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Archivio Settembre 2005

Horrorudiae3. Se fosse così semplice, non avremmo bisogno di voi....

di andrea aufieri (30/09/2005 - 22:09)

 

 

 

 

 

 

1
Volevo appenderla in camera, questa foto, insieme a quella del mastodontico nastro trasportatore che sul sito dell'enel viene così elogiato.
Ogni mattina volevo alzarmi e pensare all'ottusità delle istituzioni ed al potere dei soldi che ha portato alla costruzione di questa centrale. Soldi e lavoro. Soldi, lavoro, emissione di gas nocivi, furani.
Il nastro trasportatore. Il percorso così lungo che deve affrontare garantisce una sicura dispersione di polveri che il vento si diverte a riversare su tutto il salento.
Non ho bisogno di appendere la foto in camera, l'ho anche stampata, ma non l'appenderò.

2
Ho fatto un incubo in cui mi si dipanava uno scenario di morte ed in cui, però, ogni riferimento a fatticosepersone è puramente casuale. Sognavo che per una centrale a carbone il processo di conversione al metano stabilito una decina d'anni prima non veniva ancora attuato, permettendo così ad un Paese civilizzato, peraltro firmatario del protocollo di Kyoto, di avere ancora una centrale a carbone.
Poi l'incubo nero s'infittiva: magari fosse carbone. Si saprebbe cosa respirare. Invece si scopriva che da alcuni anni la ditta cinese che forniva il combustibile non lo poteva più fare, perché il suo Paese aveva deciso d'avvelenarsi da solo per diventare una grande potenza economica.
Così, qualche dirigente dal sonno d'agnello, decideva di rifornirsi dal Brasile. Il Brasile inviava una roba combustibile sintetica della quale mi sfugge il nome, che aveva l'interessante qualità tecnica d'essere morbida e spugnosa, il che significa che brucia male, e che le particellle immesse nell'aria sono più grosse e più fastidiose, cancerogenamente parlando.
3
Doveva essere un brutto sogno. L'ente gestore di quel tipo d'energia nel sogno, doveva essere proprio un avido farabutto.
Mentre la nostra enel fa qualche errorino, ma la sua energia è pulita e certificata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4
Avete avuto la fortuna di vedere una foto aerea notturna della città di Lecce? Io sì, ad un convegno sull'energia rinnovabile.
Si diceva, in quell'incontro, che la Puglia produce, con il solo stabilimento di Cerano, un'alta percentuale d'energia, ben oltre il suo fabbisogno, tanto da rivenderla al Paese più vicino-Grecia o Albania-per evitarne la pui plausibile dispersione.
Il problema dei rifiuti è un problema grosso. Li si vuole incenerire, o meglio termovalorizzare, per produrre altra energia. Con ingenti rischi sanitari e socio-ambientali.
Le pale eoliche che le compagnie olandesi vogliono piantare sono troppo alte. Produrrebbero ingenti danni ambientali. Produrrebbero energia sufficiente a realizzare il programma di Kyoto per le Nazioni che consiste nell'incrementare di portare a due punti percentuali la produzione di energia pulita. Produrrebero royalities appetitose per i comuni.
E il 98% dell'energia nazionale? Cerano. E le pale antiturismo, proprio nei tavolieri pugliesi? Esistono piccole aziende produttrici di micropale, ma ce ne vorrebbero tantissime.
Perché non affossare Cerano con sole fonti rinnovabili? Palette e pannelli solari, lu jentu e lu sule? Costi troppo alti. E la volontà politica?
Lecce dall'alto, di notte, sembra un abbagliante luna-park, con tante luci e lucine stile viale Università che il risparmio energetico lo espellono come noi l'anidride carbonica.
Da sola Lecce basterebbe a giustificare Cerano. C'è un'inquietante simpatia tra Lecce e l'enel. Certo se le istituzioni per davvero c'illuminassero...

 

 

 

 

 

 

5
A sigillo finale per questo post, eccovi l'articolo che celebra il natale leccese del 2004, quando sul basolato di piazza S.Oronzo venne "piantato" l'albero della luce, innocuo per la vecchia lupa memore dell'assalto alla sua struttura nel natale precedente, quando su di essa campeggiava la deformante pista di ghiaccio.
Io quella sera di festa ero lì a vendere Pigotte, ed ero lì anche qualche giorno prima, quando gli operai allacciavano la corrente all'albero. Una placca informativa specificava che l'albero era allacciato per certificato all'energia pulita.
Curioso, chiesi ai tecnici cos'era st'energia pulita, e loro mi risposero beffardi: (traduco dal simpatico dialetto, il leccese è spettacolare se deve esprimere atteggiamenti ruffiani o spavaldi) "Che ne sappiamo? Per quanto ci riguarda, questa-indica i fili della corrente-scente tutta da Cerano."
Scinde tutta te Ceranu.
Buona lettura.

Una festa sulle piazze di 21 città italiane per rivivere il Natale che viene. La propone Enel e sarà Lecce la città pugliese ad ospitare l’accensione dell'albero di luce della Società elettrica. L'iniziativa, dal forte carattere simbolico, rafforza il legame che Enel costruisce ogni giorno con i suoi clienti e le comunità locali. Sarà Piazza Sant'Oronzo di Lecce ad ospitare l’albero di luci che Enel, d’intesa con l’Amministrazione Comunale, accenderà domenica 12 dicembre 2004 alle ore 19,00 alla presenza di Autorità, cittadini, Associazioni e rappresentanti delle Istituzioni. È prevista la presenza di S.E. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Arcivescovo di Lecce, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e del sindaco On. Adriana Poli Bortone. L'evento sarà preceduto dall'arrivo della "Luce di Betlemme" che sarà accolta ai piedi dell'albero. La particolare novità di quest'anno è che gli alberi di luce di Enel sono alimentati da energia verde, una speciale fornitura di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili (eolico, idrico, geotermico, fotovoltaico) a pieno vantaggio dell'ambiente. Il tutto certificato da un bollino doc: "100% energia verde". Il clima e l’atmosfera natalizia sarà creata anche dal Coro gospel "A. M. Family" di Lecce di cui Elisabetta Guido è preparatrice vocale e coordinatrice, concertista, vocalist e direttrice del coro stesso, ormai di fama nazionale ed internazionale. Intorno all’albero di Natale che rimarrà acceso sino all’Epifania, è previsto un denso programma di spettacoli che intratterranno bambini e adulti con giochi e fantasie di luci. 
Inoltre, EnelCuore, la società onlus di Enel, sponsorizza per l’intero periodo natalizio la campagna di solidarietà promossa dall’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie). L’albero Enel, stilizzato e costellato di 10.000 microlampade a basso consumo, è alto 6 metri ed è composto da sei telai di alluminio sui quali si sviluppano intrecci di luce che sposano la tradizione nazionale delle luminarie natalizie con l’innovazione tecnologica.

 

horrorudiae 2: la ruota della pace

di andrea aufieri (28/09/2005 - 20:57)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IO SONO IL SIGNORE DIO TUO?

Volevano piazzarla all'ingresso della città per ammonire e ricordare la vera età cui questa città è stata strappata con paradossali rimpianti: quella del più becero barocco!

Per fortuna ora è in un angoletto, sempre troppo ingombrante. E poi, se proprio questa roba andava fatta, sarebbe stato certo meno scenografico rifarsi alle scarne e banali parole d'amore di Gesù...Ormai ce la teniamo ringraziando per il regalo i devoti Lions di Taranto. La polemica è già divampata abbastanza. Da parte mia, posto questo significativo brano tratto da La misteriosa fiamma della regina Loana di Umbero Eco, pagg.340-343.


  "Ma perché Dio è un fascista?"

  "Senti, tè sei troppo giovane perché possa farti un discorso di teologia. Partiamo da quel che sai. Recitami i dieci comandamenti, visto che all'Oratorio ve li fanno studiare a memoria."

  Glieli recitavo. "Bene," diceva, "ora stai attento. Tra questi dieci comandamenti ce ne sono quattro, bada bene, non più di quattro che consigliano cose buone - benché anche quelli, beh, poi li rivediamo. Non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza e non desiderare la donna d'altri. Quest'ultimo è un comandamento per uomini che sanno cos'è l'onore, da un lato non fare cornuti i tuoi amici, e dall'altro cerca di mantenere in piedi la famiglia, e questo mi può andare bene, l'anarchia vuole eliminare anche la famiglia, però non si può avere tutto in un colpo solo. Quanto agli altri tre, d'accordo, ma è il minimo che ti consiglia anche il buon senso. Anche se poi devi fare la tara, di bugie ne diciamo tutti, magari a fin di bene, mentre ammazzare no, non si deve, mai."

  "Neanche se il re ti manda in guerra?"

  "Qui sta il punto. I preti ti dicono che se il re ti manda in guerra tu puoi, anzi, devi ammazzare. Tanto la responsabilità è del re. Così si giustifica la guerra, che è una brutta bestia, specie se in guerra ti ha mandato il Crapone. Guarda che i comandamenti non dicono che puoi ammazzare in guerra. Dicono non ammazzare, punto e basta. Ma poi "

  "Poi?"

  "Vediamo gli altri comandamenti. Io sono il signore Dio tuo. Questo non è un comandamento, altrimenti sarebbero undici. È il prologo. Ma è un prologo truffaldino. Cerca di capire: a Mosè appare un tizio, tra l'altro non appare neppure, si sente la voce e chissà da dove viene, e poi Mosè va a dire ai suoi che ai comandamenti si ubbidisce perché vengono da Dio. Ma chi dice che vengono da Dio? Quella voce: 'Io sono il signore Dio tuo.' E se poi non lo era? Immagina che io ti fermo per strada e ti dico che sono un carabiniere in borghese e che tu mi devi dare dieci lire di multa perché da quella strada non si può passare. Tu se sei furbo mi dici: e chi mi assicura che sei un carabiniere, magari sei uno che campa mettendola in culo alla gente. Fammi vedere i documenti. E invece Dio dimostra a Mosè che lui è Dio perché glielo dice e basta. Tutto comincia con una falsa testimonianza."

  "Tu credi che non era Dio che ha dato i comandamenti a Mosè?"

  "No, io credo che era proprio Dio. Dico solo che ha usato un trucco. Ha sempre fatto così: devi credere nella bibbia perché ispirata da Dio, ma chi ha detto che la bibbia è ispirata da Dio? La bibbia. Capito la magagna? Ma andiamo avanti. Il primo comandamento dice che non avrai altro Dio fuori di lui. Così quel signore ti proibisce di pensare, che so, ad Allah, a Buddha e magari a Venere - che, diciamoci la verità, avere come dea un tocco di brigna così non era poi mica male. Ma vuole anche dire che non devi credere, che so, nella filosofìa, nella scienza, e farti venire in testa l'idea che l'uomo discende dalla scimmia. Solo lui, e basta. Adesso stai attento, che tutti gli altri comandamenti sono fascisti, sono fatti per obbligarti ad accettare la società così com'è. Ricordati di santificare le feste... Che ne dici?"

  "Beh, in fondo ordina di andare a messa la domenica, che c'è di male?"
  "Questo te lo dice don Cognasso che come tutti i preti la bibbia non sa neppure dove stia di casa. Sveglia! In una tribù primitiva come quella che si portava a spasso Mosè questo significava che devi osservare i riti, e i riti servono per imbesuire il popolo, dai sacrifici umani alle adunate del Crapone in piazza Venezia! E poi? Onora il padre e la madre. Sta' zitto, non dirmi che è giusto ubbidire ai genitori, questo va bene per i bambini che devono essere guidati. Onora il padre e la madre vuole dire rispetta le idee degli anziani, non opporti alla tradizione, non pretendere di cambiare il modo di vivere della tribù. Capito? Non tagliare la testa al re, come invece Dio comanda - cioè scusa, come in fondo si deve se la testa, la nostra, ce l'abbiamo sulle spalle, specie con un re come il nanerottolo Savoia che ha tradito il suo esercito e mandato a morte i suoi ufficiali. E allora capisci che persino non rubare non è quel comandamento innocente che sembra, perché ordina di non toccare la proprietà privata, che è quella di chi si è fatto ricco rubando a te. Ma bastasse. Mancano ancora tre comandamenti. Cosa significa non commettere atti impuri? I vari don Cognasso vogliono farti credere che serve solo a impedirti di menare quella cosa che ti pende tra le gambe, e scomodare le tavole della legge per qualche raspone già mi sembra uno spreco. Che devo fare io che sono un fallito, quella buona donna di mia madre non mi ha fatto bello, per giunta sono zoppo e una donna che è una donna non l'ho mai toccata? E mi vuoi togliere anche questo sfogo?"

  A quell'epoca sapevo come nascono i bambini ma credo avessi idee vaghe su quello che accadeva prima. Di rasponi o di altri toccamenti avevo udito parlare dai miei compagni ma non osavo approfondire. Però non volevo fare brutta figura con Gragnola. Assentivo muto, con compunzione.
  "Dio poteva dire, che so, puoi ciulare, ma solo per fare bambini, specie perché allora al mondo erano ancora troppo pochi. Ma i dieci comandamenti non lo dicono: da un lato non devi desiderare la moglie del tuo amico e dall'altro non devi commettere atti impuri. Insomma, quando è che si ciula? Ma come, devi fare una legge che vada bene per tutto il mondo, i romani che non erano Dio quando hanno fatto le leggi era roba che va bene ancora oggi, e Dio ti butta giù un decalogo che non ti dice le cose più importanti? Tu mi dirai: sì, ma la proibizione  degli  atti impuri proibisce  di  ciulare fuori del matrimonio. Sei sicuro che fosse veramente cosi? Che cosa erano gli atti impuri per gli ebrei? Loro avevano delle regole severissime, per esempio non potevano mangiare il maiale, neppure i buoi uccisi in un certo modo e, mi hanno detto, nemmeno i gianchetti. Allora gli atti impuri sono tutte le cose che il potere ha proibito. E quali? Tutte quelle che il potere ha definito come atti impuri. Basta inventare, il
Crapone riteneva impuro parlare male del fascismo e ti spediva al confino. Era impuro essere scapolo, e pagavi la tassa sul celibato. Era impuro sventolare una bandiera rossa. Eccetera eccetera eccetera. E ora veniamo all'ultimo comandamento, non desiderare la roba d'altri. Ma ti sei mai chiesto perché questo comandamento, quando c'era già non rubare? Se tu desideri avere una bicicletta come quella del tuo amico hai fatto peccato? No, se non gliela rubi. Don Cognasso ti dice che quel comandamento proibisce l'invidia, che certo è una brutta cosa. Ma c'è una invidia cattiva, quella che quando il tuo amico ha la bicicletta e tu non ce l'hai, vorresti che si rompesse il collo giù per una discesa, e c'è l'invidia buona, quella che tu desideri anche tu una bicicletta così e ti metti a lavorare come un matto per potertela poi comprare, anche usata, ed è l'invidia buona quella che fa andare avanti il mondo. E poi c'è un'altra invidia, che è l'invidia della giustizia, quella che non puoi farti una ragione che qualcuno ha tutto e c'è gente che muore di fame. E se senti questa bella invidia, che è l'invidia socialista, ti dai da fare per realizzare un mondo in cui la ricchezza sia meglio distribuita. Ma è proprio questo che il comandamento ti proibisce: non desiderare più di quello che hai, rispetta l'ordine della proprietà. A questo mondo c'è chi ha due campi di grano solo perché li ha ereditati e chi ci vanga dentro per un boccone di pane, e chi vanga non deve desiderare il campo del padrone, se no lo stato va in rovina e siamo alla rivoluzione. Il decimo comandamento proibisce la rivoluzione. Quindi, caro il mio ragazzo, non ammazzare e non rubare ai poveretti come te, ma desidera pure la roba che gli altri ti hanno tolto. Questo è il sole dell'avvenire ed è perché i nostri compagni se ne stanno lassù in montagna, per far fuori il Crapone che è andato al potere pagato dai possidenti agrari, e i tognini di Hitler che voleva conquistare il mondo per far vendere più cannoni a quel Krupp che costruisce delle Berte lunghe così. Ma te, cosa capirai mai di queste cose, te che ti  hanno tirato su facendoti imparare a memoria giuro di obbedire agli ordini del Duce?"

  "No, io capisco, anche se non tutto."

  "Speriamo bene."

Tiziano Terzani, come l'ho conosciuto...

di andrea aufieri (26/09/2005 - 20:25)

 

 

 

 

 

 

 

Anam

Quasi quindici mesi fa moriva Tiziano Terzani, grande inviato di guerra contro la guerra. La sua esperienza di dolore e di gioia, di viaggi al cuore delle culture e delle genti hanno fatto di lui un santo laico (come piace dire ai Wu Ming), che non si tirò indietro dal combatterel'ultima battaglia che il suo tempo gli proponeva: no alla guerra in Afghanistan, dove poi si è andati ad uccidere i morti, a mitragliare la polvere.

Ho conosciuto troppo tardi la sua opera: Un altro giro di giostra, Lettere contro la guerra e In Asia restano per me grandi testimonianze. Sul suo sito ho ritrovato il pezzo de L'Espresso che me lo ha fatto conoscere e che mi ha fatto rivalutare la figura dell'intellettuale italiano che con la Fallaci toccava il suo punto più basso.

UNA RISATA MI SEPPELLIRÀ.
La grande avventura della vita e della morte. In questa intervista-testamento di un uomo che sapeva
sorridere.
di Mario Zanot


Tiziano Terzani il film sulla sua vita proprio non lo voleva fare. «Alla fine della mia vita», mi aveva scritto, «non voglio ricadere nella orribile trappola dell'ego che, assieme a quella dei desideri, ho dedicato molto tempo a distruggere». Insistiamo. «Non vuoi fare film? Bene, faremo un film su di te ma senza di te. Ripercorreremo le tue strade, vedremo la tua gente. A te chiediamo solo di fare davanti alla telecamera una possente risata, un urlo beffardo.» «Una risata non la si nega a nessuno», risponde. Così arriviamo all'Orsigna, sull'Appennino toscano, dove Tiziano ha scelto di passare l'ultima parte della sua vita, accolti da un cartello davanti a casa: "Ogni visita è sgradita senza eccezioni". Ci riceve vestito di bianco. Parla per tre ore. L'intervista continuerà il giorno dopo. E che giorno. Tiziano può mangiare poco. Tè e un pugno di riso bianco è quanto gli consente «il suo malanno», come lo chiama. Ma ci porta a mangiare i tortellini di ricotta e spinaci dalla sua amica Rosita, su alla Selva: «Sono i più buoni del mondo». Ogni tanto si zittisce con una smorfia di sofferenza e allunga la mano destra verso la moglie Angela, che la massaggia dolcemente. Alla conclusione di tutto, fa una sola richiesta: «Non andate a filmare il mio rifugio sull'Himalaya». Non ci andremo. Le immagini che vedrete nel film ci sono state date dal figlio Folco, suo amato complice di una parte della sua avventura umana.

Signor Terzani, lei ha un tumore. Così le ha detto quel medico di Bologna?

Un tumore? Ne ho vari, un po' di qua, un po' di là. Ma la cosa divertente è che ci convivo da sette anni. E poi, io e quelli siamo una cosa sola e sarebbe stupido pensare: loro ammazzano me, io ammazzo loro. Ce ne andiamo insieme perché siamo cresciuti insieme: e con questo trovo che per me il cancro è stato una benedizione, perché ero ricaduto nella routine delle vita e questo cancro mi ha salvato. Perché all'invito di un ambasciatore a cena, a una conferenza stampa, a un viaggio a cui non ero più interessato, io posso sottrarmi. Il cancro è diventato una sorta di scudo, di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi. È curioso: io ero vissuto in Asia quasi trent'anni, ma quando si è trattato di scegliere che cosa fare non è che mi sono affidato a uno col pendolo, o all'altro con delle pozioni di erbe magiche raccolte nella foresta. Sono andato nel più grande centro di cancro del mondo e mi sono affidato alla ragione e alla scienza, della quale conoscevo bene i limiti e durante la terapia questi limiti sono saltati agli occhi.

Ha sperimentato tutte le cure. Chirurgia, radioterapia, chemioterapia. In "Un altro giro di giostra" descrive i loro effetti.

Ho tenuto un diario di tutte le mutazioni che subivo a causa della chemioterapia. Una cosa incredibile: io che ho sempre adorato i film dell'orrore, sai quelli con le porte che scricchiolano, quelli col pugnale... mi facevano paura ! Entravo nel bagno, guardavo lo specchio e c'era uno che mi sorrideva, ma non ero io. Glabro, senza capelli, gonfio di chemioterapia. Ma chi è, questo qua ? Dopo è cominciata la grande avventura perché mi sono messo a cercare una cosa che potesse aiutarmi: lavaggio del colon, dieci giorni in un'isoletta della Thailandia con digiuni completi e clisteri di 18 litri al giorno due volte. Poi sono stato dai guaritori filippini, quelli che tolgono sangue, budellina di pollo dalle tue interiora. Poi, tante altre esperienze: la pranoterapia, il reiki, ma mi sono reso conto che in verità io non volevo una medicina per il mio cancro, volevo una medicina per quella malattia che è di tutti e che non è il cancro: la mortalità. Ma questa malattia con la quale nasciamo, la mortalità, è incurabile! Che è il suo bello, anche, della vita. Ci sono dei miti sulla mortalità. Una tribù della Nuova Guinea, per esempio, che viveva nelle palafitte, aveva scoperto che la mortalità era dovuta al tatto che tutti cacavano, e siccome tutti cacavano da queste palafitte, se non moriva mai nessuno la merda sarebbe arrivata su e sarebbero morti tutti. Per cui giustificavano la morte come quell'avvenimento che almeno ci salva dal far salire la merda. Allora, non c'è cura ma tutto può servire.

A un certo punto del viaggio lei è entrato in un Ashram e diventato Anam, il senzanome...

Per tre mesi sono rimasto isolato dal mondo, a studiare il sanscrito, i testi sacri e a mettermi in contatto con un modo di vedere le cose, che è uno dei più antichi, in cui tutto si relativizzava. Per cui ora sono in una condizione stupenda. Io sto benissimo. Un po' meno il mio corpo. Ma poi me ne staccherò, lo lascerò lì e andrò via. E diranno: "Ma Tiziano?". "Boh, è andato via, è rimasto quest'abito vecchio."

Ha detto che, a una certa età, il miglior modo di godere di un fiume è di stare fuori dalla corrente, guardare l'acqua, sentirla scorrere. Allora, perché si è di nuovo gettato nel fiume, dopo l'11 settembre?

Ero isolato, facevo l'eremita, non volevo più scrivere, ma mi pareva infingardo, codardo, non prendere posizione. Io stavo per ritornare nell'Himalaya, avevo fatto le valigie, ma mi pareva ingiusto, mi pareva di abdicare a tutto il senso della mia vita, che è stato quello di coinvolgermi in tutte le grandi storie, e ho scritto " Lettere contro la guerra ". Proprio perché le guerre le ho viste, ho visto i corpi martoriati, i villaggi distrutti, i cadaveri abbandonati sul bordo della strada mangiati dalle bestie, mi sono rimesso in viaggio e ho scritto queste lettere per mio nipote, perché un giorno dovrà decidere tra la pace e la guerra. La non-violenza è l'unica chance che l'umanità ha di sopravvivere.

È vero che, dopo l'11 di settembre, siamo tutti americani?

Ma che siamo tutti americani, io sono europeo! Dire a uno: "Ma tu sei antiamericano" è come dirgli che la sua mamma fa la prostituta. Io ho un figlio americano, ho un nipote americano. Ma cosa vuol dire questo: che non mi posso permettere di dire che oggi questa puzzona di America fa una politica spaventosa, che riporta la nostra civiltà indietro di centinaia di anni? La tortura. Beccaria è arrivato alla conclusione che non si può torturare. Mai. Passano dei secoli e ora gli americani dicono: "No, certo, non si può torturare, ma nel caso in cui si acchiappi uno che potrebbe sapere una cosa bisognerebbe torturarlo". E allora, dove va il principio, il tabù? Che cos'è la civiltà, se non il tentativo di gestire la violenza dell'uomo, di mettergli delle regole, di dargli altre direzioni?

E Dio dov'è, da che parte sta?

Dappertutto. Ieri ho incontrato il vecchio parroco del paese e gli ho detto: "Lei mi spieghi questa storia del corpo: voi promettete alla gente che un giorno suonano le trombe - papapa - e tutti riprendono il loro corpo. Quale corpo? E se tu eri gobbo, storpio? Ti ridanno quello lì? Ma io ne voglio un altro, scusa!". Vede, questa di dire che Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza è una balla! È l'uomo che ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza, l'ha messo su una nuvola. L'ha messo a giudicare. E gli ha attribuito tutte le più orribili emozioni umane. Questo Dio vendicativo, cattivo, che ti guarda sempre. Ma chi ha questi sentimenti? L'uomo, vendicativo, cattivo, orribile nei confronti dei suoi simili.

L'Occidente tornerà a ridere?

Lo spero. Perché una civiltà che non sorride è infelice. E io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti, una delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Una mattina, in un parco, c'era un gruppo che, dopo aver fatto un po' di voga, a un certo ordine alzava le braccia e cominciava a ridere. E quale modo migliore per cominciare la giornata che magari finisce in un ufficio ad aria condizionata ? Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata.

horrorudiae1: The Aviator

di andrea aufieri (23/09/2005 - 19:52)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MB339A,riqualificazione territoriale attraverso la vita a volo d'uccello.
MB339A,riqualificazione territoriale bombe.frastuono. bombe.frastuono. ancora
MB339A,riqualificazione territoriale enola.enola.enola. empty. sud del sud del sud del sud.
MB339A,riqualificazione territoriale polvere.molta. e brandelli di carne. ora odio funghi.
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale ...................................
MB339A,riqualificazione territoriale. full.
MB339A,riqualificazione territoriale. fool.


Riqualificazione territoriale.
E' un termine che i leccessi devono imparare a pesare.
Perché d'ora in poi qualsiasi atto un pò evidente in città andrà sotto questo termine, che ai tempi della costruzione del Quartiere Santa Rosa poteva avere senso.
Ora è un termine imprenditoriale spia indicativa di meretricio. Nel senso che si arzigogola costruendo su crani indifferenti e inconsapevoli.
L'enorme pozzanghera cui Lecce è stata ridotta dai cantieri come formiche è la manifestazione più evidente.
La 167. I condomini servivano alla gnete che ci doveva abitare o erano funzionali e remunerativi tralicci per le antenne umts che vi campeggiano trionfanti?
La 167. Rimaniamo in zona.
Dal 12 luglio di quest'anno vi è stato piantato un monumento inquietante. Il monumento all'aviatore. Simpaticamente donato al Comune di Lecce dall' areonautica militare.
In tutto il mondo velivoli come il nostro usati come monumento sono due: uno, appunto, a Lecce e l'altro nientepopodimenoche a Nuova York.
Sono uno che non ha rispetto per tutto ciò che sfoggia divise/uniformi.
Non comprendo il valore civico di tale monumento.
Ho, però, un malefico sospetto. Che, cioè, il forte valore civico del monumento sia troppo forte.
Va bene, forse non dovrei preoccuparmi, visto che la piazza non è comoda da raggiungere e che la sera si è un pò troppi lì, tra me e le gocce d'umidità penetranti.
Ma il fatto, adesso lo dico una volta per tutte, è che posizionare nella 167 un simbolo mitico dell'esercito (cacchio, un areoplano, micaciufole...), non potrà dare un contibuto all'arruolamento di massa da parte dei giovani del sud, pardon, dei giovani di medio-basso reddito del sud? Già, poi chi l'ha detto che sia un male nell'era dell'immoralità? Ok, promuoviamo l'empietà...
Un brivido ghiacciato mi percorre la schiena quando penso al documentario di Michael Moore- quel comunista!...-, quando i marines giravano fuori dai centri commerciali per adescare giovani neri del bronx e soffiargli tutto il loro fumo negli occhi. Non ci voleva neanche tanto sforzo: quello lì, quel figo che ha fatto quello sport, lo sai? Beh, lui è stato nei marines...o una roba del genere.
Adesso la finisco, d'altronde un aereo è bello perché vola, ma quando vedremo questa città baronale, borghese e cerimoniale dedicare un monumento-la sparo lì-a Gandhi?
Certo l'Indiano non era mica indiano per niente, e non può certo promuovere eserciti,...
O no?

horrorudiae: intro da V. Bodini, ovvero Barocco del sud

di andrea aufieri (20/09/2005 - 20:04)

Barocco del Sud

Una città è come una donna fra le braccia di secoli ognuno dei quali può modellarle a sua simiglianza l'anima e il volto. Lecce non ha conosciuto che un grande amore, la cui memoria è così gelosamente esclusiva da farla sembrare ancora oggi una città del Seicento. Non ci riferiamo soltanto all'architettura delle sue innumerevoli chiese e palazzi, a quella capricciosa eleganza che sorpassa ogni volta il più folle arbitrio, ma persino all'anima dei suoi abitanti: ai loro astuti ideali e gesticolamenti.
E' una città vedova del suo tempo, e questo sentimento che la storia non vi riesca a procedere è lo stesso che suggerisce la pianura circostante, dove a volte si resta in ascolto aspettandosi di udire gli spari di antiche colubrine, per un attacco di saraceni o di briganti. Nessun altro rumore potrebbe turbare il silenzio di questo spazio desolato che lascia da ogni parte l'orizzonte scoperto, sotto un cielo che è impassibile come un piatto di porcellana. Un cielo che schiaccia ogni cosa, e in cui un albero finisce col non essere più alto d'un filo d'erba.
(...)
Siamo nelle viscere del Seicento. Ma c'è di più: basta fermarcisi a vivere pochi giorni perché a poco a poco si faccia strada in noi un sospetto stranissimo, che essa non sia un luogo della geografia ma una condizione dell'anima, a cui s'arrivi solo casualmente, scivolando per una botola ignorata della coscienza. E' una condizione folta d'una angoscia che vi insegna essa stessa mille trucchi e passività per mezzo dei quali potersene liberare. La volubilità, i sofismi forensi o del cuore, gli orologi fermi, la passione del gioco sono altrettanti modi per sfuggire al senso del vuoto che è alle spalle di questa estrema pianura dove l'Europa ha termine, e da cui ognuno coltiva un progetto di fuga e di effettiva avventura.
Da questo terreno è nata in un supremo momento di grazia, poi venuta a mancare, una complicata foresta di figure e di simboli destituiti di senso, al di fuori d'una frenetica eleganza in cui un'intera popolazione non priva di sangue arabo e aragonese, e più remotamente greco, ha giocato tutte le sue carte, gareggiando col caso nel creare un numero infinito di combinazioni d'una lucidissima incoerenza.
Guardate come neanche il più piccolo spazio è lasciato libero: il vuoto o il troppo semplice si direbbe che ripugnino all'artefice quasi sempre anonimo di questi prodigi, in cui non c'è esagerazione che non sia prontamente ricondotta nei confini d'un'abile finezza. Di questo orrore del vuoto non potrebbe darsi esempio più convincente di questo palazzo (Personè), il cui bugnato prosegue nell'interno del portone e su per le scale. (Ed è inutile domandare ad un leccese seduto al caffè cosa intendano rappresentare i segni di cui va riempiendo la superficie d'un foglio capitatogli sottomano. Son dei ghirigori insensati dietro i quali l'occhio s'accontenta di svagarsi, rallegrandosi che il bianco venga integralmente abolito).

Come già la pianura senza un filo d'acqua, queste pietre danno sete solo a guardarle. Non meraviglia che fra i pochi miti cittadini vi sia quello d'un fiume sotterraneo, dal tenebroso nome di Theutra, che scorrerebbe nel sottosuolo della città.
E balconi, un'infinità di balconi, in cui un assortito bestiario favoloso o domestico, grifoni, draghi, chimere, capre, asini dalle gorgerine inamidate, con assoluta indifferenza è messo accanto a figure di monacelle, avventurieri spagnoli, angeli, occhialuti notai, ragazzetti, dame dai seni a coppa di gelato.
Tutto quest'arido popolo continua a spiare il transito delle generazioni per le candide vie dove il tufo mette toni dorati affiorando dalle screpolature dell'intonaco. Tanta dovizia di balconi bellissimi, alcuni dei quali si sporgono inaspettati da costruzioni senza pretese, fanno supporre che sia questo il luogo più importante della casa. E a pensarci bene, le donne, buona parte dell'anno è il loro salotto e il loro giardino.

Raramente si vedrà balcone o finestra senza fiori: gelsomini, garofani e soprattutto gerani, che il popolo chiama con malignità:<>. Ahimè la malizia e lo scirocco corrodono i leccesi. Portano questo pugnale conficcato nel cuore come le Addolorate di cartapesta dei loro mille altari e altarini.

da V. Bodini, Barocco del Sud, ed. BESA

...,

la luna dei Borboni

col suo viso sfregiato tornerà

sulle case di tufo, sui balconi.

...


Da Mercoledì 21: Piccolo itinerario negli orrori leccesi...

di andrea aufieri (17/09/2005 - 11:50)

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccolo itinerario negli orrori leccesi

Visto il perpetuarsi senza soluzione di continuità delle solite porcate leccesi, da mercoledì l'autore di questo blog presenterà una serie di tematiche, diciamo così, scottanti, che riguardano tutto ciò che un leccese o un turista dovrebbe tenere a mente se visita questo capoluogo o, peggio, ci vive.

La veloce e, diciamocelo, un pò pruriginosa carrellata non avrà alcun obiettivo esaustivo delle tematiche trattate o trattabili, solo vorrà fornire uno spunto di riflessione...indipendente.

A mercoledì, allora.

Tu non conosci il Sud,...

Cardarelli. Una poesia

di andrea aufieri (15/09/2005 - 22:53)

Adolescente
 
Su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!
 
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.

UDITE, UDITE!

di andrea aufieri (11/09/2005 - 12:07)

vi annuncio Al Buio! Reading aperto di poesia e di poeti, per I Luoghi d'Allerta,

quesrta sera, Castello di Andrano! 

...potrò dire d'esserci stato...

SERGIO ENDRIGO 1933-2005

di andrea aufieri (08/09/2005 - 17:19)

 

 

sergioendrigo.it

 

 

 

 

Il Miserabile vs la "svendita" dei Meridiani Mondadori

di andrea aufieri (07/09/2005 - 20:40)

MERIDIANI DI SANGUE

L'ambizione della bella collana i Meridiani di Mondadori era un tempo esplicita: essere la Plèiade italiana. Una collana come i Meridiani conferisce prestigio a una casa editrice e fornisce l'idea che questa casa editrice sia il vero grande catalogo di un'editoria nazionale. Di qui, la convinzione di costituirsi quale realtà letteraria in grado di fornire un canone - forse l'unico canone rimasto in vita nelle librerie. Beh, niente di tutto questo, se non che il canone c'è sì, ma nelle edicole, e quindi va a non esserci più. Allegando i Meridiani a 10 euro a riviste come Panorama, Donna Moderna e Chi, Mondadori ha compiuto il passo definitivo verso l'abbattimento di ogni idea di cultura che non sia legata al Mercato Svaccato. Non sta qui parlando uno che ha la puzza sotto il naso rispetto al mercato, sia chiaro. Però resto convinto che una cosa sia il mercato (svaccato, per di più) e un'altra la comunità dei lettori, la cosiddetta Repubblica Democratica dei Lettori. Se uno scrive, se uno pubblica, è chiaro che desidera che il libro sia letto da molte persone. E' però ovvio che non questa è la prospettiva in cui si è messa Mondadori con quest'operazione: allegare i Meridiani a riviste di quella fatta significa semplicemente voler guadagnare, o mettersi a rincorrere gli allegati letterari di Repubblica contro cui la stessa Mondadori si era schierata nei suoi massimi gradi dirigenziali. Ciò che va perduto, e secondo me definitivamente, è il prestigio dei Meridiani, già molto compromesso negli ultimi anni per scelte che destavano il sospetto di furbizia, come quella di piazzare in quella collana i romanzi di uno scrittore come Camilleri, che vende moltissimo e pubblicherà - speriamo per moltissimo tempo - romanzi.

Si badi a un ulteriore convincimento mio personale. Non sto affermando che scrittori come Camilleri non debbano entrare in un supposto Parnaso in cui sono ospitati Paul Celan o Bohumil Hrabal. Figurarsi. Ciò che sostengo è diverso, una serie di convinzioni che parzialmente vado a motivare e che sono riassumibili in questa sequenza:
- Non esiste un Parnaso che coincida con una collana;
- Esiste un deposito mnemonico che costituisce una tradizione stilistica e dell'immaginario di ordine e popolare ed elitario (laddove per élite intendo gli addettissimi ai lavori);
- i Meridiani non sono stati considerati davvero Parnaso, e questo accade da anni;
- la volontà implicita nella creazione di una collana monumentale è comunque quella di celebrare uno spazio indefinito che fa da appendice a un funerale, un po' come nella logica dei musei, quelli perlomeno che cristallizzano e fossilizzano il tempo, che non è mai cristallizzato o fossile, ma impazzito e in movimento;
- Comunque una collana come i Meridiani deve esistere e dà indubbio prestigio culturale a un editore;
- Svendere i Meridiani in questo modo sottrae (almeno per me) ogni residuo prestigio alla collana, anzitutto perché si tratta di una svendita e non di un'operazione tesa alla diffusione della cultura, alla democratizzazione della lettura;
- I Meridiani veri sono a questo punto (ma, per me, da molto tempo) i tascabili.
Dette queste cose, provo a motivarle un po' velocemente.
Qualunque addetto ai lavori sa che da anni viene sostenuto - anche con un vago sentimento di disprezzo - che il target di riferimento dei Meridiani è costituito da liberi professionisti, dentisti, avvocati (la sequenza è quella giuntami alle orecchie un'infinità di volte). Cioè, in parte, si tratterebbe di arredamento. Ciò costituisce una debolezza a priori di una collana che non viene dunque realizzata soltanto per consolidare la tradizione letteraria mondiale. Per esempio: non esiste un Meridiano che raccolga le opere di Dostoevskij. L'ottica dei Meridiani , cioè, non è unicamente culturale. Non c'è quindi da scandalizzarsi se la collana viene utilizzata per un'operazione tesa a incamerare molti euro. Del resto, così vanno le cose. Non c'è una Plèiade italiana (nemmeno Einaudi ce l'ha fatta). L'inserimento postumo (molto postumo) di Simenon nella Plèiade ha scatenato in Francia un grande dibattito circa l'effettiva "altezza" della letteratura di "genere", anche perché nella Plèiade Simenon (ma per motivi bassamente contrattuali) non figurano i romanzi del ciclo Maigret, e comunque perché Gide ha detto di Simenon quello che ha detto. In Italia, se i Meridiani fanno uscire i romanzi di Chandler, viene pubblicata qualche recensione, qualche paginata sulle pagine culturali dei quotidiani: nulla di più. Questo avviene perché da noi il dibattito culturale si è spostato fuori dai canali ormai fossili dei media cartacei, mentre non esiste una comunità intellettuale di forte riferimento a operazioni di quel genere. Per esempio: Panorama pubblica un ritratto di Calvino scritto da Adriano Sofri, un articolo che è in realtà una pubblicità all'allegato della rivista, e Adriano Sofri non sortisce alcun esito in termini di dibattito letterario. Adriano Sofri, in quanto personaggio in modi assurdi (intendo ingiusti per lui) istituzionalizzato, non fa parte di una comunità di forte riferimento letterario. Questa comunità di forte riferimento ora sta non più nelle accademie o nelle consolidate redazioni. La comunità di forte riferimento è ormai fuori dalle strutture culturali istituzionalizzate, siano esse case editrici, o università, o redazioni. L'unica comunità forte di riferimento è ormai la Repubblica Democratica dei Lettori, che si è scelta alcuni canali alternativi su cui veicolare la discussione - e soprattutto la Rete. (Quindi fa specie ascoltare tesi imbarazzanti contro l'impatto culturale effettivo della rete per bocca di intellettuali: come Tiziano Scarpa su RadioTre Rai ieri. Semplicemente non ha senso).
Questa rincorsa al mercato di stampo generalista, comunque, ottiene degli effetti. Le centinaia di migliaia di copie vendute dal Faulkner allegato a Repubblica mettono in luce non una comunità che ritiene che nella letteratura ci sia una potenza veritativa. Quelle centinaia di migliaia di persone non si sono recate in libreria per acquistare, a pochi euro, i romanzi di Faulkner negli Oscar. Hanno atteso che il boccone fosse loro portato in bocca e speriamo che in qualche modo se lo siano gustato e se ne siano nutrite. Non ci si illuda, dunque, che l'operazione di svendita dei Meridiani costituisca un allargamento delle basi democratiche della cultura in Italia. Mentre il Corriere, a pagina piena, fa oggi sponsorizzare da Gianna Nannini l'enciclopedia letteraria curata da Cecchi e Sapegno (cioè un prodotto assolutamente non nuovo, e distante dalla fame di cultura, un geniale panorama letterario scritto in stile devastantemente alto e con perizia filologica che ritengo indigesta ai lettori di allegati), è chiaro che non perché la Nannini dica che Leopardi è il suo paroliere nascosto si giungerà a un'esperienza comunitaria forte della letteratura leopardiana. Non c'è trucco, non c'è inganno e non c'è scandalo: si tratta di operazioni di marketing. Però l'allegare il Meridiano Calvino a Donna Moderna sortisce l'esito di depauperare il valore della collana agli occhi dei lettori cosiddetti "fortissimi": questo è innegabile. Se penso a Raboni che suda anni per tradurre Proust e che rischia di vedere rivoli del suo sudore finire sotto cellophane in edicola, con modalità che hanno il sembiante di una pura orgia mercantilista, immagino che il comunista Raboni (e dico comunista perché ciò implicherebbe un desiderio di largo abbraccio comunitario alla cultura in genere) si rivolterebbe e protesterebbe (un po' come in effetti fece quando uscirono i Miti Poesia: prima uscita Montale, 1 milione di copie vendute, ma non per questo abbiamo dopo anni la percezione di un Paese che è andato trasformandosi in una landa di innamorati della letteratura).
L'impressione che traggo da questa operazione mercantilista è duplice. Da un lato, lo sconforto di osservare che una simile svendita non viene bilanciata da una produzione alta, secondo la logica del doppio binario (come diceva Sereni in veste di direttore editoriale: faccio il bestseller per avere i soldi che mi permettono di pubblicare Updike e Lo Specchio); dall'altro la convinzione assai radicata in me che il mercato raggiungerà presto (per presto intendo comunque una quindicina di anni) una saturazione. Vent'anni fa, allegare i Meridiani a riviste come Panorama (intendo: quello che è diventato Panorama), avrebbe comunque scandalizzato gli intellettuali; adesso cade nell'indifferenza manifesta (ma non quella privata: testimonio che si parla con scandalo, in privato, di questa manovra di marketing); tra quindici anni non sarà nemmeno conveniente fare cose simili. Non sarà conveniente perché, fondamentalmente, il catalogo è tutto, il deposito della memoria e dei desideri è tutto, la qualità letteraria è l'unico "valore di mercato" possibile (poi però: discutiamo di cosa si intende per qualità letteraria). Succederà, a mio avviso, che le grandi case editrici puntino a depositare bei libri in catalogo, e non solo a pompare iniziative stellari solo dal punto di vista degli investimenti, che equalizzano il lancio di Ramses a quello della supposta collana di canone, con le medesime logiche. Qualche grande editore - ho l'impressione - sta per tornare a lavorare in una logica di doppio binario. Questo sarebbe importante, perché costringerebbe tutti i cosiddetti "competitor" (cioè gli altri grandi editori) a non pensare solamente ad allegare Rimbaud a Men's Health. Costringerebbe tutti i grandi editori a lavorare sugli autori di oggi per aiutarli a scrivere libri belli: un lavoro culturale, questo, che è l'unico canone autentico di cui dispongono gli editori.

* Nota bene non rivolta alla Repubblica Democratica dei Lettori, bensì a chi adori (in ogni senso) la letteratura in allegato alle riviste: il titolo di questo intervento è una citazione da un romanzo di Cormac McCarthy.

 

 

Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 7 Settembre 2005

 

John Fante: la profezia beat. Una prefazione di Bukowski

di andrea aufieri (06/09/2005 - 16:34)

 

 

 

 

 

Sto lavorando ad un'interpretazione critica dell'opera del noto scrittore John Fante (1909-1983), che mu ha colpito per la precoce vena beat dei suoi romanzi. Il suo capolavoro, "Chiedi alla polvere" è del 1939. Ormai cieco per il diabete e senza le due gambe amputategli, viene riscoperto da Bukowski e muore mentre comincia a riscuotere il dovuto successo. Ecco la prefazione di C.B. al capolavoro di Fante:

Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles,nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente. Il loro stile era una mistura di sottigliezza, mestiere e forma e ciò che scrivevano veniva letto , appreso, assimilato e poi ritrasmesso a qualcun altro. Era un congegno funzionale, una "cultura della parola" assai scorrevole e prudente. Bisognava tornare agli scrittori russi precedenti alla rivoluzione per ritrovare il rischio e la passione. C'erano delle eccezioni, ma erano così poche che le si esauriva in un attimo, per poi ritrovarsi a fissare file e file di libri di un'incredibile monotonia. A paragone degli scrittori del passato, i moderni non valevano gran che.
Tirai giù dagli scaffali un libro dopo l'altro. Perché nessuno diceva niente? Perché nessuno gridava?
Mi misi a cercare nelle altre sale della biblioteca . La sezione dei libri religiosi non era che un vasto acquitrino, almeno per me. Passai al reparto filosofia. Scovai un paio di tedeschi dall'animo amaro che mi tennero allegro per un po', ma l'esperienza si esaurì ben presto. Provai con la matematica, ma era esattamente come la religione, mi scorreva sopra senza lasciar traccia. Ovunque cercassi, non trovavo niente che mi interessasse.
Mi rivolsi alla geologia e scoprii che era una materia curiosa, ma di scarso nutrimento.
Trovai alcuni libri di chirurgia e ne fui incuriosito: la terminologia era del tutto nuova e le illustrazioni mi sembravano fantastiche. Apprezzai soprattutto l'operazione sul mesocolon, la cui tecnica finì per diventarmi familiare.
Poi abbandonai la chirurgia e tornai nella sala principale, che ospitava la narrativa. ( I giorni in cui non ero a corto di vino, non andavo mai in biblioteca. La biblioteca era il posto ideale per quando non avevo niente da mangiare o da bere, o la padrona di casa mi stava alle costole pere recuperare l'affitto arretrato. In biblioteca , almeno, c'erano i gabinetti. ) Ci ho visto una quantità di barboni, là dentro, per lo più addormentati sui loro libri.
Continuavo ad aggirarmi per la sala grande, tirando giù un libro dopo l'altro, leggendo qualche riga, a volte qualche pagina, per poi rimetterli al loro posto.
Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l'aria di uno che ha trovato l'oro nell'immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un 'altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l'insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.
Ero socio della biblioteca. Presi in prestito il libro e me lo portai in stanza, mi sdraia sul letto e ripresi a leggerlo, ma prima ancora di finirlo capii che l'autore era riuscito a elaborare un suo stile particolare . Il libro Ask the Dust e l'autore era John Fante, che avrebbe esercitato un'influenza duratura su di me. Terminato Ask the Dust tornai in biblioteca in cerca di altri suoi libri. Ne trovai due: Dago Red e Wait until Spring, Bandini. Erano dello stesso tipo, scritti con le viscere e per le viscere, con il cuore e per il cuore.
Si, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna , anche più di me,e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: " Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!".
Fante era il mio dio e io sapevo che gli déi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in Angel's Flight, e illuderni che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo : è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E' quella la porta dell'albergo ? Quella la hall? Non l' ho mai saputo.
Ho riletto Ask the Dust quest'anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere ce ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa ,però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la magia. Fante ha scritto altri libri oltre Dago Red e Wait until Spring, Bandini, e i loro titoli sono Full of Life e The Brotherhood of the Grape. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, A Dream of Bunker Hill.
Per una serie di circostanze, quest'anno l' ho finalmente conosciuto. Ma la storia di John Fante non è tutta qui. E' la storia di un uomo fortunato e sfortunato in ugual misura , di un uomo di raro coraggio naturale. Un giorno qualcuno la racconterà , ma ho la sensazione che lui non voglia che lo faccia qui. Dirò solo che, nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi.
E ora basta. Il libro è vostro.

Charles Bukowski

Una mia poesia: Giuditta

di andrea aufieri (02/09/2005 - 12:46)

Messaggeria: x Giuditta da Oloferne: Ho perso la testa x te!

"Con l'inganno delle mie labbra
abbatti il servo con il suo padrone
e il padrone con il suo ministro,
spezza la loro alterigia
per mezzo di
una donna."
(Gdt 9,10)


Ho saggiato la sanguinosa sconfitta,
freddo Smeraldo, t'ho vista.
Occhio che scruta dove non arriverò,
perduto l'ardore, sconfitto
da capelli neri
come briglie ingannevoli,
dalla tua bocca
luogo d'oracoli d'oblio…

Ho combattuto
Il Mondo e le Avversità,
ma per baciarti sfiderei
anche l'Ignoto,
che ha animo di donna!

Lacrime di morte speranze
Stillano i tuoi seni,
ma non voglio che averti,
stanco di sognarti:

ubriacami ancora dei tuoi sussurri,
cingimi il collo con le tue mani,
non avresti quasi bisogno di quell'arma,
morirei se lo chiedessi,
perché dolce e mortale
ciò che ti concerne…

Condannato dal tuo essere
Per sempre vagherò folgorato,
ormai senza senno,
rifiutando ogni senso…

calpestato il cuore
non chiederò nemmeno indietro
la testa…

"Poiché non cadde il loro capo
contro giovani forti,
né figli di titani lo percossero,
né alti giganti l'oppressero,
ma Giuditta figlia di Merari,
con la bellezza del suo volto lo fiaccò."
(Gdt 16, 6)

andrea aufieri

Archivio Settembre 2005