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Boris Vian 2: sedici pensieri sul jazz

di andrea aufieri (30/07/2005 - 16:07)

Dal 1942 , Boris entrò a fare parte come trombettista della piccola orchestra di Claude Abadie, che ospitò anche i suoi fratelli: Alain, batterista, e Lelio, chitarrista. Il jazz era per loro guerra di resistenza, grido di ribellione di ogni razza oppressa. I Vian si definivano orgogliosamente marrons (gli schiavi neri fuggiti) e guardavano con venerazione allo stile di New Orleans, organizzavano festival di swing e furono gli antesignani del be-bop.
Di giorno, i componenti della banda Abadie-Vian lavoravano nei settori più disparati, in studi di ingegneria, ministeri, università. Claude Abadie, per esempio, quando concluse gli studi al Politecnico, era assistente del direttore in una banca di Parigi. Gli anni dal '45 al '48 furono i più intensi per il gruppo: in quel periodo parteciparono a numerose jam-session, a concorsi internazionali di jazz e a svariati festival, vennero festeggiati negli hot-club e vinsero numerosi premi. Poco dopo la fine della guerra, diversi personaggi del mondo del jazz furono invitati a Villa Rotschild al Bois de Boulogne, all'epoca occupata dagli americani. L'accesso al parco, ancora minato, non era consentito; "una stecca" pensò tra sé Boris Vian "e sarebbero tutti saltati in aria".
Ma le più importanti apparizioni dell'orchestra Abadie-Vian ebbero luogo nei salotti di casa e nei locali, ormai mitologici, di Saint-Germain-des-Prés, punto d'incontro di gente come Juliette Gréco, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Jacques Prévert, Raymond Queneau e Albert Camus.

continua...

 

16 pensieri sul jazz


Cosa rappresenta il jazz per i giovani? Sarebbe una domanda ben sciocca se si considerasse la gioventù come un tutt'uno e non come un insieme di individui diversi. Ma le divergenze d'opinione che si riscontrano fra i giovani, permettono di distinguere i loro comportamenti di fronte a questa musica invece di assimilarli semplicemente, senza neppure domandarsi se sono tutti d'accordo...
Per molti il jazz è soltanto musica ballabile, come un qualsiasi valzer di Strauss. Poco importa che si tratti di jazz buono o cattivo, di Duke Ellington o di Jo Privat: musica ballabile, pretesto per un flirt o per sciogliere i muscoli in movimenti puramente coreografici.
Il jazz può anche essere un modo di assaporare la bella vita di cui il cinema propone immagine e cerimoniale: champagne, whisky and soda, scollature, pellicce, venti bei musicisti che ritmano il ritornello e l'eroina che mormora le parole incollata al suo innamorato.
C'è anche l'atteggiamento un po' scontato di chi urla di gioia ascoltando un assolo di batteria, qualunque sia. Per alcuni può essere una forma di snobismo. Le belle menti trovano elegante, in certe epoche, interessarsi di jazz e i giovani li seguono, come li seguirebbero in qualsiasi altra cosa.
Il jazz può anche servire come provocazione, "per far arrabbiare i genitori". Anticonformismo violenza... trovo quasi strano che i surrealisti abbiano tralasciato questo strumento di scandalo.Infine ci sono quelli che si lasciano toccare, senza riserve, da sensazioni o pensieri, indistintamente... attraverso un ricordo, un'associazione d'idee; poi cercano di approfondire, di sapere, di conoscere. E non si fermano. Si rivolgono a quest'arte che è il jazz con l'entusiasmo della scoperta, magari sbagliando, per estrarre, a poco a poco, la vera sostanza.
Sono proprio questi che resteranno fedeli al jazz e seguiranno la sua evoluzione, mentre per gli altri non si sarà trattato che di un momento della loro vita, una follia di gioventù, del tempo in cui erano "zazous"*.
In verità, amici miei, la letteratura sul jazz dovrebbe limitarsi alla pura pubblicità, poiché tutti i commenti, venendo a posteriori, (come ogni commento che si rispetti) fanno del jazz un mostro che non è mai stato. E tentare di dimostrare brano per brano l'evoluzione avvenuta nello spirito di un musicista, dopo il risultato finale, è sterile, a differenza dell'analisi scientifica dei fenomeni naturali; poiché, in fin dei conti, la scienza vi permetterà di agire sulla materia, mentre il critico non potrà mai, sebbene conosca tutte le risposte, fare qualcosa: un bell'assolo per esempio; o prevedere in anticipo che il tal giorno alla tal ora, un tale farà un assolo formidabile poiché così fa pensare tutta la sua vita fino a quel momento.
Il fatto è, si dirà, che la critica musicale, ancora agli esordi, non ha raggiunto il grado di perfezione delle riflessioni di Einstein sulla fisica, che gli permisero di dire anni prima, nel 1912, che sarebbe stato facile verificare le sue affermazioni alla successiva eclissi solare (e fu così, infatti, nel 1919). Bene, sono d'accordo. Ma prendiamo un altro tipo di critica più consolidata, quella della pittura. Tutto va esattamente nello stesso modo e, in fin dei conti, non restano che i quadri nei musei assieme a un mucchio di noiose scartoffie.
Spiegare, spiegare! "lo non capisco" dice lo spettatore davanti alla pittura astratta; ma il fatto è che non c'è niente da capire: bisogna guardare. Cosa fanno di meglio quelli che capiscono? Poco. Succede che a loro la visione dei colori susciti un riflesso grafico mentre le parole scorrono, scorrono sulla carta. Ma perché questo riflesso? Perché proprio questo? Perché quello? E perché, perché sì o perché no? Falso problema! Certamente sono sinceri quelli che, presi dall'entusiasmo, vogliono rendere partecipi anche altri. E qualche volta ce la fanno; ma cosa hanno guadagnato? Non la comprensione del quadro o del disco, ma solo l'adesione alla loro opinione. È così che, senza volerlo, molti giovani si sono lasciati prendere dalla "guerra degli aggettivi" come la definisce giustamente Hodeir. È un'illusione che si può far risalire a tempi lontani, come testimonia la storia del re che credeva di andare in giro con la veste più fine del mondo finché un bimbetto disse candidamente: "Ma il re è tutto nudo!" È una vecchia storia.
Cosa cerchiamo, in fin dei conti? Non posso parlare che per me, ma io so bene quello che cerco: momenti magici come quelli che portano il nome di Ellington, Parker, Gillespie, Louis, Ella, Peterson e altri.
Come fare, per averne di più? Aumentare la domanda? Anche. Gli organizzatori dei concerti hanno delle idee ben arretrate su questo.Ma la domanda, che poi sarebbero gli appassionati, ha mezzi ben limitati. Qualunque sia la domanda, se nessuno ci guadagna, che possibilità ci sono? Allora? Bisogna avvicinare al jazz chi può spendere? Ma come? Con le venti facce che compaiono ogni anno?A questo punto, naturalmente, arriva la critica e dice: facciamo appello all'intelligenza e alla comprensione degli uomini di punta della finanza. E andiamo, precipitiamoci sulla macchina per scrivere. Il guaio è che il fior fiore della plutocrazia non legge altro che la "Cote Desfosses".
E finalmente ci si accorge che è confondendo le carte e tacendo dell'oscurantismo che si attira l'attenzione. A cosa serve dire banalmente: Durand è un buon musicista, è ben accompagnato, interpreta con gusto un tema bello e semplice e il risultato è piacevole? A niente, cari miei. È fuori discussione. Bisogna risalire alle origini, quando il jazz era agli albori nella giungla birmana, ai tempi in cui Buddy Bolden sputava i polmoni nella bocca disumana del suo ottone e, nello stesso tempo, strappava il cuore a quelli del1'Assistenza e oltrepassava il lago Pontchartrein...
Realmente, in tutta sincerità non c'è, io penso, che un'alternativa: cos'è il jazz, o il pubblico lo sa o non lo sa. La critica non è in grado di farglielo sapere meglio. Lo informerà solo su ciò che Machin pensa che sia. Potrà attirare l'attenzione, certo! E questo non è altro che pubblicità. È una forma più occulta di pubblicità, proposta con un interesse spesso sincero da un appassionato più eloquente degli altri, che intravede quanto può guadagnarci con il fine recondito di schiarirsi le idee sull'argomento.
È triste, davanti a tante belle frasi, dirlo così brutalmente, ma l'utilità della critica mi sembra identica a quella del bollettino meteorologico; ecco come vanno le cose. All'inizio ci sono gli elementi attivi - i cicloni e gli anticicloni, che corrispondono ai musicisti. Qualcosa li determina (ancora un percorso difficile per la critica: chi spinge Dupont a suonare?) L'essenziale è che suonino. Si creano un pubblico - un primo gruppo di seguaci (che può anche includere un critico). Questo pubblico gioca il ruolo del talent-scout hollywoodiano (possiamo definirla critica?) ruolo analogo a quello dell'osservatore di una stazione meteorologica. Questo pubblico segnala: c'è Dupont che fa qualcosa. Lo si fa sapere (questo continua a chiamarsi pubblicità). Subentra la fase statistica: si misura in che grado il successo di Dupont superi quello di Durand. Prima su scala locale, poi in confronto al successo di Duval più lontani. Si tenta di tracciare le curve isobare. Si ipotizza che in un certo lasso di tempo, a determinate condizioni, Dupont diventerà questo o quello; impazzerà sulle coste bretoni o si disperderà al largo. Tutto questo può servire all'appassionato, e può persino suscitare interesse in chi non si è mai occupato di jazz, ma si preoccupa per la sua casa sulla costa. Quando finalmente Dupont arriva, tutto si riduce a questo: o ti piace o non ti piace.
Cosa fa il critico, davvero? Perché non restare nell'ombra? Dopo tutto, quel che conta è il trafiletto di Paris-Presse, che segnala che il tal giorno, alla tal ora, presumibilmente il ciclone Dupont passerà su Carpentras. Che spazio può dare Paris-Presse ai calcoli laboriosi che hanno permesso di prevedere Dupont in anticipo? Il lettore se ne infischia. Tutt'al più possono interessare alla critica che li ha elaborati. La differenza? Non c'è; salvo che chi non oserebbe presentarsi come esperto meteorologo non esita a definirsi critico di jazz o di qualcos'altro. Non si rende conto di fare semplicemente da tramite di notizie o valutazioni (il ciclone e la sua intensità). Vuole spiegare a tutti i costi perché questo ciclone è fatto così. Si accanisce. Rovelli interiori messi a nudo. Non si rende conto che le spiegazioni valgono zero: pura illusione. Non si salvano nemmeno icritici più geniali.
La prova è che già da un'ora io sto tentando, come uno stupido, di spiegarvi che cosa è la critica e perché non si possa dire che serva a qualcosa. La mia lucidità mi ha gratificato e mi ha fatto passare il tempo. Chiunque è libero di immaginare una critica talmente seria da consentirvi un giorno di prevedere, ascoltando cento dischi di Machin, che assolo eseguirà su Lover come back to me, nota per nota. Fortunatamente per tutti, questo momento funesto non è vicino. Quanto alla rassegna stampa, questa è maledettamente compromessa. Per fortuna non succede niente durante il mese di agosto, salvo qualche storia di fregate inglesi; meglio che mi occupi delle mie cose.
*Nome dato in Francia ai giovani appassionati di jazz, durante la seconda guerra mondiale

Premio

di andrea aufieri (29/07/2005 - 15:08)

Stasera a Serrano il "ProfessoreMaestro" Edoardo Sanguineti consegnerà l'ormai prestigioso premio salentino nientepopòdimenoche a Valerio Magrelli, intenso poeta dell'ultimo Novecento. Ecco una poesia di Magrelli, per ingolosirvi all'evento. Buona lettura!

Ora non ricordo il nome della chiesa
ma so che dava su una distesa,
un prato rovinato, e sotto,
diramandosi fino sotto il prato,
stava la cripta. Diramandosi,
l'albero di Jeffe o l'ostensorio,
un mozzo sepolto, araldico,
radiante (se "radiante" è il punto
della volta celeste da cui sembrano
divergere le traiettorie tracciate
dagli sciami di stelle cadenti).
Sostavamo parlando accanto all'asse
di quella cripta, cripto-perno
di un organo rotante.
Perché questa è la città,
sciame di stelle cadenti,
alveare astronomico.
"Si dovrebbe sempre partire da qui",
mi spiegava.

(Auto) Presentazione di Boris Vian

di andrea aufieri (27/07/2005 - 14:02)

 

Così come le sue opere, anche l'esistenza di Boris Vian è stata breve e solo in apparenza leggera.
Così apparentemente leggera da passare pressoché  inosservata dalla critica letteraria (Queneau è un'eccezione) come per quella musicale, visto che la sua attività principale era il jazz, ed il jazz dei suoi anni veniva prodotto a quintalate, troppo per gustarlo e intrappolarlo in una collezione, come pure egli fece incappando in una censura di carattere politico: al tempo della guerra d'Algeria, infatti, con i comunisti sin troppo organizzati, un artista non poteva permettersi un inno alla diserzione. E poi…c'erano già i giganti Sartre e Camus a litigare se la guerra dovessero essere giusta oppure no, cosa mai poteva pretendere il piccolo Vian?


Continua…

 

AUTOPRESENTAZIONE
Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant'uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata, che aveva appena dato la luce a Pierre Hervé (ho, quindi, esattamente la sua stessa età, cosa in perfetto accordo con le teorie di Einstein relative alla simultaneità) la lupa mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere. Crescevo in forza e saggezza ma rimanevo molto brutto benché adornato da un sistema pilifero discontinuo, ma sempre molto, molto sviluppato. Infatti avevo la testa della Vittoria di Samotracia. A sette anni, entrai alla Scuola Centrale e ne uscii tre anni più tardi, nel 1942 completamente fuori di testa per l'idrodinamica del corso del sig. Bergeron.
Certo allora non prevedevo che dodici anni dopo, nel 1946...
Ma non anticipiamo i fatti.
Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.
Poi, tutt'a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.
Senza entrare nei dettagli, vi segnalo che in un'epoca  indeterminata della mia vita sono stato tre anni e mezzo rinchiuso all'Associazione Francese di Normalizzazione, distrutta, in seguito, da un incendio provocato dalle cure di Jacques Lemarchand, nascosto tra due parentesi.
Raimond Queneau mi incontrò mentre pescavo con la lenza, sport che per altro non pratico, e sedotto dal mio drive mi propose una battuta di caccia. Cosa che feci. Il resto appartiene alla storia. Sono un metro e ottantasei a piedi nudi e peso molto e metto al primo posto le opere di Alfred Jarry, la fornicazione, Un Rude Hiver e la mia beneamata sposa. Non dimentico, anche se vengono dopo: la musica di New Orleans, Dube Ellington, Lana Turner, Ann Sheridan, le sinfonie del Commodoro W. Spotlight per doppia campana e petroletta d'armonia, la pittura a olio che pratico con felicità rara, i baffoni del mio venerato Jean Rostand. Le ragazze dei Jazz-Club universitari (soprattutto quella bionda col vestito verde... va beh, lasciamo stare). Mi piace anche il Two-Beat (e questa non è un'allusione sessuale) e anche la Mere Chaput. Detesto Paul Claudel (l'ho già detto, ma è piacevole ripeterlo ed è per questo che non ho mai letto nulla di suo), aborrisco anche le Grand Meaulnes, Alain (non mio fratello, che è un tipo completamente fuori), Peguy, il violoncello jazz come lo suonano i francesi, le opere di immaginazione, le bugie, gli apparecchi di piccolo formato, Ivan il Terribile, Leonard Father, Edgar Jackson, Le Dictateur, Dumont d'Urville (esagero. In fondo non me ne frega niente di lui). Odio anche: Monseigneur Suhard e il papa. Barbotin, mi piace molto. Invece non mi piace il davanti piatto (questo nelle donne), poi l'invidia e la merda salvo quando son ben preparate. Inoltre sto cercando un appartamento di cinque stanze con tutti i confort. Ho avuto una vita movimentata ma sono pronto a ricominciare!!!

Io sono Arnaldo che raccolgo il vento

di andrea aufieri (25/07/2005 - 14:38)

Ecco la famosa poesia di Arnaud Daniel della quale ho trovato la versione originale in occitano:

 

Su quest'arietta leggiadra
Compongo versi e li digrosso e piallo,
E saran giusti ed esatti
Quando ci avrò passata su la lima;
Ché Amore istesso leviga ed indora
Il mio canto, ispirato da colei
Che pregio mantiene e governa.

Io bene avanzo ogni giorno e m'affino
Perché servo ed onoro la più bella
Del mondo, ve lo dico apertamente.
Tutto appartengo a lei , dal capo al piede,
E per quanto una gelida aura spiri,
L'amore ch'entro nel cuore mi raggia
Mi tien caldo nel colmo dell'inverno.

Mille messe per questo ascolto ed offro,
Per questo accendo lumi a cera e ad olio:
Perché Dio mi conceda felice esito
Di quella contro cui schermirsi è vano;
E quando miro la sua chioma bionda
E la persona gaia, agile e fresca
Più l'amo che d'aver Luserna in dono.

Tanto l'amo di cuore e la desidero,
Che per troppo desío temo di perderla,
Se perdere si può per molto amare.
Il suo cuore sommerge interamente
Tutto il mio, né s'evapora.
Tanto ha oprato d'usura
Che ora possiede officina e bottega.

Di Roma non vorrei tener l'impero,
Né bramerei esserne fatto papa,
Se non potessi tornare a colei
Per cui il cuore m'arde e mi si spezza
E se non mi ristora dell'affanno
Pur con un bacio, pria dell'anno nuovo,
Me fa morire a sé l'anima danna.

Ma per l'affanno ch'io soffro
Dall'amarla non mi distolgo,
Bench'ella mi costringa a solitudine,
Sì che ne faccio parole per rima.
Più peno, amando, di chi zappa i campi,
Ché punto più di me non amò
Quel di Monclin donna Odierna.

Io sono Arnaldo che raccolgo il vento
E col bue vado a caccia della lepre
E nuoto contro la marea montante.

 

 

 

Ab gai so cundet e leri
fas motz e capus e doli,
que seran verai e sert
quan n'aurai passat la lima,
qu'Amor marves plan e daura
mon chantar que de lieis mueu
cui Pretz manten e governa.

Tot jorn melhur e esmeri
quar la gensor am e coli
del mon, so'us dic en apert:
sieu so del pe tro qu'al cima
e si tot venta'ill freg'aura,
l'amor qu'ins el cor mi pleu
mi ten caut on plus iverna.

Mil messas n'aug en proferi
e'n art lum de cer'e d'oli
que Dieu m'en don bon acert
de lieis on no'm val escrima;
e quan remir sa crin saura
e'l cors qu'a graile e nueu
mais l'am que qui'm des Luzerna.

Tan l'am de cor e la queri
qu'ab trop voler cug l'am toli,
s'om ren per trop amar pert,
que'l sieu cors sobretrasima
lo mieu tot e non s'aisaura:
tan n'a de ver fag renueu
q'obrador n'ai'e taverna.

No vuelh de Roma l'emperi
ni qu'om m'en fassa postoli
qu'en lieis non aia revert
per cui m'art lo cors e'm rima;
e si'l maltrait no'm restaura
ab un baizar anz d'annueu,
mi auci e si enferna.

Ges pel maltrag que'n soferi
de ben amar no'm destoli;
si tot mi ten en dezert
per lieis fas lo son e'l rima:
piegz tratz, aman, qu'om que laura,
qu'anc non amet plus d'un hueu
sel de Moncli Audierna.

Ieu sui Arnautz qu'amas l'aura
e cas la lebre ab lo bueu
e nadi contra suberna.

 

Di Daniel sapevano forse più gli antichi che noi oggi, non restano delle sue opere altro che 16 componimenti, che potrebbero non a torto essere considerate come ispiratrici dei filoni simbolisti ed ermetici di gusto ambiguo ed affascinante: Dante considera quest’artista come "maestro dei trobadors", del trobar clus, ruolo precedentemente attribuito a Limousin Giraut de Bornelh, del quale Daniel fu discepolo e che Alighieri chiama invece poeta della rettitudine.

O frate - disse - questi ch'io ti cern
col dito - e addito uno spirto innanzi -
fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d'amore e prose di romanzi
soverchio tutti e lascia dir li stolti
che quel di Lemosi credon ch'avanzi.

Dopo l’incontro con Guinizelli:

Io mi fei al mostrato innanzi un poco
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazioso loco.
El cominciò liberamente a dire :
Tan m'abelis vostre cortes deman
qu'eu no me posc ni volh a vos cobrire :
Eu sui Arnaut que plor e vau cantan
consiros vei la passada folor
e vei jauzen lo joi qu'esper denan.
Ara vos prec per aquelha valor
que vos guida al som de l'escalina
sovenha vos a temps de ma dolor.
Poi s'ascose nel foco che li affina.

Anche Petrarca tributa onore a Daniel, appellandolo "gran maestro d’amor":

[…] e poi v'era un drapello
di portamenti e di volgari strani
fra tutti il primo Arnaldo Daniello
gran maestro d'amor ch'a la sua terra
ancor fa onor col suo dir strano e bello.

Angelo Petrelli, Epifanie

di andrea aufieri (23/07/2005 - 13:18)

1.
aggredisce il buio e l’ombra
la consueta comparsa
artificiosa di te - occhio
nel fiume avvampato ed elettrico
e misterioso e illuminante

unicamente il suo lungo ritorno
quanto un dramma di sole
e d’ustioni e ancora preme
la contro/tenebrosa origine
di orbite vuote e nulla pesto

2.
di allucinazioni inautentiche
e viscerali larve e inquiete
rapiscono lo sguardo nei loro
soprassalti di pieghe e radure
immaginifiche

di acerba sensazione e rosee
commozioni al culmine(,…)

3.
ditemi chi siete se troppo
alte o gelide se forse solo altro
da me da toccare così diverse
giunte come alghe e ciglia

ritorte e sospetti che tutto
lasciano estraniato e inutili
la lingua infelice e viscida
negli acidi sensi e d’ingorghi
rinati nel cervello

5.
con i paesaggi a farsi termine
nient’altro di disavventura o
punitiva frequenza o grandezza
senza riguardi o l’intenzione
di colore e di malizia

6.
sole che scorri minuzioso
nella mente – galleggiando
attonito per mano dell’onda
rinata dall’ammasso di nervi

7.
ora fendi e agiti questo design
e costretto rientri nell’alba
lungo il tuo corpo fatiscente
e di arida melma - scivola
se puoi nella candida cera
di pelle sottostante e chiaro
uovo indigesto e tenue

8.
ho tanto desiderato l’inerme
sostanza flogisto usata in cupe
rivelazioni e scene liberate(,…)
tu grassa lingua di fuoco e di forma
esemplare e assurda - mostraci
immane le vere parole

9.
alcuna cima impietosa - luce
cronaca di disegni purissimi
e macchie – di budella appese
e disperanti gli inclini voli
di questa gioia(,…) non temere

dei sensi dannosi e falsi e sempre
più enormi e longiliqui gli inobliati
profili restano lì a scontrarsi(,…)

10.
ora che sei l’unico tono e
ticchettio in ogni cervello
sovrabbondante e stabile
nel suo respiro in estinzione

siamo qui ognuno con la propria
nevrosi nel caos che ci impegna
la follia e il rifiuto dell’odore dell’acqua
tra soprassalti e compostezze(,…)
del tuo focolare

Angelo Petrelli

Ecco uno dei più forti esempi della poesia contemporanea di un sud ben lungi dal dormire sotto il caldo soffocante delle sue ipocondrie. In questa silloge c’è un acuto e personale distacco dalla percezione comune, attraverso lampi e scatti, l’utilizzo del simbolo, la decantazione di ogni senso, la visionarietà assurda nella quale la vita stretta improvvisa esplode per poi riafflosciarsi brace ardente sotto ceneri ipocrite.

aa

Angelo Petrelli è nato il 13 gennaio del 1984 a Roma. Vive, scrive e studia tra Lecce ed Arnesano. Studente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. I suoi versi sono stati pubblicati nella rivista di critica e letteratura Vertigine diretta da Rossano Astremo (http://vertigine.clarence.com) sul portale di poesia www.musicaos.it e su varie altre rivista on-line tra cui www.poiein.it e www.culturasalento.it

Da quest’estate cura la pagina domenicale di cultura Il fogliettone per il quotidiano Paese Nuovo (potrete trovare alcuni dei testi selezionati sul suo blog: http://angelopetrelli.clarence.com).
Collaboratore di "musicaos" per cui scrive, dal settembre 2004 redige il bimestrale "L’alter ego", periodico di controcultura letteraria in collaborazione con Eliana Forcignanò. Ha pubblicato Elegia (Besa editrice, 2004) ed è inoltre presente sulla raccolta di recensioni L’altro novecento (Luca Pensa editore, 2004)

Paolo Borsellino

di andrea aufieri (20/07/2005 - 17:09)

 

" Si muore generalmente perché si è soli o perché

 

si è entrati in un gioco troppo grande.

 

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze,

 

perché si è privi di sostegno.

 

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato

 

non è riuscito a proteggere."

 

 

 

Giovanni Falcone

 

 

 

Ieri sera canale5 e raitre mandavano in onda entrambe uno speciale sulla mafia e molto interessante era il programma di mediaset, che svolgeva un’interessante retrospettiva sulla vita di Falcone, presentata da Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia ai tempi di Falcone e Borsellino, solo che…nel corso della trasmissione c’è stata un’insolita interruzione pubblicitaria: per pochi istanti è apparsa in video la pubblicità de “I Soprano”, la “famiglia di mafiosi più simpatica d’America”, e subito dopo la trasmissione è ripresa, senza altre interruzioni…ingenua svista o astuto marketing?…decisamente una cosa di cattivo gusto…

 

 

 

 L’ultima intervista televisiva Paolo Borsellino la concesse a Lamberto Sposini, per il tg5, venti giorni prima di morire nella strage di via D’Amelio (19/7/1992) insieme con i cinque poliziotti della sua scorta.

 

 

 

Dopo la morte di Falcone come è cambiata la vita di Borsellino?

(lungo sospiro) La mia vita è cambiata innanzitutto perché....dalla morte....di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro è chiaro che io sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato, ad un mese di distanza, a recuperare e...., vorrei dire, tutte le mie possibilità operative sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme.

E' cambiata anche perché sia per la morte di Falcone, sia per taluni altri fatti, mi riferisco alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che ha parlato e ha detto di essere stato incaricato di uccidermi e la notizia è arrivata alla stampa in concomitanza con la notizia della strage di Capaci.

Le mie condizioni...., sono state estremamente appesantite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti dei miei familiari. E' chiaro che in questo momento io ho visto comple...., quasi del tutto, anzi, vorrei dire del tutto, pressoché abolita la mia vita privata.

Ho temuto nell'immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare.

Posso chiederle se lei si sente un sopravvissuto?

Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.

Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

La.... l'espressione di Ninnì Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico.

Io accetto la....ho sempre accettato il....più che il rischio, la....condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.

Il....la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in....in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.

E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare e....dalla sensazione che o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro.

 

Perchè Potlac?

di andrea aufieri (18/07/2005 - 18:26)

“Chi può sapere se il vivere non sia morire

e il morire non sia vivere?

Forse la nostra vita è in realtà una morte.

Del resto ho già sentito dire,

anche da uomini sapienti,

che noi ora siamo morti e che

il corpo è per noi una tomba.”

Platone, Gorgia.

 

 

Tutto è reversibile e nessuna linea di demarcazione “divide” una realtà da un’altra, fosse anche la vita dalla morte (…).

Contro l’illusione di fare della vita un plusvalore assoluto separandolo dalla morte, la logica dello scambio simbolico ristabilisce l’ambivalenza della vita e della morte, e in questo modo scongiura, con la segregazione della morte e dei morti, quel concetto di immortalità dell’anima o dello spirito, da cui tutte le religioni prendono le mosse per fondare la loro “economia della salvezza”, con conseguente “accumulo” di menti individuali e di opere, che spezza lo scambio simbolico (…).

E’ la scissione della vita dalla morte che i primitivi scongiurano, perché sospettano, in ciò che non si scambia, quell’accumulo di valore che essi temono come “la parte maledetta”, come la parte del potere, dove la reciprocità s’interrompe in quel dare senza ricevere e senza restituire che ne definisce l’essenza. Per questo i primitivi scambiano tutto con i loro doni e contro- doni, in quel gioco di risposte incessanti che non consente neppure alla morte come la fine di una vita e alla nascita come suo inizio. In questo modo il corpo diventa quel centro d’irradiazione simbolica dove tutto si scambia e dove si scongiurano quelle energie che diventano funeste se il gruppo non ha saputo disperderle nello scambio.

U. Galimberti, Il corpo.

 

 

Desidero battezzare questo mio primo blog con le parole di un filosofo dei nostri tempi, un antropologo di stampo, direi, umanista, autore di un capolavoro di certo datato- ma provate a dirmi se un evergreen può mai porsi problemi d’età…-, Il corpo, che invito tutti a leggere, se non l’hanno già fatto. Nei suoi rapporti umani l’uomo cerca con gli altri il contatto, lo scambio, appunto, fatto di sentimenti, simili o contrastanti, che lo rendono non solo un aristotelico zoon politikόn, ma anche e soprattutto un animale sociale e in quanto tale aperto al confronto ed al dialogo critici.

L’umanista può condividere in primis la sua cultura, contribuendo non all’utopica perfezione, ma alla perfettibilità umana, posto che qualsiasi gesto umano abbia come fine l’Uomo stesso e non qualsiasi oggetto, nemmeno un valore, al di sopra di questo.

Nel cammino degli uomini l’arte ha avuto spesso il compito di perfezionare l’uomo e di farlo esprimere, anche nei casi apparentemente più ripugnanti, salvo quando tutto s’è voluto deviare sotto la logica del profitto, ma è così che l’arte resiste, persino ai più ingannevoli surrogati e false copie di sé, accolto che resti sempre e comunque una genuina creazione umana. Modernizzando il truce concetto classico di potlac, perché non potremmo attribuire la sua funzione sociale e di condivisione all’arte?

Vi sono canzoni, poesie, brani e pensieri che, a seconda del cammino culturale di ogni individuo, diventano insostituibili e sarebbe un delitto non condividerli. Io farò così con quanto leggo, apprendo e amo, nella speranza di ricevere, da chi leggerà, almeno una risposta, un commento, se non proprio la condivisione di un personale percorso o punto di vista.

AUGURI POTLAC E…BUONA LETTURA!

 

Andrea Aufieri

andrea_aufieri@katamail.com

 

17 novembre. giornata mondiale del movimento studentesco.

di andrea aufieri (18/07/2005 - 01:18)

 

 

  

 

Archivio Luglio 2005