PPP. L'alba meridionale

L'alba meridionale
II
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da carità, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
però con mia gongolante leggerezza perché qua,
non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia
della Preistoria che a tutto ciò darà senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritori…
Verso il 2 novembre.

a quasi trent'anni dall'assassinio di PPP, la verità non si conosce. Ecco un articolo postatto da Genna interessante e provocatorio, anche se le ultime dichiarazioni dell'assassino di PPP smentiscono la tesi di Pischedda, confermando quell'icona di intellettuale scomodo che secondo il giornalista è stata creata ad hoc. Quella che Lecce si prepara ad affrontare è invece una commemorazione che rimane ancorata all'essere poeta ed artista. Alla sigla iconofacente aggiungiamo PPP, poeta.
dal sito di Giuseppe Genna:
Pasolini: dal mito della morte al mito del morto
di Bruno Pischedda
[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere "Pasolini". E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]
"Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l'adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica."
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, "MicroMega", 4/95). A distanza di oltre vent'anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c'è modo di rescindere l'opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l'apice violento, lo scempio conclusivo.
Poco importa se ammontano ormai a decine le pubblicazioni biografico apologetiche dedicate a Pasolini. Né sembra rilevante che la più parte di questi testi finisca con il costituire una sorta di sottogenere specialistico, di scrittura combinatoria dalle soluzioni alquanto limitate. Perché si può anche partire dalla fine, come fa l'americano Barth David Schwartz nel suo imponente Pasolini Requiem (Marsilio, 1995), e poi tornare a disegnare un inizio e una maturità intellettuale già votata all'autodistruzione. Oppure, come propone Giuseppe Zigaina in Hostia, stesso editore e stesso anno, si può individuare una linea esoterica, alchemica, che collegherebbe le poesie, i romanzi e persino i quadri pasoliniani a una vicenda umana dai connotati sempre più mistici e sempre più equivocamente emblematici. Questo e altro si può fare (è stato fatto). Ma al centro o in cornice, con grande dispendio di pagine e di pathos, resta in ogni caso un "progetto letterario fondato sulla morte": rimane il "Mysterion", il sacrificio supremo, di cui le opere scritte non rappresenterebbero che la "figura".
Sulla fine tragica di Pasolini - secondo aspetto macroscopico del genere - si possono intessere d'altronde le trame più libere. Poco più di un fatto di costume, di bassa speculazione pubblicistica è stato considerato il libro in cui Pino Pelosi, l'assassino, ha ribadito ostinatamente la sua versione dei fatti: adescamento, richiesta di prestazioni non pattuite, colluttazione, omicidio (Io angelo nero, Sinnos, 1995). Troppo allettante è il dubbio del complotto, e troppo suggestivo denunciarne l'occultamento. Per cui può capitare, in una ricostruzione giudiziaria pur documentata come quella di Marco Tullio Giordana, che si consideri la morte del poeta un "ennesimo capitolo di quella strategia della tensione in atto all'epoca in tutto il paese" (Pasolini. Un delitto italiano, Mondadori, 1994). Mentre più esplicito, e se possibile più irresponsabile, è Dario Bellezza, che nei giorni della sua stessa agonia scrive: "Allora, all'inizio, anch'io pensai ai fascisti. Mi sbagliavo: dietro il delitto pilotato c'erano, forse, i Servizi Segreti (Pasolini era sulla lista del SIFAR), o la Gladio che prendeva ordini da Andreotti che non poteva tollerare critiche al suo operato di potente democristiano" (Il poeta assassinato, Marsilio, 1996).
Ma da dove viene dunque una così ostinata resistenza all'accettazione di un omicidio, squallido se vogliamo, ma anche tanto probabile nei termini in cui l'ha confessato il colpevole? Perché tanta voglia di sacrificio e di intrigo? Rifiutare le ammissioni dell'uccisore, e il dispositivo di una sentenza ormai passata in giudicato, è un atteggiamento che dice molto. Nico Naldini (e fin da subito amici intimissimi del poeta come Sandro Penna, Elsa Morante) ha scritto recentemente di aver sempre creduto alla deposizione di Pelosi: "anche nei particolari". Ma il fatto, spiega, è che si è voluto inventare "una figura di intellettuale scomodo e perseguitato perché Pasolini non desse imbarazzo come omosessuale". E che tipo di omosessuale! "Da tempo aveva adottato il sadomasochismo anche con rituali feticistici". Né aveva mai tentato di celarlo, "sia nelle ultime poesie, sia in quelle giovanili, dove si era raffigurato come Cristo-giovinetta nel martirio della Croce" (Il treno del buon appetito, Guanda, 1995).
Può essere, in effetti, che rifiutare l'omicidio di Pasolini secondo i modi accertati per via giudiziaria sia un inconsapevole o ipocrita bisogno di occultare post-mortem la diversità irriducibile e irrefrenabile dei suoi costumi sessuali. Può essere, ma non mi pare tutto. È anche un tentativo di preservarne la statura di vate: un modo per custodire un'immagine mitica, consacrata, ponendola fuori e al di sopra di qualsiasi giudizio. "Se si dimentica che Pasolini era un poeta, sempre, anche nei minimi atti della sua quotidianità, non si capisce niente di Pasolini." A tanto ci esorta Bellezza, dopo aver spiegato, con cinismo persino imbarazzante, che assai difficilmente lo scrittore si sarebbe lasciato uccidere da un "marchettaro": "si sarebbe ben difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi. Il ragazzo non avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi, avrebbe fatto i suoi atti mercenari e basta".
Una statua marmorea da onorare senza riserve, al di là del bene e del male, delle luci e ombre che come in ogni uomo convivono: ecco quanto rimane del poeta di Casarsa. Oracolo e deprecatore dei grandi processi sociali che stavano mutando l'Italia degli anni sessanta e settanta, egli riunì in sé le funzioni di vate e di sciamano, di esteta e di monitore nazionale. Fu Carducci e fu D'Annunzio. Nessuno, accanto o dopo di lui, vi è più riuscito. Non Giovanni Testori, il cui visceralismo trasgressivo e moraleggiante è stato ben in grado, e in più di un'occasione, di scatenare tempeste polemiche nel melmoso panorama culturale nostrano. Non Leonardo Sciascia, che negli anni ottanta pure di Pasolini si è sentito erede, e dichiaratamente, nonostante una formazione e uno stile intellettuale diversissimi.
Essere vate nella seconda metà del Novecento, implicava del resto una conoscenza delle tecniche di comunicazione di massa e una poliedricità espressiva che solo il poeta cineasta possedeva. E di qui il senso di privazione, il lutto inestinguibile per la sua scomparsa: ossia il terzo e forse più sincero, sofferto, aspetto del genere "Pasolini". A patire l'assenza del poeta sono i seguaci e gli ammiratori di ieri: "Pasolini - ricorda l'attore Giulio Scarpati - incarnava la vera figura dell'intellettuale, di chi riesce a leggere il presente, profetizzando il futuro" ("Corriere della Sera", 19 agosto 1994). Ma sono anche gli avversari di un tempo, come lo scrittore napoletano Erri De Luca, disposto a far posto all'uomo, Pasolini, nel proprio sacrario esistenziale: "se tutte le sue cose messe insieme fanno una somma scarsa - scrive -, la perdita della sua persona fisica è il solo lutto della nostra vita culturale che sono disposto ad ammettere". Perché, continua, riandando con la mente alle dispute sessantotteche, "c'era solo lui, l'estraneo, che poteva darmi il brivido di essere in errore, in vita e per strada" (In memoria di un estraneo, "MicroMega", 4/95).
Morte alonata di mistero, nostalgia per l'intellettuale vate, cortocircuito tra vita e opera: con elementi tutti irrazionalistici di tale natura, il genere "Pasolini" - cioè una diffusa mitografia d'autore - inizia del resto a costituirsi in anni lontani. Ma a favore di chi? Per quale pubblico? Già nel 1960, Franco Fortini attribuiva la crescente fortuna pasoliniana a una nuova, estesa borghesia educata per la prima volta da cinema e settimanali, televisione e romanzi, ai termini sia pur elementari del dibattito ideologico moderno. Un giudizio sociologicamente secco e inappellabile. Che Franco Brevini, molto più di recente, ha aggiornato così: "proprio i famosi interventi corsari e luterani sui grandi temi degli anni settanta sembrano fatti apposta per esorcizzare lo spettro della complessità, divenuto sempre più inquietante con il saltare dei cuscinetti ideologici. Di fronte a una realtà che sgomenta con lo spalancarsi di problemi sempre più vertiginosamente interconnessi, Pasolini offre malgré lui ai ceti medi la sicurezza che il mondo si possa capire usando categorie diffuse e quasi intuitive, che di tutto si possa discutere senza uscire dalla propria cultura liceale" (Pasolini poeta civile?, "La Rivista dei Libri", n. 4, aprile 1994).
Cultura liceale è forse un'espressione un po' forte, preconcetta, se riferita a Pasolini. Ma già, l'immagine dello scrittore vate, del profeta martire, continua a trovare rinforzo anche attraverso l'oltranza polemica dei suoi oppositori. È un fatto di cui si stenta ancora ad avere piena e serena consapevolezza: un mito non si combatte, non si sconsacra. Al più viene dimenticato, scolora, decade, e per quello pasoliniano non pare davvero arrivato il tempo. Lo testimonia bene Enzo Golino, che dedica oltre metà di un suo recente volume a raccogliere, chiosandole ironicamente, tutte le chiacchiere, gli stiracchiamenti a destra e a sinistra dello schieramento politico che sono stati tentati con lo scrittore friulano nelle ultime stagioni del dibattito culturale (Tra lucciole e Palazzo. Il mito di Pasolini dentro la realtà, Palermo, Sellerio, 1995). E con ciò chiudendo il cerchio delle possibilità offerte dal genere "Pasolini": aggiungendo cioè un'ultima variante metadiscorsiva, un prolungato discorso di secondo grado fatto di tanti altri discorsi aventi per oggetto l'intellettuale scomparso.
Nel ventennale della morte, pochi si sono sottratti all'agiografia; questo va detto senza giubilo. Nella profluvie di stereotipi rimasticati, si può al più ricordare il nome di Italo Moscati, che ha saputo fare luce in modo inedito su un particolare pe-riodo della vicenda pasoliniana: gli anni sessanta, allorché il regista "voleva portare la sua rivolta dentro la Chiesa" (Pasolini e il teorema del sesso, il Saggiatore, 1995). E per un certo tempo, tra Il Vangelo secondo Matteo e Teorema, ebbe anche interlocutori insospettati, da don Giovanni Rossi, confidente di papa Giovanni XXIII, fino all'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri; dal cardinale Giovanni Urbani, al gesuita Virgilio Fantuzzi, al biblista don Andrea Carraro. Tutti in maggiore o minore misura fiduciosi che attraverso Pasolini le organizzazioni cattoliche avrebbero potuto riprendere contatto con il mondo del cinema, ormai estesamente egemonizzato da intellettuali di formazione laica e marxista. "La Chiesa - così scrive Moscati - s'innamorò di Pasolini, come di un figliol prodigo che tornava. E gli faceva festa, aprendogli le braccia, sedotta dall'uomo che reinventava con la magia del cinema le antiche pagine della religione". Un equivoco che durò appunto fino allo scandalo grande di Teorema, alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1968. Quando con un duro e non troppo celato intervento pubblico, Paolo VI non mise termine all'idillio. Perché infine, nella sua eccentricità oltraggiosa, con la sua base elettiva tra le nuove schiere di mediocolti e di neocolti, il mito di Pasolini fu da subito pervasivo e ideologicamente trasversale: non sedusse solo la sinistra eretica e oggi, tardivamente, qualche isolato artefice della destra culturale. Sedusse anche la Chiesa, e non per abbaglio d'occasione, ma nelle sue più alte gerarchie.
Vittorino Curci. Una poesia.

Penne rigate
In assenza di un fine per distrarmi
Come gli altri
Dalle piccole cose
È soprattutto in questa guerra
Guerra che si allaccia le scarpe
E legge i giornali
Di anni prima quando
Giuseppe svernava nelle cantine
Per cacciare un dolore
Che sapeva solo lui
Uno sconosciuto mi fa confidenze
Che non farebbe al suo migliore amico
Ci sono maestri in tutto
Nessuno che insegni la pietà
***
Sul fianco delle spose
Misfatti e buone azioni
Un tumulto di nuvole
Attraversato da parte a parte
Già nel cervello
Sbracia il fuoco
E sfigura il mondo
Nei centimetri e sulle facce
Di quelle vittime illese
L'editto occidentale
Colpisce al buio
Cottura 11 minuti
da Dopo gli assalti ne La stanchezza della specie,
Lietocolle libri, collana Aretusa 108pagg. 13 euro
Vittorino Curci (1952), è nato e vive a Noci, in provincia di Bari. Collabora a Nuovi Argomenti e ai quotidiani Repubblica-Bari e Corriere del Mezzogiorno.
Nel ’99 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”.
Addio Rosa Parks, icona dell'antirazzismo non violento.

1913-2005
Il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, una signora nera di mezza età, salì su un autobus di linea, seguì l’indicazione "Gente di colore" e prese posto nella quinta fila a sinistra, dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi. L’autobus ben presto si riempì. Il conducente invitò allora a far posto ai "signori bianchi" e tre neri si alzarono. Rosa era stanca, aveva appena terminato una lunga giornata di lavoro, le facevano male i piedi e decise di rimanere seduta. Il conducente la invitò esplicitamente ad alzarsi, ma la donna rifiutò, senza alzare la voce, perché sapeva che altrimenti avrebbe offerto un pretesto per farla scendere. L’autista si allontanò e ritornò dopo poco accompagnato da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la trascinarono via. L’autobus ripartì e la donna venne condotta al posto di polizia, dove il funzionario di turno compilò il modulo di arresto con l’accusa di violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei posti sugli autoveicoli pubblici.
Rosa telefonò a E. D. Nixon, presidente dell’N.A.A.C.P., il quale la raggiunse al commissariato, pagò la cauzione e la riportò a casa. Quindi avvisò dell’accaduto Jo Ann Robinson, presidentessa del Consiglio politico delle donne di Montgomery, la quale propose a Nixon di lanciare un appello alla popolazione di colore per boicottare i mezzi pubblici in segno di protesta. Alle cinque del mattino Nixon telefonò ai due pastori della città per chiedere il loro appoggio. Uno dei due era Martin Luther King, il quale esitò e chiese di poter riflettere, ma quaranta minuti dopo, dietro le insistenze di Nixon, accettò di mettere a disposizione la sua chiesa come luogo di incontro della comunità nera per poter discutere la questione.
Nelle prime ore del pomeriggio erano già stati distribuiti quarantamila volantini in cui si invitava a non utilizzare l’autobus lunedì 5 dicembre. L’appello al boicottaggio era già stato lanciato prima che avesse inizio la riunione, durante la quale King si tenne in disparte, suscitando il lamento di Robinson. Solo le chiese disponevano dell’organizzazione necessaria per mobilitare un alto numero di neri e alla fine i pastori promisero di dare risalto al boicottaggio nei sermoni della domenica e di ristampare all’interno delle singole comunità ecclesiastiche il volantino.
Alla domenica nelle chiese affluì una massa di gente e i pastori raccolsero applausi scroscianti. Nel pomeriggio King lesse in articolo sul "Montgomery adviser", in cui si bollava il minacciato boicottaggio come un’azione di razzismo nero e ciò sollevò i suoi dubbi. Alla fine decise che il boicottaggio era un tentativo di spiegare ai bianchi che non era possibile collaborare oltre con un sistema malvagio.
In genere in una giornata lavorativa utilizzavano i mezzi pubblici ventimila neri. Quel lunedì furono contati solo dodici viaggiatori neri.
Intanto fu processata Rosa Parks, che fu riconosciuta colpevole e le venne inflitta una multa di dieci dollari. Il suo avvocato presentò ricorso. Qualche ora più tardi alcune persone si incontrarono nella chiesa di King ed egli, colto di sorpresa, fu eletto presidente della Montgomery Improvement Association. "Tutta la faccenda mi si presentò così inaspettatamente, che non ebbi tempo di rifletterci sopra", affermò King. "Io non avevo né iniziato né proposto quella protesta. Reagii semplicemente al richiamo del popolo che chiedeva un portavoce."
L’assemblea preparò il testo delle richieste da proporre all’azienda dei trasporti, tra le quali si chiedeva "che i viaggiatori possano prendere posto secondo l’ordine di salita, i neri a cominciare dalle ultime file". Si trattava di richieste indubbiamente moderate, che non mettevano in discussione il principio della separazione razziale.
Quella sera il neo presidente tenne un discorso appassionato di fronte ad una folle enorme. Ricordò molti casi di ingiustizie subite da neri sui mezzi pubblici. Poi disse: "Siamo qui per dire a coloro che ci hanno maltrattato per tanto tempo che noi siamo stanchi. Siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Siamo stanchi di essere presi a calci in maniera brutale, di essere oppressi. Non abbiamo altra alternativa che la protesta. Per molti anni abbiamo mostrato una pazienza sorprendente. A volte abbiamo dato ai nostri fratelli bianchi l’impressione che il modo in cui venivamo trattati ci piacesse. Ma questa sera siamo venuti qui per dire che la nostra pazienza è finita, che saremo pazienti solo quando avremo libertà e giustizia."
L’assemblea approvò all’unanimità la proposta di continuare il boicottaggio ad oltranza, fino a quando fossero state rispettate le richieste della popolazione nera, la quale continuò l’azione di protesta per trecentottantasei giorni, organizzando un sistema di trasporti alternativo. In questi mesi King acquistò una statura di rilievo pubblico. Quotidiani di tutto il mondo inviarono giornalisti nella città sul fiume Alabama e arrivarono le televisioni a riprenderlo. Il nuovo media, sufficientemente sviluppato negli Stati Uniti a quell’epoca, contribuì a rendere Martin Luther King una figura di rilevanza nazionale. Contemporaneamente King e la sua famiglia furono bombardati da minacce di morte e ricevettero un’infinità di telefonate piene di insulti e di volgarità. La sua casa subì un attentato dinamitardo in cui moglie e figlio si salvarono per miracolo. King ebbe dubbi, provò paura, ma trovò nella sua fede religiosa la forza di continuare. Intanto venne accusato di frode fiscale; quindi arrestato per eccesso di velocità. Era la prima di una lunga serie di detenzioni. Una folla adirata si adunò davanti alla prigione chiedendo la scarcerazione del pastore e la polizia, dietro pagamento della cauzione, lo rilasciò.
King volò da una parte all’altra degli Stati Uniti per mobilitare l’opinione pubblica e per raccogliere fondi per la causa. Intanto le autorità municipali intentarono un processo per "trasporto di viaggiatori non autorizzato" contro il Movimento per i diritti civili, chiedendo al tribunale un provvedimento ingiuntivo temporaneo contro il sistema di automobili private che offrivano passaggi gratuiti ai neri. King cercò di trattare con l’azienda, che però si dimostrò irremovibile. Il momento era delicato, perché se la Corte locale avesse dato ragione alle autorità municipali, il boicottaggio sarebbe giunto alla fine, in quanto non si poteva chiedere alla popolazione nera di andare e tornare tutti i giorni dal lavoro a piedi. Proprio in quel momento però la Corte Suprema, alla quale avevano fatto ricorso gli avvocati della N.A.A.C.P., dichiarò incostituzionale la separazione razziale sui mezzi pubblici di trasporto di Montgomery e le norme locali di segregazione delle Stato dell’Alabama.
La comunità di colore si preparò al trasporto integrato simulando sui banchi della chiesa alcune scene di situazioni conflittuali. La popolarità di King era alle stelle e all’inizio del 1957 la sua fotografia campeggiò sulla copertina di "Time". Il boicottaggio ebbe termine il 21 dicembre 1956 e nel giro di una settimana il trasporto integrato divenne una pratica comune a Montgomery. Si verificarono soltanto due piccoli incidenti di intolleranza.
La vittoria di Montgomery non fu merito soltanto di King e dei suoi uomini. Fin dall’inizio i grandi media avevano appoggiato il Movimento per i diritti civili, assecondando un nuovo atteggiamento che andava delineandosi nella società. Anche il sound nero contribuì a diffondere una nuova cultura di tolleranza. Alla fine degli anni Cinquanta, gli Stati Uniti si trovarono di fronte una nuova generazione di giovani che attraverso il rock and roll erano approdati al Movimento per i diritti civili. Senza la beat generation il Movimento di King dopo Montgomery si sarebbe arenato.
La Parks e il marito, oggetto di minacce e di angherie, impossibilitati a trovare lavoro, si tasferirono nel Michigan: lui morì nel 1977; lei, a lungo assistente del deputato Conyers - fu nel suo ufficio dal 1965 al 1988 -, divenne presenza d'obbligo a tutte le celebrazioni delle conquiste nere. Detroit che l'aveva adottata le aveva già dedicato in vita una strada e una scuola media. Lei aveva risposto creando il Rosa and Raymond Parks Institute for Self Development, dove i giovani della città imparano a divenire leader e a difendere i diritti civili e dell'uomo.
Come spesso accade alle icone, anche Rosa è stata strumentalizzata. Per affermare con forza che il razzismo in America è morto. Se è così, come si spiega New Orleans?

Della nuova oralità

Non c'è che dire. Se Mr. Bill Gates annuncia che la rivoluzione tecnologica sarà completata a breve, che ci saranno computer che comprendereanno il parlato con semplicità, beh...
perché non abolire la comunicazione vera, non quella studiata per arrivare ai cuori/bisogni/fabbisogni delle persone (ci fanno accademie per questo), ma quella di sensi che si stabilisce tra onde psichiche e fluidi prima ancora dell'oralità?
Certo, si parla spesso della nostra cultura, sempre più basata sulla nuova oralità, quella che ci fa sentire qualcuno per il fatto che tra poco ci dirà qualcos'altro. E quando ascoltiamo?
E' tutta qui la crisi del linguaggio scritto. Non si articola nulla, si parla.
Da qui l'essenzialita dei discorsi tra me e mia sorella, che per prima ha voluto postarli nel suo blog:
Ho un fratello di 21 anni, quindi 10 anni più piccolo di me.
Riporto di seguito una delle nostre intense conversazioni:
Pink: "Ciao Andre! Che fai?"
"Cose..."
"E stasera?"
"Esco..."
"Con chi?"
"Amici..."
"Ah...e dove andate?"
"In giro..."
"In qualche locale?"
"Anche no..."
"Divertiti..."
"Pure tu..."
La cosa più sorprendente è che in fin dei conti a me queste risposte bastano...
Poi però arriva mia sorella e mi chiede:
"Hai visto Andrea?"
"Sì..."
"Che fa stasera?"
"Esce..."
"Con chi?"
"Amici..."
"Ah...e dove vanno?"
"In giro..."
"In qualche locale?"
"Anche no..."
"E non gli hai chiesto nient'altro?"
"Dovevo?"
"E figurati..."
Non riporto il seguito... ;)
La tigre e la neve. Io e il cinema. Da profano.

Io credo che questo film attesti la vitalità del cinema italiano d'autore, uscendo in un periodo nel quale è facile fare confronti. Penso al riuscitissimo "Romanzo criminale" di Placido- il vero anti-Benigni per temi trattati e ritmo della narrazione-, da contrapporre, permettetemi, allo scontato e furbo "La bestia nel cuore" del quale salverei, con riserva, solo l'interpretazione della Mezzogiorno. O ancora, alle violenze asfittiche de "I giorni dell'abbandono" nel quale la scelta di un non-attore come Bregovic in un ruolo chiave non dà l'impatto plausibile.
Per tornare a "La tigre e la neve", penso che sia un film scappato dal cuore di un intellettuale che deve aver faticato non poco a trattenersi dall'essere "cattivo".
Perché quella che traiamo dal film di Benigni è una lezione di poesia-magari esplicita, visto che i protagonisti sono poeti- e di richiamo alla bontà.
E di bontà ce ne vorrebbe tanta nel prendere atto di una situazione come quella irachena, e al tempo sorridere al soldato americano di stazione fuori da un ospedale nel quale "mancano le medicine"(frecciata ad un embargo disumano).
Proprio l'ottica dalla quale gli americani ci sono presentati aggiunge qualità all'opera. Volevamo una lezione storica, morale? L'abbiamo avuta, senza scendere nel turpiloquio, magari sacrosanto, anti-USA. Perché è inflazionato, perché non ce n'è bisogno, in quanto le immagini ed i rumori parlano da sè.
Il dolore e l'angoscia ci sono, per tutta la "parentesi" irachena, ma la delicatezza librante dell'amore del protagonista e le sue azioni per la donna che non vuole essere sua rendono tutto molto poetico, quasi in elevazione in quel cielo stellato sotto cui Benigni e Reno si trovano a parlare.
Poesia inflazionata e diabetica? mica tanto. Benigni/Vincenzo e Reno/Fouad rappresentano le due anime poetiche possibili, l'amore ed il dolore, che nel secondo sarà così forte per il suo popolo da schiacciarlo.
Queste erano le vie poetiche possibili. Da parte degli occupanti americani dov'è la poesia? Essi pronunciano la parola "poet" come fosse uno sputo ed è lo stesso Benigni a ricordare loro di aver avuto sensibilità come Whitman. A questo punto, di nuovo, perchè infierire su di un popolo che ha perduto persino la memoria d'avere una poesia?
Infine, la cosa che m'è piaciuta più di tutte è la lezione in classe del prof. Benigni. Una cosa davvero candida, leggera, poetica, per l'appunto.
Ed il sogno ricorrente. Fantastico. Felliniano.
Un ultima considerazione: avete notato come Benigni e Placido raccontano la violenza? Le loro vie sono minimamente paragonabili a qualsiasi altra narrazione holliwoodiana e non che racconti apologicamente o no la violenza, che la avversi o la spettacolarizzi? C'è sempre una brace che noi non rinfocoliamo in certe scene.
Che il cinema italiano abbia smesso di copiare e sia diventato adulto di nuovo? Che i nostri registi abbiano capito che la violenza non è nell'immagine ma nel suo significante?
Insomma, se non avete ancora visto questi due film che diavolo apettate? Lasciate le vostre impressioni qui che ne parliamo!
farmindustria

Avete visto l'orrenda pubblicità di farmindustria sul fatto (di per sè già triste) che il 90% della ricerca è finanziato dall'industria farmaceutica?
Invito tutti a leggere e commentare sul sito de "L'imPAZiente"!
A proposito di "disfattismo" nella Grande Guerra
"La Guerra che metterà fine a tutte le guerre", così dicevano...
da carmillaonline del 5/11/2004
La Piccola Biblioteca Oscar Mondadori ha appena pubblicato un volume di straordinaria importanza: Guerra alla Guerra. 1914-1918: scene di orrore quotidiano. Ne è autore il polacco Ernst Friedrich (1894-1967), militante libertario e antimilitarista, obiettore di coscienza durante la prima guerra mondiale, costretto per questo al manicomio, al carcere e infine all'esilio.
Non si tratta di un romanzo, bensì di una serie di agghiaccianti fotografie provenienti dai fronti del conflitto '14-'18: morti, feriti, mutilati, vittime di decimazioni e rappresaglie. Il progredire del raccapriccio è graduale: al seguito di un ideale battaglione di interventisti, sul genere di quello di All'ovest niente di nuovo, passiamo dalla retorica iniziale ai primi feriti, a mucchi di cadaveri, a un'allucinante immagine di donne impiccate nei loro abiti contadini, fino all'orrore degli orrori: le immagini di chi è tornato dal fronte recando sul corpo terribili mutilazioni, di quelle che spingono a rimpiangere di avere evitato la morte. Salutiamo l'uscita di questo libro - autentico evento - proponendo la bellissima introduzione di Gino Strada. (V.E.)
INTRODUZIONE
di Gino Strada
Krieg dem Kriege! - Guerra alla guerra - viene pubblicato per la prima volta in Germania nel 1924. L'opera di Ernst Friedrich esce dieci anni dopo l'inizio di quella che Isaac Deutscher definì la «guerra civile europea»: un lungo periodo in cui, a partire dal 1914 e per più di trent'anni, i popoli dell'Europa e poi del mondo intero conosceranno una escalation di violenza senza precedenti nella storia dell'umanità.
Negli anni in cui Friedrich lancia il suo grido di denuncia, quando apre a Berlino il suo museo fotografico contro la guerra, non siamo infatti in un dopoguerra, "il primo".
La guerra non smette in quei decenni di essere l'unica fede, lo strumento principe: i governi "democratici" di Francia e Inghilterra non esitano ad aggredire la neonata Russia bolscevica, rea di avere "firmato la pace" con la Germania; fioriscono le dittature fasciste, dall'Ungheria, alla Spagna, all'Italia; in un Paese dopo l'altro, nell'Europa del "dopoguerra", regimi autoritari massacrano decine di migliaia di cittadini. Le classi dominanti ricorrono a ogni sorta di violenza per tenere a bada i grandi movimenti popolari che, nati in opposizione alla guerra, chiedono pace e lavoro.
L'Europa è piena di militarismo, di odio: quando esce Krieg dem Kriege!, eserciti e polizie segrete, squadre di assassini e formazioni paramilitari sono in guerra, ciascuno contro i cittadini del proprio Paese.
Ci si sta preparando a una guerra ancora più devastante, e Friedrich lo sente, con grande lucidità: «L'ultima guerra, la più terribile, che sputerà gas, veleno e fuoco su uomini, animali e case, non è ancora scoppiata».
E quell'ancora esprime la previsione, ma non la rassegnazione. Ernst Friedrich, ebreo berlinese anarchico e pacifista, è insieme profetico - in quanto coglie i sintomi di una tragedia che ogni giorno si fa più incombente - e propositivo: indica nel rifiuto morale della guerra e nell'obiezione di coscienza l'unica possibilità di alternativa, per evitare la catastrofe, e insieme l'unica possibilità perché la "coscienza" dell'umanità possa sopravvivere e affermarsi.
E invoca la disobbedienza civile, soprattutto quando si appella alle donne: «Non lasciate che i vostri uomini vadano al fronte. [...] Attaccatevi al collo dei vostri mariti e non lasciateli partire, nemmeno quando arriva la carto lina di precetto!». E ancora: «Divellete i binari, gettatevi davanti alle locomotive!».
Friedrich ben sa che, in quegli anni, "il posto degli obiettori di coscienza che si rifiutano di diventare assassini" è la forca. Sa che non c'è spazio, al di fuori del "o con noi o contro di noi". Ma continuerà la, sua "guerra alla guerra": arrestato dai nazisti, riuscirà a fuggire in Belgio, e poi ancora in Francia, senza mai smettere di lottare. Anche quando la temuta guerra «che sputerà gas» sconvolgerà l'Europa e il mondo, e l'umanità si ritroverà, infine, nel baratro di Auschwitz e di Hiroshima.
Ma Krieg dem Kriege! non è un saggio sulla guerra, è una raccolta di fotografie della guerra. Che pagina dopo pagina mette davanti ai nostri occhi - con la violenza che solo le immagini possono trasmettere - realtà che raramente vengono fatte vedere, che "non si possono far vedere" per non turbare le coscienze anestetizzate.
E che ripropongono verità scomode e censurate. «La classe dominante» ebbe a dire nel 1916 il leader socialista americano Eugene Debs «ha sempre dichiarato le guerre; la classe sottomessa ha sempre combattuto le battaglie.»
Ed è la moltitudine di questa "subject class" - che si tratti di soldati mandati a massacrare e farsi massacrare al fronte piuttosto che di civili inermi -a riempire le pagine del libro di Friedrich. Sono loro che pagano le conseguenze delle decisioni di monarchi e generali, di dittatori e presidenti: vittime, spesso carnefici, in tutti i casi "carne da cannone", esseri umani spendibili, usa e getta, per soddisfare quella che lo stesso Debs definì «la sostanza» di tutte le guerre combattute nella Storia, cioè «la conquista e la rapina».
Così scorrono le immagini della guerra, di questo nuovo Leviatano che ogni giorno divora umanità, sempre più forti, raccapriccianti, spesso "insopportabili".
Distruzioni, fosse comuni, esecuzioni, esseri umani uccisi dalle bombe e dalle granate, dalle mine e dalla fame: uno spaccato dei dieci milioni di morti neH"'atto primo" della guerra civile europea, del grande macello in cui il presidente Woodrow Wilson decise di trascinare anche gli Stati Uniti nel 1917 «to end ali wars», per porre fine a tutte le guerre.
Una menzogna, alla quale seguiranno altre menzogne.
Alla fine dell'"atto secondo" - nel quale spariranno altri quaranta milioni di esseri umani - un altro presidente usa, Harry Truman, ebbe la sfrontatez-za di dichiarare: «II mondo noterà che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Questo perché volevamo evitare per quanto possibile l'uccisione di civili».
Menzogne disgustose, raccontate e fatte digerire ai cittadini del pianeta ogni volta che si è voluto giustificare, "spiegare" un nuova guerra, cioè un nuovo crimine contro l'umanità.
Un'abitudine che diventerà una costante nel resto del "secolo breve", e che segna anche l'inizio del terzo millennio: dalla guerra per far finire le guerre alla guerra per far finire la pulizia etnica - la guerra "umanitaria" -fino alla "guerra contro il terrorismo" e alla guerra preventiva.
Nel crescendo di barbarie che oggi sconvolge la società "globale" è indispensabile costruire il consenso alla guerra con una gigantesca operazione di "lifting", di cosmesi da attuarsi grazie all'uso sistematico dei mezzi di "informazione": non solo diffondendo notizie false - le "armi di distruzione di massa" dell'Iraq ne sono l'ultimo esempio, per ora - ma cambiando semplicemente il senso alle parole.
Così l'aggressione di un Paese sovrano diventa un atto di "pace", così un'invasione si trasforma nel "portare libertà" o instaurare "democrazia". Così terroristi confessi, ladri, spie e assassini diventano improvvisamente presidenti, così l'occupazione di un Paese, e l'uccisione sistematica di molti dei suoi abitanti, viene definita "missione umanitaria".
Anche in questo sta l'importanza dell'opera di Friedrich, nel togliere la maschera dell'ipocrisia e della menzogna per ridare alle parole il loro significato, nel mostrare il vero volto della guerra.
E lo fa presentandoci i volti della guerra, le facce delle vittime, che restano l'unica verità della guerra stessa. Volti sfigurati, terribili, quasi grotteschi, come quelli che appaiono nell'ultima parte del libro. Fotografie raccapriccianti, durissime.
"Perché far vedere queste cose?" si potrebbero chiedere in molti. Ce lo siamo chiesto anche noi negli anni passati, riguardando molte foto di pazienti scattate nei vari ospedali di Emergency in zone di guerra, tragicamente simili a quelle del libro di Friedrich. E abbiamo deciso, anni addietro, di non farle vedere.
Oggi, quando la guerra è osannata e proposta - ancora una volta - come farmaco di prima scelta per i mali del mondo, è forse giusto che "certe cose" si vedano, perché non è più dato saperle, perché decine di migliaia di esseri umani vengono fatti a pezzi - nel colpevole e razzista silenzio dei mezzi di informazione di proprietà dei nuovi "signori della guerra" - e catalogati semplicemente come "effetti collaterali".
Spero che siano in tanti a non fermarsi di fronte al legittimo ribrezzo che nasce da molte di queste fotografie, ad andare avanti pagina dopo pagina, sopportando la nausea.
Credo sia necessario, perché ogni volta che qualcuno propone, esalta, pratica la guerra sta precisamente, deliberatamente scegliendo di trasformare la faccia di un uomo in un mostro informe, sta scavando nuove fosse comuni nelle quali rischieremo di finire tutti.
Nobel per la letteratura ad Harold Pinter

Nel 2002 ad H.P. fu diagnosticato un tumore all'esofago. Pochi mesi dopo averlo annunciato, già affrontava la cosa con il suo stile, pubblicando questa poesia sul Guardian:
Cancer cells
"Cancer cells are those which have forgotten how
to die" - nurse, Royal Marsden hospital
They have forgotten how to die
And so extend their killing life.
I and my tumour dearly fight.
Let's hope a double death is out.
I need to see my tumour dead
A tumour which forgets to die
But plans to murder me instead.
But I remember how to die
Though all my witnesses are dead.
But I remember what they said
Of tumours which would render them
As blind and dumb as they had been
Before the birth of that disease
Which brought the tumour into play.
The black cells will dry up and die
Or sing with joy and have their way.
They breed so quietly night and day,
You never know, they never say.
Le sue opere rappresentate da oltre 45 anni in tutto il mondo sono state interpretate dagli attori più famosi. Tra i suoi capolavori figurano: 'La stanza', 'Il compleanno', 'Il guardiano', 'Il calapranzi', 'Tradimenti'. Poeta e sceneggiatore Pinter ha scritto per il cinema le trame di 'Messaggero d'amore' di Joseph Losey, 'Gli ultimi fuochi' di Elia Kazan e 'La donna del tenente francese' di Karel Reisz per cui è stato candidato all'Oscar e al Golden Globe.
Harold Pinter ha iniziato la sua carriera teatrale come attore, prima studiando presso prestigiose scuole di recitazione, poi girando l'Irlanda con una compagnia shakespeariana e lavorando in piccoli teatri di provincia sotto lo pseudonimo di David Barron. Nel 1957 intraprende la sua starda di drammaturgo quasi per caso, racconta una sua idea per una piéce a un amico che studia teatro all'Università di Bristol. L'amico ne è talmente entusiasta che gli scrive chiedendogli il copione per rappresentarla all'università, ma ha bisogno del copione entro una settimana.
Il drammaturgo e scrive in soli quattro giorni la sua opera prima. Un atto unico intitolato 'La stanza'', in cui già compaiono molti elementi che caratterizzeranno i lavori successivi: primo fra tutti, un senso di minaccia e mistero attraverso la deliberata omissione di spiegazioni o motivazioni di ciò che accade sulla scena.
Seguono 'Il calapranzi', scritto nel 1957 ma rappresentato nel 1960, che ha per protagonisti due sicari assoldati da una misteriosa organizzazione per assassinare una vittima sconosciuta, ma per nascondere la loro crescente inquietudine si perdono in chiacchiere irresistibilmente comiche nella loro assurdità. 'Festa di compleanno', in cui due ignoti visitatori piombano a casa di un giovane misantropo che vive isolato dal mondo e, senza che si chiarisca il motivo del loro arrivo (sono killer? infermieri di un manicomio?), organizzano una festa di compleanno per il protagonista terrorizzato, il quale non fa che insistere hanno sbagliato giorno
Altri capolavori riconosciuti del teatro di Pinter, fortemente influenzato da Kafka, da Beckett e dal teatro dell'assurdo, e tutto costruito intorno alla nevrosi, all'ambiguità, allo straniamento, con un uso magistrale delle sospensioni e dei silenzi, sono 'Il guardiano' (1960), 'Il ritorno a casa' (1965), 'Tradimenti' (1978), 'Ceneri alle ceneri' (1996), 'Celebration' (1999). E ancora: 'Voci di famiglia' (1981), 'La lingua di famiglia' (1988), 'Party time' (1992), 'Chiaro di luna' (1993), 'Il guardiano'.
Pinter è anche autore di pièce radiofoniche, volumi di poesia e sceneggiature per il cinema: fra le più recenti 'La donna del tenente francese' (1981), per cui è stato candidato all'Oscar e al Golden Globe, 'L'amico ritrovato' (1989), 'Cortesie per gli ospiti' (1991).
In precedenza aveva lavorato come sceneggiatore cinematografico per Joseph Losey con 'Il servo' (1964) e 'Messaggero d'amore' (1971). Nel 1976 firmò anche 'Gli ultimi fuochi' di Elia Kazan.
Va ricordato infine un adattamento illustre, quello di 'Alla ricerca del tempo perduto' di Marcel Proust, una sceneggiatura cinematografica realizzata all'inizio degli anni Settanta che però, a tutt'oggi, non è mai stata prodotta.
Giuseppe Di Vagno, tra Storia e Memoria.
Di Vagno e Matteotti tra storia e memoria.
Presso il museo provinciale di Lecce è in corso una mostra interessante, che rispolvera un evento oscuro del fascismo pugliese ed aggiunge altro sangue alla fiumana di martiri socialisti provocata dalla "mite" dittatura.
Ma Di Vagno non è uno dei tanti eroici martiri: è il primo parlamentare italiano della storia ad essere stato assassinato.
Conversanese, egli aveva ottenuto il seggio parlamentare grazie alla sua politica nel nome dei pezzenti, battutosi affinché fosse realizzato l'acquedotto pugliese da Giolitti, il quale rese alla Puglia un servizio mutilato che successivamente i fascisti completarono, facendone vessillo per il loro paternalismo. Punto "di forza" che perdura tutt'oggi. Ma la domanda è sempre la stessa: a quale prezzo il falso riscatto del sud, ad oggi ancora atteso quale messianica epifania?
Parto dalla mia personale ed orribile esperienza, quella, cioè, di aver constatato l'esistenza di giovani ancora intrisi della sbobba littoria che i nostalgici parenti propinano loro senza possibilità di replica, perché lavorano su tabula rasa.
Questo dato empirico è sconvolgente, perché credevo ( e preferivo) ci si misurasse con argomentazioni più convincenti che non su apologie dell'olio di ricino.
La domanda a questo punto è un'altra: qual'è stato finora il ruolo dell'Istituzione-Scuola per far veramente comprendere agli alunni cos'è stato il fascismo?
Gli intellettuali onesti esistono per entrambi gli schieramenti: c'è chi ammette le falle del marxismo e le catastrofi del comunismo. Dall'altro lato c'è chi sa che il vitalismo ed il movimentismo fossero forzature inaccettabili nonché postumi al fascismo degli arrivisti. La seconda è però un'asserzione che in questo clima politico ed in questa città schermata si sente poco e nulla.
E allora, per tornare all'argomento della mostra, perché ieri sera, alla presentazione, si vedevano solo le teste canute dei vecchi animatori del socialismo salentino?
Una famosa constatazione critica riconosce che i socialisti riformisti e pacifisti hanno avuto ragione ma non fecero la storia, a differenza di chi gridò, vincendo qualche battaglia, ma perdendo la guerra, e con quest'atto entrando nella storia canonica o canonizzata.
E' cosi che il circuito ufficiale esclude gente come Di Vagno, che superò ideologicamente il suo maestro Salvemini con la sua logica non intervnetista, che all'alba della Grande Guerra lo fece tacciare di disfattismo. E poi quel disfattismo non era neanche di natura profetica, basandosi esso sulla constatazione della miseria del mezzogiorno.
Turati diede a Di Vagno il soprannome di Gigante Buono perché durante una seduta parlamentare un fascista voleva aggredire fisicamente Matteotti, ma il possente conversanese, prese delicatamente per i fianchi il facinoroso, facendolo risedere sulla poltrona e facendogli sbollire la rabbia.
L'episodio accomuna drammaticamente due eroi del socialismo, lasciati poi soli nelle mezze stagioni del settembre '21 e del maggio '24.
Terminato un comizio a Mola di Bari, Di Vagno si apprestava a raggiungere la moglie quando gli squadristi guidati da Caradonna lo braccarono ficcandogli tre colpi di pistola alla schiena. Il parlamentare morirà poche ore dopo all'ospedale.
Gli esecutori, come nel caso di Matteotti, subirono un processo farsa al termine del quale furono scagionati perché Mussolini aveva emanato l'amnistia per i crimini in favore dello stato fascista. Persino nel dopoguerra essi scamparono alla giustizia grazie alla definitiva amnistia di Togliatti.
Nei tre giorni successivi all'assassinio di Di Vagno, molti negozi del centro di Lecce restarono chiusi con la motivazione del Lutto di Civiltà,fatto questo, che giustifica l'esistenza di un fervente socialismo leccese non ancora ben documentato, secondo le teste canute di cui sopra.
Sarebbe ora di documentare, parlare, agire, perché, lo dico ancora una volta, questa città sta affrontando un preoccupante letargo borghesotto.
horrorudiae. ultimo atto. Quattro passi a piedi.

Passeggiando in periferia
La mia vita finora è stata sicuramente una storia di periferia.
Prima di scoprire le giravolte del centro storico, che in fin dei conti avrei potuto raggiungere facilmente, prima degli amori, persino prima di me stesso, la mia storia non era un'esistenza, almeno non nel senso canonico del termine.
La mia storia era un luogo: le Tre Colline, ovvero dei mucchi di sassi schiacciati che, come Bodini avrebbe poi detto, solo i leccesi potevano chiamare colline. Nemmeno i salentini avrebbero potuto avere questa disperante fantasia, se memori delle pendenze di Castro e Santa Cesarea o degli scogli tutti del litorale adriatico, che sussultano di un ultimo orgoglio dinanzi alla spuma storica, non più loro, non più solo loro, del Mare Antico.
Ho percorso quella strada a piedi, di corsa, in bicicletta, su veicoli a due ruote in qualità di disinibito passeggero o di morigerato autista. Se ci passassi con l'aereo mi mancherebbe solo un improbabile snowboard.
Ma i mezzi che preferisco ancora adesso sono i miei piedi. I quali mi portano tra muri a secco bisbiglianti segreti d'arsura o lussurreggianti pensieri d'agrumi e more.
L'incanto meditabondo viene però interrotto dall'olezzosa esalazione di liquidi speciali riversati nelle discariche abusive, megastore per romantici inesistenti barboni o, più realisticamente, pasti di ratti infoiati.
Qualche volta vi scopro l'altra faccia della poesia idilliaca, scorgendo gabbiani mezzi morti trascinati via dai loro miraggi da qualche vento impietoso, costretti qui da fame a beccare immondi rifiuti.
E le lastre d'amianto sbriciolato fluttuare colorate e velenose nell'aria: qualche dritto s'è fatto pulizia da sè.
In questa zona, proseguendo per Arnesano e Monteroni, vi sono numerose cave di tufo, anche vicino ad un campo di pallone particolarmente economico dove i ragazzini vanno a giocare. Dipenderà da quelle cave la vertiginosa presenza di radon in tutto il tratto?
E l'epidemia leucemica di tutto questo quartiere di trincea? Dipenderà mica dal fatto che l'80% dei ripetitori di onde elettromagnetiche per cellulari sono concentrate qui?

Ma la gente del quartiere sta avendo modo di sfogare la sua rabbia per tutto questo degrado.
Il punching ball in questione è il triste parco Corvaglia. Un fazzoletto di terra con giostrine e campetti da gioco, poco dinanzi ai casermoni popolari (visitate il sito internet, dove troverete anche simpatiche foto riguardanti la concezione approssimativa d'arredo urbano per la periferia che il Comune di Lecce ha sviluppato).
Il Comune fece sapere di voler inviare le ruspe in favore dell'ennesima costruzione iperbolica all'interno della quale i leccesi avrebbero potuto dimenticare le loro miserie partecipando secondo pubblicità,...pardon, possibilità al sabba consumista.
E i bambini? di nuovo dinanzia alla tv, magari dentro ambienti affumicati dal degrado?
Riprendiamoci il parco diveniva il motto degli abitanti.
Nonostante le strumentalizzazioni di colore. Nonostante il presidente di circoscrizione venisse tradito dai consiglieri del suo schieramento, lo stesso del municipio.
Il sindaco metterà infatti da parte il presidentucolo disobbediente, salvo poi agire nell'interesse degli abitanti, nel modo materno che il Crapone di cui si parlava nella puntata sui comandamenti, o sulla ruota della pace, avrebbe certamente apprezzato.
Se si costruirà in quel luogo, il verde sarà salvaguardato, poco male se sarà verde pubblico o no.
Parco Corvaglia è stato ottimisticamente definito come il risveglio dell'interesse del cittadino nei confronti della politica, anche se punzonato da interesse personale, anche se nel nome di una vaga idea di riqualificazione territoriale.
Riqualificazione territoriale, già, ci torniamo su...
Cari leccesi, mi avete insegnato che il consenso si crea sulla passione e sulla pressione. Avete ancora il vostro parco nel quartiere ferrovia, ma avete provato a respirare la vostra aria? Avete provato ad alzare la testa e scorgere una giungla di antenne? E se la radiottività venisse da terra, come per il radon?
Step by step.
Io turista, quattro passi a piedi nel quartiere Ferrovia di Lecce, proprio non li farei.
Una poesia di Bodini

Per un volo nei pressi della luna
Vedi la luna rider della luna,
la viola delle viole
la produzione a catena
la catena dei sì e dei no
quella dei tradimenti di sè stessi
cominciata da chissà dove.
Vedi la perfezione dei congegni spaziali
con cui i figli dei profeti
ruban ruote di scorta al sogno
Vedi le guerre partorire guerre
la luna calva e grigia
le bare che si nutrono in anticipo dei pensieri dei vivi.
fine anno '68, v. bodini
da La civiltà industriale
horrorudiae5. Maglie stretta

Gli effetti sono molteplici.
Chiedetelo agli abitanti di Maglie se hanno mai avuto il coraggio di mangiare i loro cibi all'aperto, dopo che vi si era depositato uno strato d'inquietante polverina. Chiedete loro se sopportano le malefiche esalazioni della Copersalento e le loro estenuanti sirene. Andate a interrogare i morti.
Qualcuno di loro il coraggio di consumare veleni non ce l'ha avuto, anzi neanche digeriva il silenzio di Maglie, e così è andato a far analizzare quei cibi, vedendosi prendere per fesso da chi li tranquillizzava.
L'aria è ora diversa.
Ma sempre inquinata.
Facciamoci delle domande, prima di anteporre ad ogni costo il diritto al lavoro dei dipendenti, così strumentalizzati.
Andiamo a chiedere. Il silenzio a volte lo si cerca, altre lo si suppone, altre ancora lo si sopporta.
Il silenzio è tale finché non lo si rompe.
dal sito di Lino de Matteis, del Nuovo Quotidiano di Puglia:
La lobby dei Fitto ha uno dei suoi punti forti nei Rampino di Trepuzzi, imparentati con il governatore per via della nonna Carmela, che aveva conosciuto il nonno del governatore, don Felice, sul finire degli anni Trenta. Fu un matrimonio d’amore, ma dietro quei fiori d’arancio si consolidarono anche interessi economici di due importanti famiglie di imprenditori, entrambe impegnate nell’attività olearia, dividendosi le zone d’influenza: i Fitto a Maglie e nel basso Salento, i Rampino a Trepuzzi e nel nord Leccese. L’una e l’altra erano terre ricche di uliveti secolari, che producevano ogni anno tonnellate di olive.
A Trepuzzi i Rampino sono numerosi. Una stirpe con varie ramificazioni, ma, bene o male, quasi tutti imparentati. Una sorta di dinastia che ha anche visto più di un matrimonio tra cugini. Il ramo che porta a nonna Carmela Rampino parte dal matrimonio tra Raffaele Rampino e Santa Bianco, che ebbero ben otto figli dai quali discendono i cugini Alfredo Rampino, già direttore generale dell’Azienda ospedaliera “Vito Fazzi” di Lecce, che è stato poi nominato dal governatore Raffaele Fitto responsabile dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) e Raffaele Rampino, impegnato prima con il sansificio “Capurro” di Campi Salentina e, poi, con la “Copersalento” di Maglie, ha amministrato, per conto dei Fitto, anche l’Hotel Risorgimento a Lecce, fino a quando è stato di loro proprietà. Un altro lontano parente, anche lui di nome Raffaele Rampino, e il figlio di quest’ultimo appena diciassettenne, Antonio, furono uccisi nel 1991 dalla Sacra corona unita, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.
Con il matrimonio tra donna Carmela e don Felice, dunque, le due famiglie si allearono di fatto in difesa dei rispettivi interessi economici. A Maglie, don Felice Fitto era da anni impegnato nel commercio e nella lavorazione dell’olio d’oliva. L’attività era cresciuta al punto che nel 1957 si era reso opportuno fondare la “Fitto Felice & C.”, una società di fatto, insieme al figlio maggiore, Salvatore, il futuro presidente della Regione, e ai fratelli Antonio e Oronzo Portaluri. La società, nata per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari in genere, e olio d’oliva e di semi in particolare, a partire dal 14 ottobre del 1964 iniziò anche l’attività di estrazione dell’olio d’oliva dalle sanse.
Nel 1965 don Felice, il figlio Salvatore e i fratelli Portaluri costituirono una nuova società in nome collettivo, denominata “Oleifici Fitto e Portaluri”, con sede sempre a Maglie, che si specializzò nella lavorazione del ciclo completo dell’olio. Ma il salto di qualità arrivò nel 1973 con la nascita del sansificio “Olearia Salentina, Ol.Sa.”, una società a responsabilità limitata, impegnata nella gestione di un grosso stabilimento industriale a Maglie. L’azienda, dopo un periodo di attività, cominciò ad accusare delle difficoltà economiche, tanto che, una decina d’anni più tardi, dopo il sequestro di uno dei figli di don Felice, venne messa in liquidazione il 3 novembre 1982. Don Felice e i figli Raffaele ed Antonio rimasero però nel settore tramite altre società, mentre l’altro figlio maggiore, Salvatore, era ormai impegnato a tempo pieno nell’attività politica.
A Trepuzzi, l’attività olearia interessava soprattutto Raffaele Rampino, soprannominato “mano morta”, per via dell’abitudine di tenersi dietro le spalle con una mano il polso dell’altra, che restava ciondolante. Raffaele Rampino ha avuto a che fare con il sansificio “Capurro”, dell’omonima e ricchissima famiglia di imprenditori genovesi. Leo Capurro nel 1963 aveva fondato l’impianto collocato tra Trepuzzi e Campi Salentina, anche se il territorio su cui sorgeva lo stabilimento apparteneva a quest’ultimo comune, in contrada Falchi, vicinissima alla statale Lecce-Taranto, che allora era un’arteria importante per il commercio e le attività produttive. L’industriale Capurro aveva in Raffaele Rampino il suo uomo di fiducia, sul quale contava per la gestione in loco di tutto ciò che il sansificio richiedeva.
Da società per azioni la “Capurro”, con sede legale ad Avegno, venne trasformata nel 1973 in società a responsabilità limitata, con sede secondaria a Campi Salentina, in contrada Falchi, e con un capitale sociale di tre miliardi e 800 milioni di lire. I rapporti tra Raffaele Rampino e Leo Capurro si erano ormai consolidati al punto che Rampino venne designato anche nel Collegio sindacale, quale sindaco effettivo. Il sansificio di Campi Salentina all’inizio andò alla grande, inserito com’era nel circuito internazionale in cui operavano i suoi proprietari genovesi, con diramazioni importanti anche in Sud America. Ma con il passare del tempo, quelle ciminiere sbuffanti nubi minacciose, maleodoranti e insalubri cominciarono a creare grossi problemi agli abitanti dei comuni circostanti.
Ma all’inquinamento si aggiungevano anche i rischi per l’incolumità dei dipendenti all’interno del sansificio. Alla fine di giugno 1989, uno degli otto capannoni cedette di schianto e, solo per fortuna, non ci furono vittime tra gli operai. La notizia del crollo era stata tenuta rigorosamente segreta dall’azienda, che aveva anche imposto agli operai di tenere la bocca chiusa. Solo una telefonata anonima avvertì i carabinieri, che fecero scattare le indagini. Il pretore di Campi Salentina, Nicola D’Amato, provvide subito al sequestro del capannone crollato e di un altro che sarebbe potuto venire giù da un momento all’altro. Il provvedimento di sequestro aveva valore anche di comunicazione giudiziaria, per cui titolari e responsabili dell’opificio finirono indagati per il reato di crollo colposo. Nei mesi precedenti, il capannone era stato teatro di un altro tragico incidente: un operaio, che stava lavorando alla copertura, precipitò al suolo da un’altezza di circa otto metri, proprio a causa del cedimento di una parte della struttura. Francesco Jervolino, 23 anni di Surbo, riportò ferite gravissime e morì qualche giorno dopo in ospedale.
Tra le proteste popolari, gli incidenti sul lavoro, le strutture che cadevano a pezzi, l’opificio era diventato una vera e propria “bomba ambientale” ad orologeria, tanto che, per disinnescarla, si rese necessario l’intervento diretto della Regione e dell’amministrazione comunale di Campi Salentina. Nel 1988, il sindaco democristiano dell’epoca, Nicola Quarta, ex presidente democristiano della Regione Puglia, sottoscrisse con Raffaele Rampino, in qualità di procuratore della Capurro, un preliminare di vendita dell’opificio all’amministrazione comunale. L’acquisto pubblico era maturato all’interno di un accordo tra l’amministrazione democristiana di Campi Salentina e la presidenza della Giunta regionale, anch’essa democristiana, allora presieduta da Salvatore Fitto, cugino di primo grado di Raffaele Rampino. La Regione si impegnò a pagare quattro dei sei miliardi di lire pattuiti tra il sindaco e Rampino per la cessione dello stabilimento. E lo fece con tre diverse delibere: la prima, di due miliardi, è datata 30 maggio 1988, tre mesi prima che Salvatore Fitto morisse nel tragico incidente sulla Brindisi-Taranto; la seconda, di 500 milioni, è del 28 dicembre dell’anno successivo; la terza, di un miliardo e mezzo, porta la data del 9 marzo 1990. Che cosa ne avrebbero fatto il comune e la Regione di quello stabilimento una volta acquisito al patrimonio pubblico? Seguirono anni di polemiche sulla sua destinazione d’uso, nel frattempo lo stabilimento da archeologia industriale divenne un vero e proprio rudere e finì in disuso.
“La Capurro era sbarcata a Campi Salentina intorno al 1963”, racconta l’ex sindaco comunista Egidio Zacheo, che, quando venne eletto, ereditò quel bubbone, “con due soci, i Rampino di Trepuzzi e i Capurro. All’inizio pensavamo che i Rampino fossero solo fiduciari, invece no, sono entrati come soci”. Zacheo ha vissuto in prima persona gli strascichi della storia, poiché la sua amministrazione, iniziata nel 1993, si trovò sulle spalle il peso dei debiti fatti dalla precedente amministrazione democristiana per acquistare quel rudere industriale. “La scelta di Campi Salentina per insediare la Capurro – continua Zacheo – si prestava bene al tipo di attività che l’azienda doveva svolgere. I Rampino sono di Trepuzzi, il sito industriale è tra Campi Salentina e Trepuzzi, vicinissimo alla statale Lecce-Taranto, che allora era un’arteria importante perché non c’era ancora la superstrada Lecce-Brindisi. Era quella un’ubicazione adatta insomma. I Rampino erano già affermati nel settore e rappresentavano l’ideale per essere soci, fiduciari, gestori sul territorio per conto dell’azienda”. Ma col tempo “lo stabilimento era diventato una bolgia dantesca – rammenta Zacheo – senza alcuna regola e tutela dei lavoratori, con molti infortuni e incidenti mortali. Ci fu una grande mobilitazione della popolazione contro l’inquinamento ambientale che produceva la Capurro. Negli anni Settanta a Campi nacque il quartiere della 167/B, in linea diretta con i venti prevalenti che provenivano dalla Capurro, la cui attività, eseguita senza alcun accorgimento, inquinava senza tregua. Inquinava nel senso che si stava proprio male: procurava malattie, i balconi restavano pieni di pulviscolo che sporcava tutto ed entrava nei polmoni. Io, che ho abitato lì dal 1982, ricordo che ci soffiavamo il naso e sul fazzoletto erano visibili i segni di quello che respiravamo. Ci fu una protesta molto accesa della gente, perché non c’era dubbio che quelle emissioni fossero nocive. Fu interessata più volte la magistratura. In seguito a queste proteste, intorno al 1990, con un’operazione conveniente, assai conveniente per la Capurro, la società fu acquistata dalla Regione e dal comune di Campi Salentina, per sei miliardi, quattro con un mutuo regionale e due con un mutuo comunale”.
Il sansificio produceva ormai solo danni e avrebbe richiesto ingenti investimenti per essere messo a norma di sicurezza per i lavoratori e per i cittadini. Con quale obiettivo fu deciso l’acquisto da parte di Comune e Regione? “L’obiettivo era quello di chiuderlo”, dice Zacheo, “sei miliardi poteva anche valerli se ci fosse stato il completo trasferimento della struttura. E invece, quando io sono diventato sindaco di Campi Salentina, nel 1993, mi sembrava che molta roba non ci fosse più. Siccome c’era da pagare il mutuo e poiché mi sembrava che non ci fosse una documentazione adatta per il trasferimento di quei beni all’ente pubblico, diedi disposizione perché facessero un inventario, con una documentazione fotografica e filmata in videocassetta. Ho cercato di capire se questo bene era stato completamente devoluto e trasferito all’ente pubblico. Non si sapeva che cosa fosse avvenuto nei due anni dal 1991 al 1993, perché, per esempio, mancavano gli impianti di rame, che allora era molto richiesto sul mercato. Praticamente c’erano soltanto i ruderi e il terreno. Una situazione che creava anche problemi di sicurezza pubblica, perché i muri perimetrali erano cadenti e lì mi risultò poi che si riunivano giovani, si facevano dei meeting, c’erano pozzi non chiusi, per cui feci interdire la zona, perché era pericolosa”.
L’acquisto della Capurro da parte della Regione e del Comune di Campi Salentina risultò insomma un vero e proprio bidone per i contribuenti. Non solo perché l’impianto era ormai inutilizzabile, ma perché si trasferirono agli enti pubblici anche i problemi legati al suo risanamento. “La mia amministrazione – dice ancora Zacheo – si trovò davanti alla necessità di dover risanare, perché c’era amianto. E il risanamento, sulla base di un preventivo fatto, ci sarebbe costato intorno al miliardo e mezzo di lire. La situazione, insomma, che avevamo ereditato era questa: una zona di undici ettari che non rendeva nulla, una zona inquinata, a rischio di sicurezza pubblica, luogo di incontri di criminali e mafiosi, a ridosso del centro abitato; per quella zona pagavamo un mutuo di due miliardi di lire; e per poterla risanare dovevamo spendere un altro miliardo e mezzo”.
Come per una occulta e predeterminata regia e attraverso una serie di complicati passaggi, si passò poi dal sansificio “Capurro” di Campi Salentina a quello della “Copersalento” di Maglie, passando per l’Ol.Sa. in liquidazione dei Fitto, con gli stessi protagonisti. Perché questo “trasloco”? “Maglie era il feudo di Fitto”, spiega l’ex sindaco di Campi Salentina, Egidio Zacheo. “C’era un allarme diffuso per il carattere inquinante di questi impianti e gli amministratori non erano certo molto ben disposti ad autorizzarne l’installazione sul proprio territorio comunale”. Ma le coincidenze favorevoli furono anche altre: non solo l’attività dei Rampino e dei Capurro coincideva con quella dei Fitto e della loro lunga tradizione nel campo oleario, ma c’era anche il vantaggio di avere un’amministrazione comunale amica. Centrale in questo passaggio fu, inoltre, il ruolo del presidente della Regione, don Totò Fitto, che nel frattempo aveva fatto “regionalizzare” anche il sansificio del padre, la Ol.Sa., per poi cederlo in gestione alla Copersalento, una società appositamente costituita da Raffaele Rampino e dai Capurro.
Parallelamente alla “regionalizzazione” del sansificio di Campi Salentina, Salvatore Fitto aveva infatti fatto acquistare dalla Regione, tramite l’Ersap (Ente regionale per lo sviluppo agricolo pugliese), anche lo stabilimento di Maglie della Ol.Sa., di suo padre. La società di don Felice non navigava in buone acque, tanto da essere stata messa in liquidazione, ma, a differenza di quello della Capurro, lo stabilimento che gestiva era funzionante e in buone condizioni. Nel frattempo, Raffaele Rampino e i Capurro costituirono, il 6 ottobre 1986, la società per azioni “Copersalento”, con sede a Lecce in via Imbriani e con capitale sociale iniziale di 15 miliardi e 466 milioni di lire, così suddiviso: 945 milioni a Raffaele Rampino, 77 milioni ad Armando Ezio Capurro, 593 milioni a “Capurro Leo e Figlio” srl, 8 miliardi e 341 milioni a “Capurro” srl, 10 milioni all’Ersap, 5 miliardi e 500 milioni ad “Investire Partecipazioni” spa, una derivata di “Sviluppo Italia” spa. Raffaele Rampino venne designato presidente del consiglio di amministrazione ed amministratore delegato della società. Dopo la sua costituzione la Regione assegnò in gestione lo stabilimento dell’Ol.Sa., sempre tramite l’Ersap che l’aveva acquisito, alla Copersalento del cugino del presidente Fitto.
Nonostante gli accorgimenti tecnici utilizzati, la Copersalento, da un punto di vista dell’impatto ambientale, non ebbe migliore sorte di quella della Capurro a Campi Salentina. L’inquinamento che produceva fece presto mobilitare cittadini e ambientalisti, che iniziarono un’annosa battaglia per la tutela della salute pubblica. Per oltre un decennio, si sono susseguite denunce, perizie, incontri, dibattiti in Consiglio comunale, assemblee cittadine, sit in, manifestazioni e cortei, ma senza apprezzabili risultati. La Copersalento continuava ad emettere i suoi fumi nocivi, nonostante una sentenza emessa, il 25 settembre 2000, dal giudice monocratico della Sezione distaccata di Maglie del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, obbligasse i responsabili a mettersi in regola. Nella sentenza di condanna dell’amministratore delegato e legale rappresentante del sansificio, Raffaele Rampino, la sospensione della pena di cinque mesi di carcere (comminata anche al direttore dello stabilimento, Egidio Merico) era stata condizionata all’adeguamento a norma dell’emissione dei fumi nocivi.
Le indagini della magistratura, naturalmente, proseguirono per accertare la messa a noma dell’impianto. Nell’aprile 2002, il magistrato che coordinava le indagini, il sostituto procuratore Marco D’Agostino, del pool reati ambientali della Procura di Lecce, affidò a due consulenti, Francesco Fracassi e Onofrio Laricchiuta dell’Università di Bari, l’incarico di una perizia. Dopo un mese di rilievi, il 31 maggio, i due chimici conclusero che esisteva il “fondato pericolo che il normale proseguimento dell’attività di recupero e trasformazione di combustibili e rifiuti possa causare ulteriori danni e aggravare gli effetti dei reati ipotizzati”.
Dopo anni di polemiche, la svolta arrivò il 25 giugno 2002 con il sequestro preventivo della Copersalento, disposto dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Lecce Antonio Del Coco, su richiesta del sostituto procuratore Marco D’Agostino. I sigilli ai cancelli della Copersalento rappresentavano l’epilogo di una nuova inchiesta nata come costola del procedimento principale per emissione di fumi nocivi, conclusosi nel 2000 davanti al giudice di Maglie, Carlo Cazzella. Numerose le fattispecie di reato identificate a carico del legale rappresentante, Raffaele Rampino, e del direttore, Egidio Merico, iscritti nuovamente nel registro degli indagati: si andava dalla gestione di rifiuti allo scarico senza autorizzazioni, dal superamento dei limiti delle polveri nell’atmosfera all’emissione di gas nocivi.
Dopo circa un mese, il sostituto procuratore Marco D’Agostino dispose la parziale rimozione dei sigilli e, quindi, la ripresa delle attività produttive della Copersalento. L’istanza della revoca dei sigilli era stata accolta dal magistrato perché, nel frattempo, la Copersalento aveva provveduto ad installare dei filtri per mantenere nei limiti previsti le emissioni fumogene della sua caldaia e, inoltre, aveva ottenuto l’autorizzazione a scaricare nella condotta del consorzio Sisri una parte dei reflui. Intanto l’amministratore Raffaele Rampino stava provvedendo ad adeguare l’intero impianto alla normativa sulla tutela dell’ambiente.
La Copersalento aveva goduto per anni della “disattenzione” di quanti a livello di amministrazione comunale, di locale Ausl, di assessorato regionale per l’Ambiente e, per ultimo, dello stesso Commissario straordinario per l’emergenza ambientale, il governatore Raffale Fitto, avrebbero invece dovuto vigilare e intervenire. Nonostante le proteste pubbliche e le condanne della magistratura, la Copersalento aveva continuato indisturbata nella convinzione di una sostanziale impunità, operando nel feudo politico dei Fitto. I consiglieri regionali di Rifondazione comunista, Michele Losappio e Arcangelo Sannicandro, con una interrogazione all’assessore regionale all’Ambiente, Michele Saccomanno, chiesero di sapere: se la Copersalento disponesse dell’autorizzazione di valutazione d’impatto ambientale; se in quei due anni, e dopo la sentenza della magistratura di primo grado, fossero stati effettuati controlli e verifiche da parte dell’Assessorato regionale; se fosse stato interessato il Commissario straordinario per l’ambiente, cioè lo stesso presidente della Regione, Raffaele Fitto, e quali provvedimenti si intendessero assumere, alla luce delle motivazioni che avevano portato al sequestro del sansificio.
Insomma, gli interrogativi che ponevano i consiglieri di Rifondazione sollevavano anche un caso politico. Una questione delicata, poiché la “distrazione” del governatore Raffaele Fitto poteva essere letta come una sorta di “conflitto d’interessi parentale”. Come mai infatti Fitto, consigliere comunale di Maglie, Commissario straordinario per l’ambiente in Puglia, presidente della Giunta regionale, pur abitando a Maglie, non aveva mai sentito l’olezzo nauseabondo che da anni sentivano tutti i cittadini dell’interland magliese? Come mai non lo aveva sentito il sindaco di Maglie, il senatore Francesco Chirilli, fittiano doc? Come mai non lo aveva sentito neanche l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) allora diretta da un uomo di fiducia di Fitto, l’ingegnere Mario Morlacco (successivamente sostituito da un altro cugino di Fitto, Alfredo Rampino)? Come mai non lo avevano sentito i funzionari del Presidio multizonale di prevenzione e la Ausl Lecce/2 di Maglie? Eppure, almeno un po’, quel puzzo qualcuno l’aveva sentito, se l’assessore regionale all’Ambiente, Michele Saccomanno, ricordò che sulla Copersalento “ci fu una conferenza con il comune di Maglie nella quale invitammo l’azienda a migliorare le tecnologie, e da parte della Copersalento ci fu la volontà di onorare l’impegno”. Come dire, tra uomini d’onore, basta la parola.
Oltre ad essere un parente, Raffaele Rampino era anche uomo di fiducia della famiglia Fitto. Dopo la morte di don Totò, gli fu dato l’incarico di amministrare un “gioiello di famiglia”, lo storico Hotel Risorgimento, in via Augusto Imperatore, nella centralissima piazza Santo Oronzo di Lecce, fino a quando, nella primavera del 2002, non fu venduto all’imprenditore edile Donato Montinari. Nella società per azioni che deteneva la proprietà del Risorgimento, la “Società Alberghiera Fitto & Portaluri”, c’era praticamente tutta la famiglia Fitto: dalla vedova di don Totò, Rita Leda Dragonetti, ai figli Felice, Raffaele e Carmela, dagli zii, Raffaele e Antonio, agli storici soci e mezzi parenti dei Fitto, Oronzo, Giovanni e Maria Lucia Portaluri e ad Anna Maria Sozzo, tutti detentori di quote diverse. La gestione di un’azienda come quella richiedeva capacità amministrative e manageriali, ci voleva un uomo di fiducia e di esperienza al quale affidare quella responsabilità. E chi meglio di Raffaele Rampino? Venne così nominato presidente del consiglio di amministrazione, affiancato, in qualità di vicepresidente, da Oronzo Portaluri e, come consiglieri, dal figlio maggiore di don Totò Fitto, Felice, e dalla moglie dello zio Raffaele, Rosina Anna Aprile. Nell’aprile del 2002, la “Società Alberghiera Fitto & Portaluri”, che nel frattempo aveva cambiato nome in “Vestas”, passò di mano e l’Hotel Risorgimento fu venduto al gruppo del costruttore Montinari, pare, per la somma di circa tre miliardi di lire.
Il sospetto di contiguità con la più feroce criminalità organizzata salentina era piombato su uno dei Rampino di Trepuzzi agli inizi degli anni Novanta. Il quarantaseienne Raffaele Rampino, detto Lello, era finito in qualità di imputato a piede libero nel maxiprocesso alla Sacra corona unita. Il 21 gennaio 1991 a Lello, anche lui imprenditore oleario, uccisero il figlio diciassettenne, Antonio. Il ragazzo venne freddato con un colpo di pistola alla testa nel cortile dell’oleificio di cui era proprietario il padre a Trepuzzi. L’assassinio del minorenne venne ritenuto dagli inquirenti una vendetta trasversale contro il padre, che, appena tre mesi dopo, il 17 aprile, fu a sua volta ucciso in un agguato mafioso avvenuto mentre prendeva il caffè nel bar della piazza principale di Trepuzzi. La morte di padre e figlio e le modalità del duplice assassinio suscitarono particolare clamore nell’opinione pubblica e molta preoccupazione tra gli inquirenti, per la efferata crudeltà dimostrata in quell’occasione dalla criminalità salentina. La stampa locale riferì con grande enfasi quei due omicidi, sottolineando i pericoli della infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività economiche della provincia.
horrorudiae4: la Terra dell'Accoglienza
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Ndjock Ngana
da Colui che tutto ha perduto
II
Poi un giorno, il silenzio...
Del sole i raggi parvero oscurarsi
Nella capanna d’ogni senso vuota
Le bocche rosse delle mie donne premevano
Le labbra dure e sottili dei conquistatori dagli occhi d’acciaio
E i figli miei lasciarono la quieta nudità
Per l’uniforme di ferro e di sangue
E più non ci siete, neppur voi
Tam-Tam delle mie notti, Tam-Tam dei miei padri
Le catene della schiavitù han straziato il mio cuore!
da "L'imPAZiente" n.6:
Sul sito di pazlab troverete un ottimo nonché libero dossier sull'affaire regina pacis, esempio spesso elogiato di acccoglienza in una terra di frontiera, alla quale si voleva assegnare il premio Nobel. Poi una legge figlia dell'undici settembre, non del dolore, ma di quell'isteria tipica americana. Qualcosa di veramente lontano, comunque,dall'essenza mediterranea di questa terra.
C'è chi si è piegato ad una legge assurda, divenendo un luogo di reclusione: è il caso del rp.
E c'è chi di fronte a quella legge s'è posto in modo critico, come ho avuto modo di vedere con i miei occhi, sfidando le istituzioni pubbliche ed ecclesiastiche(le stesse che vi avevano dato vita): è questo il caso del centro d'immigrazione "Fernandes".
Castel Volturno, provincia di Caserta, non è l'ipocrisia salentina. Lì la miseria è palese, perché quel luogo è una zona turistica che produrrà certamente ricchezza, la quale percorre una sola via, quella della camorra. Il fatto è che tutti lo sanno ed evitano di girarci troppo attorno.
Per questo la tristemente nota via Domitiana è soprattutto un ghetto africano. Dove vi sono bazar e negozi di africani per gli africani. Dove, appena entrati, si perde il ricordo d'essere in un luogo diverso dall'Africa, perchè ne è simile persino l'odore che vi si respira. La via Domitiana è anche luogo di prostituzione per le donne nigeriane e non solo, gestite da protettori italiani, che forniscono loro abitazioni dove vivere quasi sempre abusive proprietà della camorra, ma ora riscattate dal condono.
Il centro"Fernandes", certo, s'è traformato in un centro culturale, dove però non sono richiesti documenti, dove i nuovi arrivati possono trovare almeno un piatto di riso e chi non ha il permesso di soggiorno vi trova alloggio. Tutto l'apparato lavora al recupero degli immigrati dalle devianze o dalle loro esperienze negative. Con un costante lavoro d'umanità.
La cosa più importante del centro "Fernandes",comunque, è che in questi anni si è vista crescere e rinforzarsi un'associazione fondata e costituita da immigrati che lavora per l'elevazione culturale degli stessi, andando nelle strade a parlare con le prostitute in nome della Madre Africa.
Se andassimo a sbirciare?





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