimensione materica al suo pensiero.
Negli ultimi anni egli ha realizzato diverse opere a carattere sacro, tra le quali spiccano senz'altro il monumento"Padre Pio e la sofferenza", posto in Piazza Unità d'Italia ad Andria, ed il gruppo scultoreo in pietra leccese "La pietà", realizzato per il cimitero di Morciano.
La mostra è dunque un pretesto per vedere riunite tutte queste opere, ma non ci si stupisca se, accanto al crocifisso della Chiesa Giovanni XXIII di Pescoluse, che monopolizza il centro dell'esposizione, si possono ammirare opere quali il "Fauno danzante", i "Tori" e le voluttuose figure femminili.
"Ricordo di un vescovo" è testimone della lezione di Manzù, mentre "Volto di luce" presenta il volto del Cristo in un'armonica fusione delle nuove esperienze con il più classico dei materiali per scultura com'è il marmo.
Dalla voluttuosità ruvida che il legno dona alla "Ballerina" si scivola verso quella levigata del marmo di "Beatrice", omaggio alla donna angelicata dello stilnovismo.
Sintesi di tutto quello che la mostra offre è il granito nero de "Il canopo dell'anima-La regina".
Sempre nel dialogo con la storia ed i suoi miti , il canopo è un simbolo sacro, è connesso alla spiritualità, ma è materia che contiene materia. L'artista ne accentua l'ambiguità dandogli l'accenno di forme femminili, confermando che la scultura è simbolo unificatore di miti, storie e culture solo in apparenza lontane, come egli sostiene: "con la mente scavare nell'anima, riprendersi i simboli dei linguaggi universali e con essi superare i limiti dell'incomprensione."
Andrea Aufieri da L'Ora del Salento, Anno XVI n.2, 21 gennaio 2006
Auden. Refugee Blues.

Refugee Blues
Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there's no place for us, my dear, yet there's no place for us.
Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you'll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now.
In the village churchyard there grows an old yew,
Every spring it blossoms anew;
Old passports can't do that, my dear, old passports can't do that.
The consul banged the table and said:
'If you've got no passport, you're officially dead';
But we are still alive, my dear, but we are still alive.
Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today?
Came to a public meeting; the speaker got up and said:
'If we let them in, they will steal our daily bread';
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.
Thought I heard the thunder rumbling in the sky;
It was Hitler over Europe, saying: 'They must die';
We were in his mind, my dear, we were in his mind.
Saw a poodle in a jacket fastened with a pin,
Saw a door opened and a cat let in:
But they weren't German Jews, my dear, but they weren't German Jews.
Went down the harbour and stood upon the quay,
Saw the fish swimming as if they were free:
Only ten feet away, my dear, only ten feet away.
Walked through a wood, saw the birds in the trees;
They had no politicians and sang at their ease:
They weren't the human race, my dear, they weren't the human race.
Dreamed I saw a building with a thousand floors,
A thousand windows and a thousand doors;
Not one of them was ours, my dear, not one of them was ours.
Stood on a great plain in the falling snow;
Ten thousand soldiers marched to and fro:
Looking for you and me, my dear, looking for you and me.
WH Auden, Collected Shorter Poems 1927-1957
Lello Voce. Rap di fine millennio

Rap di fine secolo [e millennio]
(o di G. M. Hopkins)
è meglio morire che perdere la vita
Frei Tito de Alencar Lima
fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a
finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e
frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti
boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della
stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo
e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte
con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo
e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi
fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz
ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua
dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire
protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello
Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia
due guerre due mondiali intendo e una mondializzazione che è pure peggio dico per
quelli della stiva e i primi spazzati dal ponte a colpi d’onda finanziaria dopo onda
finanziaria col mare delle valute a forza sette-otto e strani figuri italo-americani che
si aggirano nei corridoi e nel salone e in sala macchine e fino al timone al radar con
bottiglie e bottiglie di whisky di contrabbando strette sotto i pastrani inseguiti a sirene
spiegate da alcolizzati in divisa che deràpano-àpano sul cassero e sgommano a proravia
ma ce n’erano a milioni poi acquattati dietro trincee e barricate da Parigi a Stalingrado
studenti e filosofi e soldati e intellettuali e imboscati contro il Reich e la società porca
e borghese nella tundra innevata e al sole dei boulevard e a Berlino poi gruppi sparuti
ma armati e a Roma sui tetti i tiratori scelti tutti tesi a centrare raffica dopo raffica il
cadavere accosciato nel bagagliaio rosso che pulsa ad ogni pallottola come di nuova
vita poi la vite spietata che gira e stringe ogni nostro respiro col fumo nero della stiva
E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno - nemmeno per sentito dire - immagina lo splendore?
e tanto per cominciare uno sparo un semplice sparo a Sarajevo poi esplosioni in serie
raffiche e sordi boati a poppavia e a Milano, Brescia, Bologna e sui treni squarciati giù
nella stiva e c’è chi giura d’averne visto uno di ferroviere volare fuori dalle finestre del
salone spinto in mare da un pulotto col cognome da terrone e c’è chi giura d’aver visto
quello stesso pulotto ucciso dal fuoco amico di sbarramento d’insabbiamento e trincee
sul Grappa sin sulla cima innevata dell’albero maestro e ad Anzio e ad Ostia a Napoli
e tanto per proseguire coi cavalli lanciati alla carica sul ponte di terza la tromba di Bava
Beccaris che squilla repressione e Tambroni dalla sala radio dirige le ondate dei celerini
che spazzano il quadrato fin sotto a Valle Giulia calpestando Alice i suoi specchi e il
walk-man e ustascia cetnici che corrono nei corridoi a caccia di scalpi indiani di scalpi
metropolitani da offrire poi in sacrificio a questo secolo così breve da stare tutto in una
poesia tanto breve da mozzare lì il millennio tanto breve da stare tutto in un solo gulag
«C’è chi mi trova spada qualcuno
Invece la flangia e la rotaia; fiamma
Zanna, o flutto» la Morte batte sul tamburo
e le tempeste strombazzano la sua fama.
Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra - Polvere!
Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,
Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere
Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.
dico dei tempi quando Pasolini era un ricchione Balestrini un terrorista dico del tempo
che fascisti ne incontravi sempre troppi alla porta della cabina al bar in sala macchine
e qualcuno pure al timone nè si prendeva poi nessuno tutti scappati sotto La Moneda
a dar man forte ai cugini americani a far fuori lo zio di una nota scrittrice lo zio cileno e
comunista o a tagliar le mani a cantanti-conoscenti musici-fiancheggiatori pre-fujimori
a internare lavoratori a sorvolare Viña del Mar radenti mitraglia tra i denti per la libertà
dico del tempo che a Piazza Statuto masse di operai-massa incontrollabili a ondate dentro
e fuori dalla piazza e dal sottoponte disperse con le jeep della Fiat col manganello con le
pistole della Beretta coi frutti del lavoro e dell’operosità ricostruttiva e resistenziale e loro
o almeno i loro figli e io con loro a Roma a buttar giù dal càssero il sindacalista in capo e
poi inseguiti da celerini e operai-massa coi lacrimogeni e le chiavi inglesi e noi sporti fuori bordo a
vomitare per il mal di mare ma la nave lei accelera accelera altro che contestare
Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare
Le folli-dolci-donne di sotto
L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare
Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto
Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:
Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto
Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare
contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?
c’erano un po’ tutti chi sul ponte di comando chi nella stiva o spuntando dai boccaporti
ismo su ismo pop e cubisti orfani orfici e orfani avanguardisti espressionisti e surrealisti e tanti e
tanti quelli rimasti in terza a filo d’acqua tutti che protestano che ti svolazzano accanto come
mosche sul naso del cocchiere patafisici e petrarchisti figurativi e poveri astrattisti e
dodecafonici e grunge tecno e pulp e istrioni e pagliacci ed eroi organici alle masse e le
masse che nemmeno lo sanno che si telenovellizzano in vena e godono del nulla
ma c’è un mare un oceano sconfinato da dada a dada c’è un sargasso un triangolo
imbermudato c’è il sudore di un secolo tutto polverizzato in bit fatto silicio e memoria
attiva c’è un video lungo cent’anni tutto sulle nostre povere rètine bruciate irretite tutto
da vedere a costo di tener su le palpebre con stuzzicadenti fino alla feccia impressionante
di queste nostre rovine sfavillanti del latex steso sul disastro delle falle che squarciano
lo scafo sul vibrore frenetico che scuote la nave sul sibilo acuto delle macchine a scoppio
Ed io la mia mano baciando
Fino alle stelle, al bello-frantumato
Stellato, fuori di sé espandendo;
Bagliore, gloria del tuonato;
Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato
Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,
Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato
Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo
è stato come schianto soffice ed acqueo come cascata gelatinosa di marmellata e idee
appiccicose come lebbra mentre lo scafo ruotava e li ho visti uno dopo l’altro cadere senza
essere colpiti fottuti epidemia dopo epidemia infettati definitivamente da questa fine fredda e
strisciante e poi si sono visti in fila incatenati sfilare gli ultimi irriducibili che
pesi scontavano i loro sogni e loro violenza e si sono visti i profeti montati sull’albero
maestro urlare che tutto va bene tutto va bene va bene va bene mentre la chiglia singhiozza
e incrina mentre il ghiaccio possente ed aguzzo apre le connessure e sono tutti lì in cabina
che si guardano il loro naufragio in tivvù mentre sul ponte di comando si mangia e si beve
e si cercano giovani donne esperte in lingue straniere e neo-schiavi per servire in tavola
mentre che ormai le scosse sono troppe mentre son tutti lì che provano a cambiar canale a
cambiar destino a cambiare moglie figli e lavoro a cambiare idea a pensare che in fondo
con tutta quella nebbia lì fuori è meglio morir dentro al caldo come ratti sazi ruttando
La Speranza grigi crini mostrava
La Speranza aveva messo il lutto
Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava
La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto
E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato
Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto
E infine vite furono strappate al ponte spazzato
E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava
come un colpo che c’ha colto al diaframma come un colpo stolto che c’ha morto un colpo
solo per finire la Cagol un colpo solo per non soffrire più sempre meglio che i brandelli di
pelle sparsi sotto il traliccio sempre meglio del calcio di un fucile un colpo per svuotarci
la scatola cranica e inzepparla di merendine sofficine di telefonini dietetici di terze quarte
quinte case e la sicurezza vuoi mettere la sicurezza un colpo solo mentre la prua ormai inabissa e
gorgoglia e c’è chi fa mercato nero di scialuppe e salvagente e c’è gente c’è
gente che mente come vive e vive come mente anche ora mentre nuota a stracciafiato e
congela in flutti color fine-millennio come un colpo sordo che dice chiaro che del Vietnam
chi vuoi che si ricordi più e del Chiapas chi vuoi che si ricorderà e non c’è trucco non c’è
inganno non c’è beffa non c’è danno una semplice fine d’anno qui sul Deutschland qui per
un crack uno strike e ora che la nave non c’è più che resta solo il mulinello che sprofonda noi
diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita.
Nota: Questo testo utilizza citazioni tratte da The Wreck of Deutschland [Il naufragio del Deutschland] di G. Manley Hopkins, le traduzioni dall’originale inglese sono mie. Tutte le citazioni sono rese in corsivo.
da Farfalle da Combattimento, Bompiani, 1999
www.lellovoce.it
Ceci tuera cela? La letteratura, la condivisione, la rete

Attenzione: questa discussione
avviene in interconnessione
sul sito di Psiche e di Terrarossa.
Sbirciate e dite la vostra!
intervento di Luciano Pagano su Tabula Rasa n.04 e sul suo blog
Di recente il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi, in visita nelle Puglie per presentare il suo primo romanzo, ha avuto modo di essere intervistato sul “Corriere del Mezzogiorno” dal poeta e giornalista Enzo Mansueto. Maurizio Cucchi, sempre di recente ha curato/sottoscritto un volume antologico dedicato alla “Nuovissima poesia italiana” per i tipi di Mondadori. L’attenzione critica di Maurizio Cucchi nei confronti della poesia e della lingua italiana, della prima come critico e della seconda come scrittore, è pressocchè indiscutibile. La sua antologia pubblicata nella collana dei Meridiani e curata insieme a Stefano Giovanardi (Poeti italiani 1945-1995), costituisce il secondo tassello di un discorso antologico iniziato da Pier Vincenzo Mengaldo nel 1978 e, allo stesso tempo, si propone come riferimento per una generazione, non soltanto di lettori, cui appartenevano nell’anno in cui fu pubblicata l’antologia “Poeti italiani del Novecento”, bimbi ancora in fasce o addirittura non-ancora-nati; si tratta di quella generazione che comincia oggi ad essere presentata e raccolta in altri progetti editoriali. Con ciò risulta evidente, accostata alla militanza giornalistica di Cucchi, la conoscenza della materia. Ma torniamo all’intervista del Corriere. L’argomento toccato, ad un certo punto, è stato l’esplodere della nuova oralità poetica, dei reading, di movimenti legati alla poesia e alla sua espressione. L’intervistatore chiede un parere su Lello Voce. Cucchi risponde anzitutto chiarendo che questo fenomeno non è affatto recente e poi, molto brevemente, dicendo che se lasciamo la poesia in mano a persone come Voce forse è meglio che andiamo a giocare tutti a pallone.
La bellezza di (certi) giudizi critici si misura, anche, dalla commistione dello stile, della competenza, e della singolarità che i giudizi stessi vogliono racchiudere in maniera apodittica. La sottrazione dell’immagine e il rifiuto da parte dello scrittore, rifiuto programmatico messo in atto ed enunciato ad esempio dai Wu Ming (cfr. Manifesto, da home page di www.wumingfoundation.com), il rifiuto da parte dello scrittore di intervenire in argomenti che non gli competono minimamente, che esulano dalla sua poetica, dalla sua ricerca, da tutto ciò che non è scrittura, ebbene questo rifiuto è legittimo. E’ interessante vedere come una posizione così forte (dove la ‘forza’ è un semplice concetto che bilancia la debolezza filosofica cui ci abituano certe descrizioni postmoderne) venga da scrittori che operano (anche) in rete piuttosto che da intellettuali che migrano da uno studio all’altro, parlando di letteratura, della loro ultima fidanzata, del loro piatto preferito o di tutte e tre le cose insieme. Antitetici a queste forme di intellettualismo sono tanto Maurizio Cucchi quanto Lello Voce. Tornando all’esegesi della risposta su Voce espressa da Cucchi, sfruttiamo questo concetto dei Wu Ming, in che modo? Cercando di capire quale aspetto dell’agire culturale di Lello Voce sia passibile della critica cucchiana, che sfocia in un invito a recarci allo stadio, oppure, lama a doppio taglio, a sederci in casa ad osservare gli ottavi di finale della Champions League piuttosto che a leggere un libro o, se ci chiamiamo Lello Voce, a scrivere dei versi.
Il pretesto iniziale è utile per questo, la rete dopo diversi anni non è più il luogo par excellence dell’underground letterario, dei sentieri interrotti e delle pagine scadute, dei siti commerciali delle case editrici, dei forum chiusi, la rete è discussione e qualità, nonché possibilità concreta di far nascere e veicolare discorsi di natura ‘storico-letteraria’, questo articolo presenta alcuni spunti di riflessione in tal proposito.
2] La prosecuzione della letteratura con altri mezzi.
Il rapporto tra i lettori di poesia e i poeti è cambiato. E’ cambiato allo stesso modo il rapporto tra i poeti e la poesia stessa. E’ questo un periodo in cui uno dei sinonimi più accattivanti dell’agire culturale sulla rete è quello di condivisione. Qualcosa che nasce per essere espresso nasce per essere condiviso. Un incremento della condivisione costruisce le basi per quell’incremento del sapere che rende possibile la conoscenza, sapere è potere. La poesia è un patrimonio letterario e culturale non esclusivamente basato sull’azione della scrittura, il fatto che sia presente sui libri o che sia presente in rete è indifferente. ‘La parola è importante’.
La costituzione di un presupposto canone critico, non sappiamo fino a quando, sarà centrata sul vaglio della produzione cartacea.
Ciò implica che la letteratura poetica, per quanto la poesia ancora dirsi appartenente ad una nicchia, è comunque legata ad un discorso di circolazione dei materiali e quindi anche economico. Un critico letterario difficilmente potrà leggere due o trecento libri al mese, come difficilmente potrà soffermarsi su non più di una decina di testi in modo chiaro e imparziale. A ciò si aggiunga il fatto che spesso la poesia è veicolata il più delle volte su mezzi di indiscutibile pregio manifatturiero, edizioni a tiratura limitata, stampe che per alcuni editori specializzati non superano le cento/duecento copie di tiratura, cinquecento nel migliore dei casi. In poche parole certe ‘zone’ della produzione letteraria poetica letteraria sono situate all’esatto opposto di ciò che la rete rappresenta in termini di capacità di raggiuntimento del lettore. Edizioni limitate si ritagliano uno spazio nella marea di libri stampati (più di centomila all’anno); ‘contenuti’ sul web convivono sullo stesso plateux orizzontale (leggi anche ‘di orizzonte’) tra miliardi di pagine in rete. Il che significa, agli antipodi, che quando un libro di versi riesce a giungere nelle mani del lettore, in Italia, si grida ancora al miracolo. Questa situazione era lucidamente descritta in un libro comparso per Pratiche Editrice nel 1981, il libro in questione era “Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole”, tra gli autori ospitati e interrogati dagli studenti delle scuole c’erano, anche, Andrea Zanzotto e Maurizio Cucchi. Era chiaro, già allora, che il numero di lettori/acquirenti della poesia non era per niente considerevole.
Lo stesso Cucchi rispondeva così alla domanda “Quante copie sono state vendute delle sue opere?”:
“Il Disperso, pubblicato da Mondadori, ha avuto una tiratura di 2.000 esemplari, che poi vengono più o meno venduti, di cui 100-200 vengono distribuiti gratis a critici, amici, ecc. e gli altri che figurano venduti sono in libreria, o nelle biblioteche. In Italia si può calcolare che un libro di poesi di autore vivente pubblicato da un grosso editore venga letto – salvo gli addetti ai lavori – da 500 persone su circa 60 milioni di abitanti. Le cose sono peggiorate dal ’56 ad oggi dal momento che la tiratura media di un testo poetico rimane di 2.000 copie ed essendo aumentato il numero di abitanti è evidente che la diffusione della poesia è diminuita. Si dice nei rotocalchi che il cantautore è un poeta; ho il massimo rispetto per i cantautori, però la poesia è un’altra cosa, richiede un altro tipo di lavoro, un altro senso della parola. La facile riproducibilità delle opere di poesia toglie al mestiere di poeta molto del prestigio sociale e della importanza economica in confronto, per esempio, a quello del pittore.”
Ecco un'altra affermazione su cui si può ulteriormente riflettere. Quanti hanno scoperto le opere di Villon o Edgar Lee Masters, per fare un esempio, grazie all’ascolto dei dischi di Fabrizio De André? Certo è vero, le eccezioni confermano le regole. Tuttavia, quando si parla di “prestigio sociale” mi vengono in mente una serie di immagini evocative, Dante Alighieri che passeggia e viene additato come una persona che ha realmente compiuto un viaggio nell’Oltretomba è un esempio di immagine evocativa.
Emblematico a riguardo l’atteggiamento di Mario Luzi, nei confronti di Fabrizio De André, in un intervento intitolato proprio “Fabrizio De André, la chanson come letteratura” (5 novembre 1997, ora in “Mario Luzi. Una voce dal bosco”, Nuova Iniziativa Editoriale S.p.a., 2005) esordiva così “Caro De André, sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso”, per poi riconoscere il forte valore sociale e letterario dell’opera del cantautore, nel quale riconosceva evidentemente un’identità di percorso civile, a prescindere dall’iscindibilità di testo e musica, tuttavia tentando di leggere quei testi dotati di intrinseca ritmicità. Un’esortazione, certo, rivolta da uno dei poeti più rappresentativi del secolo ad uno dei suoi cantanti più espressivi; se proprio vuol darsi una regola che scinda la musica dalla poesia ‘letteraria’ lo chansonnier de “La guerra di Piero” è certamente l’eccezione che confermerebbe quella regola.
Venti anni fa, in Italia, il paragone possibile tra cantautori e poeti. Oggi, la ritrosia, per alcuni, nel riconoscere come buoni i risultati poetici di certi movimenti che nascono e utilizzano la rete, che, a scanso di equivoci, non è ‘additivo’ della poesia, semmai veicolo possibile, non tanto perché non ci sia della qualità in certi discorsi, ma forse perché alcuni discorsi risultano scomodi e non funzionali alla letteratura della distanza (Poesia Italiana) perché troppo vicini alla vita.
3] Nella frattura il percorso
Eppure è proprio all’interno di questa frattura (tra cantautori e poeti ieri, e tra scrittori in rete e scrittori fuori dalla rete, non semplicemente intesa come supporto) che si è delineato un percorso di continuità tra gli anni sessanta e oggi, nel mentre che è in atto una discussione sull’affrancamento/oltrepassamento del Gruppo ’63. Aldo Nove è stato curatore di un’antologia intitolata Covers, nella quale venivano presentati testi di canzoni tradotti in italiano da poeti. L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” reca come sottotitolo “album della nuova poesia italiana”. La commistione di linguaggi, già in atto, diviene una scelta programmatica. Non ‘antologia’, né tuttavia ‘collezione’ di testi. Con un rimando alla lingua inglese si dà una versione non tanto di ‘collection’, quanto di ‘compilation’ della poesia italiana di oggi, rendendo ragione di un movimento ampio di resa della poesia al pubblico. Gli stessi curatori vengono sono definiti come peejays, ‘deejay della poesia’, ‘poetry jammer’. Jamming & Slamming. Il fenomeno, al di là del suo valore documentario e letterario, può essere interpretato in duplice chiave. Una critica più superficiale potrebbe definire, questo, come un tentativo di ‘svecchiare’ la poesia, avvicinandola a quante più persone possibile. Questa interpretazione, se accettata come univoca, presupporrebbe che la poesia in genere sia un corpus agonizzante al cui capezzale si affannano nei modi più impensati medici, alchimisti e fattucchieri. Secondo me questi sono veicoli che non servono a ringiovanire, ma a confermare le origini della poesia, la poesia come canto, la poesia come narrazione lirica di ciò che accade, la poesia come tentativo difficilissimo e impervio di descrivere la realtà. Un fenomeno che è nato e si è accompagnato alla poesia dalla sua nascita a oggi. L’ermetismo di Celan non sarebbe comprensibile senza un ancoraggio alla sua condizione storica e biografica.
E’ un tentativo ben riuscito di rendere merito di un travaso oramai in atto tra “poesia e realtà” (vedi Poesie e Realtà ’45-’75, Il pane e le rose, Savelli, Roma, 1977, a cura di Giancarlo Majorino), tra azione e pensiero dell’agire poetico. In un mondo in cui non si è più capaci di ricordare la poesia deve giungere in soccorso, in un mondo dove siamo bombardati da informazioni e da miriadi di linguaggi differenti la poesia può fornire i mezzi per delineare orizzonti di silenzio nel mezzo del frastuono, se necessario con lo stesso frastuono trasmutare il silenzio che ne consegue, l’attimo infinitesimale che passa dalla fine di un verso detto e lo spegnimento del microfono. I musicisti raffinati potranno continuare a sostenere che questa non è propriamente musica, e i poeti altrettanto ortodossi potranno sostenere che non si tratta propriamente di poesia. Resta il fatto che queste produzioni rendono merito di centinaia di altre produzioni simili, in teatro, dove la poesia è disseminata e contaminata, lì anche la lingua muta.
4] L’antologia negata. ma il cielo è sempre più blu Lello Voce/Aldo Nove
1. Uno dei concetti più interessanti che Lello Voce trasmette durante i poetry slam è il concetto di comunità. Perché veniamo ad ascoltare in un reading un poeta che dice i suoi versi? Per esserne appagati? Perché partecipiamo da spettatori ad una lettura di versi, alla presentazione di un libro, ad un poetry slam? Per essere lì? Non escluso che a volte accada anche questo, ma che cos’è che spinge il lettore all’incontro con chi scrive? Il gesto di acquistare, ricevere, scaricare e leggere un libro è un gesto intimo che presuppone il cercare e, momentaneamente, la soddisfazione del desiderio nell’aver trovato, nell’opera che abbiamo di fronte, una risposta. In inglese e informatica diremmo query, è il meccanismo che ci spinge a vagare casualmente da uno scaffale all’altro di una biblioteca in cerca della risposta ad una domanda interiore. La presentazione di un libro, con l’autore o con un critico oppure con un semplice lettore appassionato che fa da guida, è un momento in cui si crea ‘comunità’, in un reading o in uno slam si raggiungono momenti che possono viaggiare dall’emozione alla repulsione in pochi attimi. Il concetto, tuttavia, è uno: non c’è una persona che parla davanti ad una platea, lo spettatore e l’attore sono sullo stesso livello.
Questa condizione può darsi se ci limitiamo all’ambito della parola scritta, dovunque essa compaia? La risposta è sì, la poesia può, nell’intimità della lettura, divenire lettura di se stessi; eppure l’urgenza di certe situazioni non può rimanere su un foglio di carta. La poesia è una moneta che acquista valore nello scambio continuo, nel non essere più propria (dell’autore) ma altra (di tutti). Questo è uno dei tasselli che compongono l’anima del discorrere-poesia di Lello Voce. Facciamo un passo indietro, al Gruppo ’93, per rintracciare, se c’è, l’origine e la premessa di questo operare:
“Le condizioni per progettare un lavoro poetico non sembrano più date dalla dicotomia tra lingua ordinaria e lingua seconda in cui realizzare lo scarto. La lingua ordinaria, oggi, è già in partenza estetizzata come comunicazione sociale. Il vecchio detto ‘si fanno più metafore in un giorno di mercato che in cento poesie’ all’interno di una mutazione complessiva delle situazioni e delle modalità comunicative, è diventato una realtà quanto mai pervasiva. Al rapporto norma-scarto potrebbero essere contrapposte diverse strategie di contaminazione” (“Baldus, Mariano Baino, Biagio Cepollaro, Lello Voce, Allegoria e torsione della lingua” in Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni,1990).
Il presupposto stesso della ricerca poetica andrebbe cercato nell’orizzontalità di un discorso sulla lingua, più che nella sua verticalità. Per quanto la poesia, nei secoli, possa aver attraversato periodi di fruizione legati essenzialmente ad ambiti elitari, perfino nelle corti doveva esservi ‘condivisione’ e, per quanto ristretta, ‘comunità’, il che tuttavia, oggi, non è più possibile. Non può darsi comunità senza dialogo tra i partecipanti e i componenti della comunità perché il dialogo è uno dei presupposti dell’idea stessa di comunità. La poesia non è soltanto una questione di scrittura e di lingua.
“Crediamo nella funzione essenzialmente comunicativa della poesia in quanto lingua e nostro obiettivo è quello di evitare l’afasia derivante dall’enfatizzazione del lavoro sul significante per indagare, attraverso la complessità dei livelli testuali, la complessità del reale”
E prima ancora “[…] la dicotomia insistente sulla centralità del Soggetto o, al contrario, sulla sua disseminazione” verso “una pratica testuale costantemente critica nei confronti dell’io lirico”.
La differenza che viene stabilita è tra poesia per sé e poesia per gli altri, questo sembrerebbe il messaggio. A questo si aggiunge, di recente, Fastblood (i cui testi riuniti sotto il titolo L’esercizio della lingua hanno ricevuto il Premio Delfini di Poesia 2003), l’ultimo lavoro su cd di Lello Voce, dove viene messa in gioco l’idea di brand, con utilizzo degli stessi mezzi dei media per apportare idee differenti, alternative ed contrarie ad una condizione che quelle idee ha generato.
2. La poesia quindi, quando non è soltanto parola scritta, quando è anche ‘discorso’ che travalica i confini della pagina, diviene interlocutrice di alcune logiche. Una delle possibili alterità rispetto alla poesia tradizionale potrebbe consistere nella dichiarazione di queste logiche e di un tentativo di risolverle senza che tutti, il poeta, la lingua, l’azione, ne risultino schiacciati. Le antologie sono state il punto di partenza di questo discorso. I criteri, la scelta dei materiali, la stesura delle schede critiche espellono un lavoro, poi visibile sotto forma di elenco, autori, poesie scelte. Antologia equivale a comunità.
L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” è differente, perché dell’antologia tradizionale, o meglio, di alcune cattive antologie, travarica l’impianto di catalogo per innescare il discorso, il suo filo conduttore, nell’impianto visibile dell’antologia. Il progress che ne risulta è esso stesso telaio della proposta editoriale. Perché, dunque, antologia negata?
Rimandiamo al sito di Lello Voce (www.lellovoce.it) per ogni notizia riguardante il difficile percorso editoriale di questa operazione, conclusosi nella sua diffusione dal sito stesso.
Il sottotitolo dell’opera recita “album della nuova poesia italiana”. Lello Voce ha prodotto due testi accompagnati da cd (“I segni i suoni le cose”, Manni e “Farfalle da combattimento”, Bompiani) oltre al già menzionato FastBlood. Mentre Aldo Nove ha curato nel 2001 Covers nelle galassie oggi come oggi (Einaudi). Di conseguenza esiste un richiamo sotteso al fatto che i poeti contenuti in questa antologia non possono essere scissi dal loro agire poetico e performativo. Tra gli altri troviamo testi del collettivo torinese Sparajurii, impegnato in laboratori di scrittura, performance di reading e produzione di cd audio, dove viene condotto l’interessante esperimento, se così potremmo definirlo, di mixing poems with music, laddove al posto di musiche originali vengono utilizzati pezzi musicali noti (dai The Doors, fino a Lou Reed, passanto per Brian Eno), con un effetto di risulta straniante, dovuto anche alle tematiche affrontate nei testi. Ma procediamo all’interno del testo.
3. Abbiamo detto che la peculiarità di questo testo è nel telaio, l’antologia è infatti un racconto. Tra una poesia e l’altra, infatti, brevi frammenti di prosa delineano un discorso. Inoltre è interessante la suddivisione tematica in sezioni (le rovine, i ruoli, il lavoro, la discoteca, il sesso, la memoria, la violenza, l’amore, le merci, la lingua, il sogno [vostro]). Le sezioni delineano un catalogo all’interno del catalogo. C’è un testo di Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero, che racchiude in una poesia terribile quello che da venti, forse trent’anni ci è accaduto intorno. L’ansia smodata di un paese che cerca verità e trova televisione. Perché dunque la prosecuzione della letteratura con altri mezzi? Perché la poesia deve essere critica e, attualmente, la rete fornisce il grado di libertà adatto perché la critica sia recepita in modo capillare, come è giusto che sia per tenere il passo con chi è onnipresente e onnicomunicante. E se la realtà diventa più cattiva allora anche le antologie non devono descrivere lo status quo della poesia ma devono farsi portatrici di una proposta differente. Citiamo una poesia di Luciano Erba (in Pier Vincenzo Mengaldo, Poesia italiana del Novecento, 1978), intitolata “Le giovani coppie”:
Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.
La linea lombarda si assesta su un’espressione dei moduli del quotidiano in versi, in una circoscrizione del fatto reale tramite descrizioni ‘esatte’, nei suoi esiti più spontanei questa poesia traduce un nuovo-realismo (non neorealismo). Ci vorranno anni per arrivare a raggiungere la stessa cruda spietatezza (vedi Ecce Video, di Valerio Magrelli) del quotidiano che, ad esempio, si ritraccia nei versi di Gabriele Frasca antologicizzati qui da opere già pubblicate. Oggi però sembra che il tentativo più atteso sia quello di tradurre in versi il reale, con tutta la sua insensata mostruosità e, nello stesso tempo, di cercare una soluzione. Lo specchio si è infranto e l’incanto si è rotto. A distanza di cinquant’anni il reale è edulcorato, in altri contesti si cerca una poesia che colmi il divario tra il dopoguerra e l’oggi. Mi vengono in mente certe atmosfere rintracciabili in “Le luci gialle della contraerea” (Mario Desiati, LietoColle), quale forma di impegno può essere attuata, da una generazione che ha vissuto sulla sua pelle virtuale la visione di una guerra reale a distanza? Le nostre case possono essere paragonato a rifugi? Il rifugio è altrove. Alla poesia, con il tramite della rete, si chiede di aderire il più possibile alla realtà. La stessa sete di reale giunge dalle redazioni delle riviste letterarie. Sullo stesso percorso si muovono le voci poetiche dell’agire, seminate in un paese dove il verso è detto e cantato, in teatro e in musica. Aedi cui non spetta il compito di costruire dopo le rovine, ma di rendere possibile la costruzione anche nonostante le rovine.
Ho incominciato questo intervento citando un’intervista di Maurizio Cucchi. Uno dei passaggi di quell’intervista racchiudeva un pensiero scomodo, quasi in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza nello stesso luogo.
E. Mansueto) E che dire di internet: la rete sta erodendo la pagina scritta? (M. Cucchi) <<Io credo che la pagina sia una casa in affitto. La poesia non è necessariamente parola scritta. Sta nel nostro cervello. Uno può comporre a memoria e ripetere oralmente. La pagina è un luogo, un supporto su cui depositare la parola. La parola è la cosa importante>>. (Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2005, supplementoe de Il Corriere della Sera).
L'arte. Espressioni e dimensioni. Poesia e canzone oggi/2

Attenzione: questa discussione
avviene in interconnessione su questo link sul sito di Psiche/ Irene Leo. Sbirciate e dite la vostra!
segue dall'11/01/2006
A De Gregori fa eco Guccini che canta ne “L’avvelenata”: “però non ho mai detto che a canzoni / si fan rivoluzioni, si possa far poesia”. E sostanzialmente Guccini è su posizioni simili a quelle di De Gregori. Se ne discosta, almeno in parte, un ex autore ora più noto come poeta tout-court, Umberto Fiori, che peraltro dimostra coi fatti come i due mondi non siano poi così distanti. Nel suo libro “Scrivere con la voce” dedica due interi capitolo ai “poeti italiani e la canzone”: il primo analizza l’apporto dato dai poeti professionisti alla canzone (rare tracce di Pasolini, Calvino, Roberto Roversi) e il secondo affronta il tema a noi caro. E scrive: “A ben vedere alla poesia (che sconta una vertiginosa perdita di autorevolezza) si rimprovera di non avere una bocca, una voce, un corpo: di essere solo scrittura” concludendo che “la poesia non può e non deve eludere ancora per molto il confronto con la parola incarnata e innanzitutto con la canzone. Confrontarsi non significa adeguarsi. Credo anzi che proprio da un confronto le differenze e i contrasti finiranno per risultare più chiari”. Un’altra poetessa, Donatella Bisutti interviene sul tema nel suo libro “La poesia salva la vita”: “Nella percezione del pubblico si manifesta sempre più una tendenza a eliminare ogni distinzione tra poesia e canzone e ad assimilare gli autori di canzoni ai poeti … per i giovani è l’unica forma di “poesia fruibile”, l’unica forma di accesso a un testo letterario in versi”. Prosegue poi citando una serie di contatti stretti tra versi di cantautori e poesia (Conte, Ciampi, De André, Guccini) per concludere: “nonostante questo, testo poetico e testo per canzone, anche quando sembrano avvicinarsi fino quasi a coincidere, restano pur sempre qualcosa di diverso, perché il loro intento e la loro destinazione sono differenti”.
Proseguiamo? In ordine sparso: Fabrizio De André che dissimula, ma non nega , citando Croce: “fino all'età di 18 anni tutti scrivono poesie. Dai 18 in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, per precauzione, preferirei considerarmi un cantautore”.
Eugenio Montale: “La verità è che la parola veramente poetica contiene già la propria musica e non ne tollera un’altra: e che solo la parola poco o punto poetica sopporta di essere l’attaccapanni di una successiva poesia”
Roberto Vecchioni: “La poetica di gran parte della canzone d'autore ha un'altezza parallela, quando non addirittura maggiore, a quella della poesia scritta [...]. E poi, mentre la poesia scritta utilizza un solo significante, cioè la parola, la poesia musicata ne presenta almeno tre: parola, musica e interpretazione. Infatti c'è anche la voce, la resa fonica, la performance, che è fondamentale”.
Maurizio Cucchi: “Il nostro è un lavoro sui tempi lunghi, non compatibili nell'era della comunicazione immediata. Gli intellettuali che fanno tendenza sono quelli, presunti tali, dei talk-show. Conta di più la battuta dell'ultimo comico che la riflessione approfondita di un filosofo. Anche per quanto riguarda la poesia qualcuno tende a confondere i poeti con i cantanti di musica leggera”. E ancora: “In genere chi dice che la canzone è poesia non legge la poesia. Purtroppo c’è qualcos’altro da aggiungere, e non è poco: le canzonette dei cantautori, sono quasi sempre musicalmente povere, poverissime, rudimentali. E possono dunque piacere sul serio soprattutto a chi non è abituato all’ascolto di vera musica”.
Francesco De Gregori: “Il testo di una canzone usa schemi tecnici che sono tipici della poesia: il verso, la ritmica, la ricerca della rima. Nella musica però compaiono elementi diversi, ad esempio ci sono le pause. Non solo. Puoi fare un verso di sette sillabe e subito dopo di nove sillabe. In poesia no, i conti non tornerebbero. In musica sì, perché al posto della sillaba che manca metti una pausa musicale. Rimane quindi il fatto che le canzoni hanno una storia loro. Si può dire, è vero, che oggi le canzoni, soprattutto tra i giovani, abbiano un po’ preso lo spazio che una volta aveva la poesia. Ma sono due oggetti diversi. Io mi incazzo sempre quando mi dicono: ‘Questa canzone è una bellissima poesia’. No, questa canzone semmai è una bellissima canzone. Di poesie brutte te ne posso dare a chili. Se volessi scrivere poesie, perché dovrei faticare con una chitarra? Sono un lavoratore manuale, non sono un intellettuale. I poeti stanno nell’empireo, io sulle dita delle mani c’ho i calli…".
Angelo Branduardi: “"La forma canzone è diversa da quella poetica. Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca”.
Francesco Guccini: “Se fossi poeta, se fossi più bravo e più bello / avrei nastri e gale francesi per il tuo cappello”. Oppure “Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino / le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino; / ma non ho scuse da portare, non dico più d'esser poeta, / non ho utopie da realizzare, / stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta”.
Fernanda Pivano: “in questi anni non esistono poeti, ma esistono solo cantautori. E De André è stato il più grande poeta contemporaneo, forse il più grande oggi in Italia”. “De André è sicuramente il più grande poeta che questo Paese abbia avuto, non ci sono dubbi.
Maurizio Cucchi: “La signora Fernanda Pivano insiste nel dire che Fabrizio de André è un grande, grandissimo poeta. Anche sul recente numero di “Io Donna”. Perbacco, ho stima della celebre americanista, e De André è stato un bravo autore di canzonette, ma finiamola con queste scemenze. Amici, fate attenzione! Il Novecento ha prodotto una serie formidabile di poeti straordinari: basta leggerli, per capire che non c’è alcun bisogno di rifugiarsi nella musica leggera. “Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora” vi sembrano bei versi ?!”. (A me sì – NdR)
Edoardo Sanguineti asserisce che molte canzoni di oggi, rispetto alla poesia odierna, conservano l'attenzione al discorso melodico.
Potremmo andare avanti a lungo e citare poeti come Allen Ginsberg e Beno Fignon che hanno amato accompagnarsi con strumenti musicali nelle loro performance poetiche o cantautori come Van De Sfroos e altri che, a un certo momento, hanno deciso di musicare delle proprie poesie, ma preferiamo chiudere con “L’anima dei poeti”, un libro intero che tratta di questi argomenti, pubblicato nel 2003 dal Club Tenco con l’editrice Zona, come atti del Convegno omonimo svoltosi a Sanremo dal 23 al 25 ottobre 2003 e dove sono intervenuti un po’ tutti: da Enzo Vendrame allo stesso Vecchioni, da Eric Andersen a Umberto Fiori, da Franco Fabbri a Patti Smith, da Marco Paolini a Fernanda Pivano, coordinati da Enrico De Angelis e Sergio Secondiano Sacchi.
Anche qui cogliamo fior da fiore: Morgan quasi riecheggia Donatella Bisutti: “La mia tesi è che in ultima istanza è bene che gli ambiti siano separati: che la poesia rimanga poesia e la canzone rimanga canzone. Solo così riusciamo a valorizzarle per quello che sono: differenti generi, differenti sguardi sulla parola, due modi diversi di intendere il verbo”.
Sergio Staino: “Aspettiamo che l’Accademia dei Lincei riconosca finalmente ai cantautori questo loro ruolo di profondo rinnovamento della poesia in Italia. Se ancora oggi qualcuno si interessa di poesia è perché ama Francesco Guccini e quindi lo viene a sentir parlare anche di poesia. Altrimenti la poesia vivrebbe una vita ancora più stenta”.
Guccini: “Con Roberto Vecchioni ci siamo detti “Basta con la polemica tra poesia e canzone che si trascina da anni”. Insomma sia autori di canzoni e non di poesia. E’ semplice. Non ha senso questa polemica. Ci sono poesie belle e canzoni belle e ci sono poesie brutte e canzoni brutte. Quando mi dicono “Sa, lei non scrive canzoni, scrive poesie”, rispondo “No, io scrivo canzoni”. Perché la tecnica è diversa, l'intenzione è diversa"
...continua...
L'arte. Espressioni e dimensioni.Poesia e Canzone oggi / 1
Cominciamo oggi esponendo un primo stoc di alcune delle voci più autorevoli in merito all'eterna diatriba tra poesia d'autore e canzone d'autore. Scansiamo il confronto tra poesia e canzonetta. Dacché esistono circuiti commerciali globali e la cultura pop, questo si annuncia come un confronto senza soluzione di continuità. Ma solo forzando la vista e tifando per i poeti, perché non credo che il confronto possa essere sostenibile se si getta uno sguardo alle vendite, in definitiva alla possibilità di farsi conoscere se non proprio di farsi leggere da parte degli autori.
Basta affrontare l’argomento nei dintorni di De Gregori per essere accolti da un ringhio, basta sussurrarlo dalle parti di Vecchioni o di Bubola per essere accolti invece da un “perché no”? Ma anche ne “Le strade di ieri”, vi ricordate? De André cantava “i poeti che strane creature” e De Gregori “I poeti che brutte creature”. Vecchioni peraltro si è buttato sul tema con “I poeti si fanno le pippe / coi loro ricordi / la casa, la mamma, le cose che perdi / e poi strisciano sui congiuntivi / se fossi, se avessi, se avessi e se fossi, / se fossimo vivi” (“I poeti”). Salvo poi dedicare svariate poesie al mondo poetico (Alda Merini, Arthur Rimbaud, Fernando Pessoa).
Massimo Bubola, intervenendo sul tema dice: “Come è noto, l'Occidente è un paese malato di classicità e soprattutto in Italia la poesia è nata in ambienti colti, chiusi, decisamente autoreferenziali. La musica popolare, però, ha avuto il merito di scendere tra le persone comuni, parlando un linguaggio universale e offrendo in questo modo un immaginario collettivo nel quale potersi riconoscere. E poi ricordiamoci che la canzone del Novecento ha dato degli autori fondamentali per tutti noi. O forse c'è ancora qualcuno che crede che Bob Dylan, Leonard Cohen e Fabrizio De André non siano dei poeti?”.
No, non lo dice nessuno, ma c’è chi, come il solito bastian contrario De Gregori afferma: "non sopporto chi dice che la canzone è poesia" e ancora "Io non voglio fare un sezionamento delle mie canzoni […]quando leggo "Paolo e Francesca" non mi chiedo Gianciotto cosa c'entrasse in realtà, a che pagina del libro li ha trovati che si baciavano, se abbiano scopato o meno […]. E una curiosità per niente sana. E' una curiosità puntuale, didascalica, a cui ci ha abituato una scuola fatta da maestre vecchie e impreparate. Non è così che va guardato né un quadro, né una canzone, né niente".
Continua...
La Puglia e i mulini a vento. La bolletta energetica.
Qualunque situazione ogni italiano stia vivendo, in qualsiasi luogo della nazione, dal 1 gennaio dovrà pagare di più per utilizzare tutte le fonti di energia.
Nel primo trimestre 2006 la bolletta del gas, al lordo delle imposte, aumenterá dello 0,7% e quella dell'elettricitá, sempre al lordo delle imposte, del 2,5%. Complessivamente l'aumento per le famiglie sará quindi pari all'1,3%, ovvero 7 euro in più per il gas e 9,2 per l'elettricità.
La questione è stata introdotta dall'Autorità per l'energia elettrica, giustificata come onere "a sostegno della produzione di fonti per l'energia rinnovabile" ed in seguito alla crisi petrolifera venutasi a creare per una situazione nella quale gli itasliani a suo tempo nojn vennero neanche interrogati.
E l'onere verrà applicato a tutta l'Italia, senza distinzioni. Quando c'è da rastrellare soldi,...
Eppure alcune distinzioni andrebbero fatte. In Puglia, ad esempio. Spero che i miei conittadini sappiano che la nostra regione è un caposaldo della produzione energetica italiana. E spero anche che sappiano che questo primato ci costa tanto e ci rende niente. Né sul piano economico, né sul piano etico. La regione Puglia produce energia ben oltre il suo fabbisogno. Cerano con i suoi fumi, la sua arretratezza e la palese ingiustizia che l'ha messa su, è sempre li a ricordarcelo.
A questo punto le domande sono due: perché l'energia che produciamo in più e che vendiamo all'estero non produce ritorni significativi in benefici per la regione? C'è forse un gap nel quale i soldi s'inceppano, si accumulano, svaniscono?
Infine, come recita lo slogan di una compagnia telefonica, perché pagare di più? Questa domanda la giunta regionale pare se la sia posta, e nel nuovo piano energetico e di sviluppo ambientale, la Regione provvederà a sgravare gli aumenti, proprio in virtù della sovrapproduzione e dei rischi ambientali e socio-sanitari che quotidianamente affrontiamo per produrre energia. Sarà sufficiente? E questo non è per caso un modo di accettare gli ecomostri e conviverci?
Il futuro è pieno di dubbi, e la Puglia si potrebbe preparare sì ad un futuro di rinnovamento, ma rischia di battersi con fantocci, visioni create ad arte.
Mulini a vento, per l'appunto.
Andrea Zanzotto. Epifania.
Punge il pino i candori dei colli
e il Piave muscolo di gelo
nei lacci s'agita, nel bosco.
Ecco il mirifico disegno
la lucente ferma provvidenza
la facondia che esprime
e riannoda e sfila
echi, gemme, correnti.
Tra voi parvenze e valli appena
sollecitate dal soffio del claxon,
mormorate dall'alba,
valgo come la foglia che riposa
col vivo cardo col bozzolo e l'oro,
valgo l'onda minuscola
che fu tua sete scoiattolo un giorno,
valgo oltre il dubbio oltre l'inverno
che s'attarda celeste ai tuoi balconi,
valgo più che il tuo stesso
venir meno con la neve
che il motore per sempre, fuggendo
dietro al sole, tralascia.
da Vocativo, Mondadori, Milano 1981





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